Topic:
2 Giugno 2021

2 giugno: nascita di una Repubblica

La Festa della Repubblica che si celebra oggi ha radici in un fatto accaduto 75 anni fa
Foto di Riccardo Ghinelli
Dopo il ventennio fascista e la tragedia della guerra, il popolo fu chiamato a scegliere tra monarchia e repubblica, e per la prima volta votarono anche le donne.
Il 2 giugno 1946 l’Italia compiva la svolta storica dalla Monarchia alla Repubblica. La guerra era terminata da poco più di un anno ed il Paese aveva davanti la possibilità di disegnare il proprio futuro. Fra le clausole dell’armistizio dell’8 settembre 1943, con cui l’Italia usciva dall’alleanza con la Germania, c’era anche quella che obbligava alla scelta, mediante referendum, della futura forma di governo del Paese. Durante il periodo successivo all’armistizio le forze democratiche riunite nel CNL (Comitato Nazionale di Liberazione) entrarono nel governo del paese, ancora monarchico, impegnandosi a rinviare la questione dell’assetto istituzionale a dopo la fine delle ostilità. Nacque così il governo guidato da Ivanoe Bonomi che ebbe il compito di guidare la transizione dell’Italia nel periodo della fine delle ostilità.

Al voto anche le donne

Fu questo governo a tradurre in norma l’impegno preso di indire un referendum e nominare un’assemblea costituente. Inoltre, nel gennaio del 1945, ancora con l’Italia divisa in due, varò l’importante decreto che sanciva il suffragio universale: al referendum, e alle successive elezioni avrebbero partecipato tutti i cittadini, per la prima volta anche le donne.
Dopo il decreto del marzo del 1946 con cui si indicevano il referendum e l’elezione della Corte Costituzionale, i partiti del CNL presero posizione. Oltre ai partiti tradizionalmente repubblicani (Partito Comunista, Partito Socialista, Partito Repubblicano e Partito d’Azione) si espresse per la Repubblica, con un voto congressuale a larghissima maggioranza, anche la Democrazia Cristiana. Fra i partiti del CNL solo il Partito Liberale si schierò in favore della monarchia.
In un’Italia ancora disseminata di rovine finiva l’era del “Credere, obbedire, combattere” e gl’Italiani tornarono ad esprimersi con vere elezioni. Dopo quelle del 1924 c’erano state solo consultazioni in forma plebiscitaria: si poteva votare sì o no ad un unico listone. Inoltre il voto, solo maschile, era riservato a coloro che pagavano almeno 100 Lire di tasse o che percepivano uno stipendio o una pensione o che erano membri del clero cattolico. Erano esclusi dal voto i militari e i sottufficiali di truppa. Nel 1939 anche questa parvenza di voto era stata abolita e la Camera dei Deputati sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, formata da soli nominati.

Una grande partecipazione

La partecipazione al voto per il referendum fu altissima: una percentuale complessiva dell’89,08% su ventotto milioni di aventi diritto al voto. Votarono circa tredici milioni di donne e dodici milioni di uomini. Il risultato fu di 12.717.923 (54,3%) voti favorevoli alla Repubblica e 10.719.284 (45,7%) alla Monarchia. Anche se poi vi furono strascichi di contestazioni e scontri di piazza, il risultato non lasciava dubbi: la maggioranza degl’Italiani voleva la Repubblica.
Nella notte fra il 12 e il 13 giugno Alcide De Gasperi assunse provvisoriamente le funzioni di Capo del Governo. Il giorno successivo l’ex re Umberto II partì volontariamente per l’esilio in Portogallo.

L'Assemblea costituente

Contestualmente erano stati eletti 556 componenti dell’Assemblea Costituente, che il 26 giugno iniziò i propri lavori eleggendo Enrico De Nicola come Capo dello Stato.
Nell’Assemblea erano rappresentati i partiti di quello che venne definito Arco costituzionale. La rappresentanza maggiore era della Democrazia Cristiana con 207 eletti, seguita dai socialisti del PSIUP con 115 e dal Partito Comunista con 104. I Liberali guadagnarono 41 seggi e 30 andarono al Fronte dell’Uomo Qualunque.
Dell’Assemblea fecero parte ventuno donne, per la prima volta presenti in un’assemblea elettiva italiana. Fra queste ricordiamo Nilde Iotti, che fu poi presidente della Camera, e Angelina Merlin, relatrice della legge che mise fine alle “case chiuse”.

Il dialogo fra cattolici e marxisti

I "costituenti" provenivano da storie politiche molto diverse, avevano anche come fondamento ideologie opposte e come riferimento le due nazioni che avrebbero dato origine alla cosiddetta “Guerra fredda”: Stati Uniti e Unione Sovietica.
C’era anche una contrapposizione fra cattolici e ateismo di matrice marxista. Avevano però in comune l’esperienza di aver subito e combattuto il fascismo, e la volontà di trovare quei valori comuni che permettessero di avviare l’Italia verso un futuro di libertà e progresso.
Fu un dialogo di livello elevato, una ricerca faticosa e appassionata, nella quale alle citazioni della Costituzione sovietica del 1936 si affiancavano le idee della Dottrina sociale della Chiesa.
Un esempio per tutti proprio l’articolo 1 che tutti ben conosciamo. Palmiro Togliatti difese a lungo la dizione di “Repubblica dei lavoratori”, chiaramente ispirata alle repubbliche socialiste. Dopo numerosi interventi fu Amintore Fanfani a trovare la sintesi: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, formula che riscosse il plauso sia di Togliatti che del cattolicissimo Giorgio La Pira.