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29 Giugno 2019

Andrea Spinelli. Per guarire cammino

La malattia avrebbe potuto fermarlo, invece lo ha spinto a camminare. Da allora ha percorso 14.400 chilometri a piedi. Una mappa per moderni pellegrini, alla scoperta della bellezza della vita.
Foto di Sally
«Il cammino di ogni malato inizia dal momento in cui è diagnosticata la malattia; tocca a noi, solo a noi decidere in che direzione andare». Andrea Spinelli racconta la sua personale avventura. Di come la sua vita sia cambiata con un tumore inoperabile che si porta a spasso da sei anni. Ogni giorno il suo contapassi aumenta, perché «se di cancro si muore, pur si vive».
«Non sono un guerriero, ma nemmeno una vittima; sono molto semplicemente un uomo, un essere umano malato di cancro».
Ottobre 2013. Andrea Spinelli, giornalista nel campo dell’informazione visiva, scopre che qualcosa di devastante è entrato a far parte della sua vita, come uno spartiacque che segna un prima e un dopo.
Prima: la vita felice di un catanese trapiantato a Pordenone dopo aver conosciuto a Roma la sua futura sposa Sally, che viene da Manila.
Dopo: la vita con un ospite indesiderato che nessuno vorrebbe come compagno di viaggio, che non lascia via di scampo. Ma lui decide di caricarlo dentro uno zaino e portarselo a spasso.
La diagnosi è funesta: adenocarcinoma alla testa del pancreas in stato avanzato, non operabile.
Cambio di passo: il susseguirsi di cicli di chemioterapia, ma poi la scoperta del cammino.
Andrea, “Spino” per gli amici, con il suo zaino, che lui chiama Babalù, nel 2017 inizia a camminare, un modo di ringraziare la vita.
Ad oggi ha compiuto 20.532.268 passi pari a 14.400 Km a piedi. Ogni passo lo ha raccontato nel suo blog andreaspinelli.it e anche in un libro uscito a settembre 2018, Se cammino vivo edito da Ediciclo.  

Copertina del libro Cammino perché vivo
Il libro di Andrea Spinelli che racconta il suo cammino di pellegrino, con il suo compagno di viaggio, un tumore.
Foto di Sally

Andrea Spinelli a spasso con il cancro

«Un giorno - scrive nel suo blog - quando questo conteggio si fermerà, desidero non venga mai riportata la parola incurabile in riferimento alla malattia, ma che i chilometri percorsi a piedi siano segno di speranza.
 
«Ho il tumore e voglio dirlo a tutti», scrivi. Perché hai deciso di raccontarlo al mondo?
«Perché il cancro fa paura, non se ne parla. È un tabù. Ho iniziato a condividere questa mia esperienza sui social, nel mio blog e poi è nata l’idea di scrivere il libro. È stato il mio modo di reagire, di vivere questa situazione.»

Il giorno della scoperta di una cosa che non conoscevi.
«Non avevo mai sentito parlare del cancro al pancreas, eppure sta diventando sempre più comune. Nel libro descrivo tutti i dettagli della malattia perché quello che ho passato e vivo possa essere di conforto a chi sta soffrendo e infondere coraggio ai familiari.»

Leggendoti viene voglia di percorre i tuoi stessi sentieri. Viene voglia di camminare
«Non c’è solo la malattia, non finisce così. Nel momento in cui nel 2015 il mio oncologo, che è come un padre, mi ha detto che era stato fatto tutto il possibile, che non c’era altro da fare, che il cancro era stazionario e avrei sospeso la terapia, ho incominciato a recuperare forze. Il cancro si è fermato ma io no.»

Quindi quando il male si è fermato hai pensato di muoverti. Il camminare come è entrato nella tua vita?
«Ho iniziato in maniera semplice, da casa mia all’ospedale per fare i controlli, una distanza di 12 km inimmaginabile per me, suscitando lo stupore dei medici. Partivo con i dolori e poi mi passavano strada facendo. Ho fatto cammini sempre più lunghi e casualmente ho scoperto il cammino della Romea Strata da Tarvisio, un’antica via di pellegrinaggio, suddivisa a tappe. Ho iniziato nel mio Friuli Venezia Giulia, regione che mi ha adottato. Poi piano piano sono andato avanti, sono passato in Veneto, in Toscana e da lì ho deciso di arrivare fino all’Oceano Atlantico. Un’esperienza che mi ha dato tanta carica. Ho avuto anche momenti bui e di sconforto, ma ce l’ho fatta.»

Che tipo di consapevolezza si ha nei confronti di una vita che ha i giorni contati?
«Considero ogni giorno un regalo immenso. Ogni giorno in cui apro gli occhi è già una vittoria. Se prima mettevo al primo posto i soldi e in secondo piano l’amore per la natura, la malattia mi ha portato a farmi delle domande, mi ha fatto vedere la vita da un’altra prospettiva, riordinare la scala di valori.»

Andrea Spinelli: «Se cammino vivo»

Che significato ha per te camminare?
«La vita va avanti e questo mio camminare mi fa credere in me stesso ed è di aiuto anche ad altre persone, che è la cosa più importante.  Ho iniziato il mio cammino in maniera egoistica perché mi fa stare bene, ma nel cammino si è unita una cosa bellissima: fare una cosa buona nella vita, aiutare altre persone, anche se sono malato. Ma per mettersi in cammino non serve una malattia, ci possono essere molte tempeste dentro di noi, camminare fa bene a tutti.»

Perché cammini sulle vie dei pellegrini?
«Mi muove tanta curiosità, che è lo spirito del viandante. È l’avvicinarsi a qualcosa di bello. Sono cattolico, però non sono stato un grande praticante, anzi, criticavo l’ambiente clericale. Sono tra quelli che dicono che c’è molta differenza tra un frate e un prete.  Il mondo del pellegrinaggio mi ha avvicinato a quel mondo, capendo che in fondo sono uomini come lo sono io, con i loro pregi e difetti. Ho scoperto questa cosa fantastica che è l’accoglienza: missionari, francescani, cappuccini, sacerdoti, volontari, ho dormito persino dalle suore di clausura, mi hanno aiutato molto, anche senza avere la necessità di dire che sono ammalato.»

«Camminare è la mia cura», scrivi. Che differenza c’è tra cura e terapia?
«La terapia la lascio al mio oncologo. Il malato di cancro non è fortunato, però io sono un uomo fortunato. Dagli infermieri a chi mi accudiva ho avuto accanto a me persone che, oltre alla loro professionalità, hanno messo il lato umano in questo accompagnarmi nella malattia. Mi hanno salvato. Camminare mi fa stare bene e non è neppure compatibile con la mia patologia. Io arrivo a fare anche 53 km a piedi. Più strada faccio, più diminuiscono le paure e aumenta la speranza.»

Quali incontri ti sono rimasti nel cuore?
«La cosa che ho scoperto è l’incontro con la persona sconosciuta. Vedendo lo zaino le domande sorgono spontanee. Nasce un dialogo senza maschere. In un piccolo negozio di alimentari c’è stata una condivisione di sentimenti che è stata unica, una magia. Non ci sono domande ipocrite. Sono nate grandi amicizie.»

Mani con anelli di Andrea Spinelli
Gli anelli. Ogni anello che Andrea Spinelli ha al dito è il simbolo di una conquista, di una cura superata.


Chi ti sostiene in questo tuo camminare?
«Mia moglie Sally, l’amore della mia vita. La parte forte è lei. Mentre mi assisteva accanto al letto di ospedale, le è morta la mamma, a Manila. Ha seppellito sua mamma e poi è tornata da me che stavo morendo. Ha passato una prova non indifferente. Io da lei prendo la sua forza. Senza mia moglie non sarei qui a parlare con te.»

Andra Spinelli, il tempo è un regalo prezioso

Nel 2015 ti metti a costruire un presepe.
«Volevo fare qualcosa con le mani non potendo allora camminare. Non so perché proprio il presepe, forse perché lo faceva mia nonna, ma era la prima volta e poteva essere l’ultimo Natale. È venuto talmente bene che mi sono ripromesso di farne uno ancora più bello. C’è qualcosa di magico, racchiude il mistero della vita.» 

Che significa per te la nascita di Gesù?
«È un giorno bellissimo, è la nascita di tutto. È una giornata importante dove c’è tutto l’opposto della morte.»

Ti sei riconciliato con il tuo essere cristiano?
«Mi ha dato tanto il cammino che ho fatto da Roma ad Assisi. È un cammino particolare, bellissimo, in mezzo ai boschi. Si sente la presenza di San Francesco. Se parlo con qualcuno parlo con il Poverello, anzi, mi “perseguita”, ogni cosa della mia vita mi riporta a lui. Anche ora, prima di andare in Portogallo, ho incontrato una persona che mi ha suggerito di andare a visitare un convento francescano senza sapere nulla di me.»
 
Cos’è per te la speranza?
«La speranza è continuare ogni giorno ad avere la voglia di andare avanti, nonostante questa malattia che mi sta uccidendo. A volte ho paura di farmi male e di non poter più continuare a camminare. La speranza è di poterlo continuare a fare.»

E per chi non è malato?
«Di considerare il tempo come il regalo più prezioso. Inesorabile lui va avanti e non abbiamo nessun potere per fermarlo. Quando manca cambia tutto.»