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29 Aprile 2020

L'imprenditrice Anna Fiscale: la mascherina che fa la differenza

L'appello di Quid, l'azienda veronese di moda etica
Anna Fiscale con la sua impresa sociale dà lavoro a 150 persone di 17 nazionalità diverse. Ha risposto alla crisi generata dal Covid-19 producendo "Co-ver", la mascherina facciale ad uso medico. Ma ora questo sforzo rischia di essere vanificato.
Scegliere la mascherina giusta può fare la differenza per «sostenere l’Italia fragile che non si arrende».
L’appello arriva da Anna Fiscale la giovane imprenditrice fondatrice di Quid, azienda veronese leader nel settore della moda etica, che dà lavoro a 150 persone, molte delle quali con dei vissuti di fragilità. 




Sin dall'inizio della crisi generata dal Covid-19, l’azienda si è attivata per continuare a dare lavoro ai suoi dipendenti realizzando mascherine in regola con l’Istituto Superiore di Sanità.
Ha sperimentato decine di tessuti – racconta Fiscale in un video diffuso su web – compiuto test di laboratorio, compilato decine di schede tecniche, ottenendo  finalmente il nulla osta come dispositivo medico di tipo 1, equiparabile a mascherina chirurgica. Le mascherine, inoltre, sono sostenibili per l’ambiente, dato che si possono lavare e riutilizzare. 400 le persone impegnate nella produzione delle mascherine facciali, un lavoro di rete che coinvolge 6 cooperative del territorio.  

Pericolo mascherine taroccate

Ecco però la nota dolente. Ora che le mascherine sono state realizzate rispondendo a tutti i protocolli sanitari con grandi sforzi da parte di Quid, le aziende, i cittadini «sono confusi, bombardati dai prezzi al ribasso». La concorrenza è spietata. «Decine di aziende – spiega la giovane imprenditrice - propongono mascherine prive di attestazione ISS o con certificazioni CE concretizzate in pochi giorni, di mascherine lavabili che non hanno affrontato né passato nessuno dei test tecnici».  

L'Italia fragile che non si arrende

«La nostra mascherina parte da me e da te – conclude l’appello di Fiscale –. Nasce per darci un’opportunità, per investire in un’Italia fragile che non si arrende. L’Italia che sa trasformare i limiti in punti di partenza, ed è di questa Italia che avremo bisogno ogni giorno nei prossimi mesi». 

Chi è Anna Fiscale?

Anna Fiscale
Anna Fiscale, giovanissima imprenditrice, ha fondato Quid, azienda di moda etica che dà lavoro a donne con vissuti di fragilità, utilizzando tessuti di rimanenza.


L’esperienza di questa giovane imprenditrice, noi di Sempre siamo andati a conoscerla poco prima dell’emergenza Covid. Il suo nome è tra i giovani imprenditori scelti da Papa Francesco per l’evento internazionale “The Economy of Francesco” previsto inizialmente a Marzo, che a causa emergenza Coronavirus si terrà dal 19-21 novembre 2020 ad Assisi. 
 

Ecco l’articolo che abbiamo pubblicato sul nostro Sempre magazine di marzo-aprile 2020. 

 

Così offro una seconda opportunità

La vedremo ad Assisi, tra i giovani economisti, imprenditori e change makers scelti a guidare uno dei 12 villaggi tematici, all’evento internazionale “The Economy of Francesco”, indetto da Papa Francesco a Novembre 2020, con l’ambizione di dare un’anima all’economia.
È la giovane mamma e imprenditrice veronese Anna Fiscale, che nel 2013, appena 25enne, ha fondato la cooperativa sociale Quid, diventata un modello di business innovativo ed inclusivo. Un’impresa sociale che ha chiuso il 2019 con un fatturato di 3 milioni di euro e dà lavoro a 128 dipendenti. Il 90% sono donne con storie di fragilità alle spalle, alle quali viene data una seconda possibilità. Proprio come ai tessuti utilizzati per il “Progetto Quid”, brand di moda etica e sostenibile che crea capi di abbigliamento ed accessori in edizione limitata con eccedenze tessili.
Il quartier generale in cui i capi di abbigliamento vengono ideati e creati si trova ad Avesa, frazione di Verona, in cui Anna è cresciuta e dove ha deciso di realizzare il suo sogno. Varcata la porta vengo investita da un fascio di colori proveniente dai rotoli di stoffe posti sugli scaffali e dai volti delle persone di varia nazionalità intente a confezionare nuovi abiti. 

Anna Fiscale, classe 1988, mi viene incontro circondata da una nuvola ondeggiante di morbidi boccoli. Emana freschezza, come lo stile del suo brand: «fresco e giovanile in linea con il trend del momento, per donne tra i 25 e i 45 anni». 
Mi racconta ciò che ha realizzato con una naturalità disarmante: un progetto che anno dopo anno ha ottenuto riconoscimenti a livello europeo per l’innovazione e la sostenibilità, creando moda etica e dando lavoro a persone socialmente svantaggiate.
La filosofia è credere «nel potere della bellezza, e che i limiti siano punti di partenza».
Anna è sempre stata impegnata nel sociale, una sensibilità respirata in famiglia e nella formazione scout. Al Liceo Classico sognava di fare il medico, ma durante la preparazione all’esame di ammissione all’Università capisce che non è quella la sua strada. Intraprende Economia e Commercio a Verona, con uno sguardo al sociale che va oltre i confini della sua città. Al 2° anno di Università vola prima a Londra per l’Erasmus, poi in India con una Ong ad occuparsi di microcredito ed emancipazione femminile. Un lavoro che l’appassiona. Prosegue a Milano per la laurea alla Bocconi in Management delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni internazionali, poi a Parigi per un master in Scienze Politiche. Nel 2011 è a Bruxelles per formarsi nella cooperazione internazionale. Infine ad Haiti con una Ong, come assistente al capo missione e ricercatrice sul coordinamento degli aiuti umanitari. 

Progetto Quid nella testa

Laboratorio Progetto Quid
Per le collezioni Progetto Quid si utilizzano eccedenze, o stock di tessuti di grande pregio, qualità e di valore che vengono donati o venduti a prezzi simbolici da una rete di 40 tessutai.
Foto di Caterina Balocco


Sembravi tagliata per il mondo della cooperazione internazionale. Invece cosa è successo?
«Ad Haiti, vedendo la dispersione degli aiuti umanitari, mi sono chiesta quale fosse veramente la strada che volevo seguire. Così ho avuto l’intuizione di provare a fare qualcosa sul mio territorio, facendo lavorare donne con vissuti di fragilità.»

Come ti sei ritrovata a fare l’imprenditrice sociale nel settore della moda?
«Già alle superiori mi piaceva personalizzare capi e accessori. Dopo la laurea, mentre provavo a disegnare l’intuizione avuta coinvolgendo persone che potessero avere competenze in questo ambito, e allo stesso tempo mi trovavo a scegliere se tornare ad Haiti o accettare un lavoro per una multinazionale a Milano, il dott. Veronesi, presidente del gruppo Calzedonia, mi ha fatto sapere che ci avrebbe ricevuto per parlare del nostro progetto.» 
 
Come è andata?
«Ha creduto in noi dandoci la possibilità di avere accesso ai suoi tessuti e capi di rimanenza e l’ha finanziato tramite la Fondazione San Zeno con 15 mila euro. Così ho lasciato da parte le altre proposte e mi sono buttata in questa nuova avventura.»
 
Cos’è che ti ha reso sensibile nei confronti delle donne con vissuti di sofferenza?
«Gli anni di Università sono stati un po’ travagliati dal punto di vista relazionale. Sono riuscita a venirne fuori subito dopo la mia laurea, ad Assisi, attraverso un corso dei francescani che mi ha riallineato rispetto a quelli che erano i miei desideri e i miei sogni. Quel nuovo incontro con la fede mi ha permesso di chiudere una relazione che era divenuta  tossica e di riprendere fiducia nei miei desideri, puntando verso amicizie e relazioni sane che mi elevavano anziché abbattermi, e dando spazio a quell’intuizione che avevo avuto da giovanissima. In quanto donna volevo aiutare donne ferite, molto più ferite di quanto lo ero stata io.» 

La molletta è di moda

Perché Quid?
«Perché siamo convinti che il nostro progetto abbia quel quid in più che fa la differenza sotto diversi ambiti: sociale, ambientale e del mercato. La molletta è il nostro logo perché tiene insieme tutti questi aspetti diversi.»
 
Come si è sviluppato il progetto?
«Abbiamo iniziato a proporre i nostri prodotti a una decina di negozi di Verona per farci conoscere. Poi abbiamo avuto la possibilità di aprire dei “temporary store” in spazi inutilizzati del gruppo Calzedonia, fino ad aprire negozi con il nostro marchio. Ora ne abbiamo 9 nel nord Italia: a Verona, Bologna, Milano, Mestre, Genova, Bassano del Grappa, oltre ad un centinaio di negozi multibrand che vendono il nostro prodotto in tutta Italia.» 
 
Quid è anche business.
«Abbiamo iniziato operazioni di co-branding con aziende che credono nell’aspetto ecologico ed etico della nostra impresa. Per loro realizziamo accessori, gadget o prodotti destinati alla vendita. Da fasce per capelli per Calzedonia, a sacchetti portabiancheria per Intimissimi, borse in poliestere riciclato per Natura Sì e molto altro.»
 
Siete il braccio sociale di queste aziende?
«Lavoriamo molto con il meccanismo dell’art. 14 che permette all’azienda di delegare ad una cooperativa sociale parte del personale con invalidità che dovrebbe assumere, in cambio di lavoro. Ad esempio per  Natura Sì abbiamo assunto 3 persone e la ditta ci dà una commessa di lavoro che permette di coprire i costi di assunzione della persona con invalidità, i costi del prodotto ed avere un margine per Quid.»
 
In questo modo non c’è il rischio di delegare ad altri l’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati?
«Questo è un modello virtuoso che permette una collaborazione tra profit e no profit, che sia reciprocamente vantaggiosa. L’azienda delega una parte del personale con invalidità – che non sempre riesce a collocare con le mansioni giuste perché fa un altro mestiere – a noi che, essendo nati per questo, riusciamo a collocare queste persone in modo adeguato.» 

Le donne di Quid

Donna al lavoro con macchina da cucire
Foto di Caterina Balocco


Chi sono i vostri dipendenti?
«Abbiamo una fascia d’età che attraversa tre generazioni: dai 19 ai 65 anni. Il 90% è costituito da donne, di 17 nazionalità diverse. Il 70% ha fragilità di vario tipo: donne con invalidità, vittime di tratta della prostituzione, ex detenuti o detenute, persone che hanno lottato contro varie dipendenze, migranti che cercano asilo o nuove opportunità in Italia. Abbiamo anche 2 laboratori in carcere a Verona, uno femminile e uno maschile, in modo da essere ponte tra l’interno e l’esterno del carcere. Diverse persone che abbiamo conosciuto dentro al carcere, adesso sono coordinatrici o impiegate in Quid.» 
 
L’incontro con le donne vittime di tratta come è avvenuto?
«Nel 2015, con Daniele, che poi è diventato mio marito, abbiamo fatto servizio con l’unità di strada locale della Comunità Papa Giovanni XXIII. Vedendo il mondo della tratta da un altro punto di vista, mi sono molto interrogata su cosa noi, come Quid, potessimo fare per aiutare queste donne. Già è molto difficile che escano dalla strada, se poi non trovano un’occupazione, lo è ancora di più. Adesso abbiamo 15 ragazze che vengono dalla tratta sessuale o lavorativa.»
 
Che caratteristiche devono avere i vostri dipendenti? 
«Una buona manualità o esperienza in ambito di cucito. Poi imparano lavorando. Una sorta di “training on the job” o “learning by doing”, dipende dalle scuole di pensiero.  Vengono seguite da responsabili più esperti che piano piano insegnano il lavoro.»

L'idea di Economia circolare 

Come fate a mettere d’accordo tutti?
«Il clima di lavoro è positivo, anche se la convivenza tra tante culture non è sempre facile. Per questo abbiamo avviato un “Team building” per stare meglio insieme. Funziona un servizio di welfare aziendale, “Liberamente”, che offre ai nostri lavoratori un supporto psicologico, l’aiuto di una assistente sociale per gli aspetti burocratici, di un consulente del lavoro e un corso di digitalizzazione. Quid non è solo un’occasione di inserimento lavorativo ma anche di inserimento sociale.» 
 
È anche un esempio di economia circolare.
«Diamo una seconda opportunità sia alle persone che ai tessuti. Il nostro è un marchio sostenibile anche a livello ambientale, perché i prodotti vengono  da tessuti recuperati e non creati ad hoc. L’80% è costituito da eccedenze o stock che ci vengono donati o venduti a prezzi simbolici da una rete di 40 tessutai. Ogni anno ci vengono donati per azienda fino a 35 mila metri di tessuto di alta moda.»
 
L’equilibrio tra business e responsabilità sociale è possibile?
«Una bella sfida. Ognuno deve fare il 100% di quello che può offrire.»
 
Quanto è importante essere professionalmente preparati?
«Tanto. Per fare bene in questo ambito servono conoscenze, ma anche un po’ di follia. Conoscere, studiare, circondarsi di persone valide sotto tutti i punti di vista:  professionale e umano. Più siamo attrattivi, più riusciamo a portare da noi persone con grandi competenze che possono fare la differenza per la nostra produzione. È un progetto che non si può improvvisare.»
 
«Noi non vogliamo essere una piccola parentesi felice, noi vogliamo cambiare il mondo», hai dichiarato. Che significato ha per te essere una delle protagoniste all’appuntamento “The economy of Francesco”?  
«Assisi sarà un momento per ripensare davvero ai pilastri su cui si basa la nostra economia. Mi fa ben sperare. Sono felice di essere parte attiva per questo cambiamento e di confrontarmi con altri. Da un lato dobbiamo mandare avanti una impresa di 128 persone e dall’altro sognare in grande e poter essere fonte di ispirazione per altre realtà. Vengono spesso scolaresche in visita, cooperative, andiamo nelle università… È un modo per diffondere le buone pratiche, perché tante piccole realtà possano diventare grandi e fare la differenza.»
 
Tra le ragazze che hai inserito, c’è una storia che ti è rimasta particolarmente impressa?
«Non voglio sapere troppo del loro vissuto, per non esserne influenzata. Non importa da che storia una persona viene, importa che storia ha qui.»