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10 Giugno 2020

Daniele Mencarelli. L'amore che non basta

Intervista al poeta e scrittore che ieri ha vinto il Premio Strega Giovani 2020 con "Tutto chiede salvezza". «Dedico il premio a chiunque si trovi in un TSO»
Foto di Stefano Dal Pozzolo
«Sei certo di come sarà sempre il tuo mondo al presente e al futuro, e arriva un virus che in tre mesi sconvolge le abitudini, l'orizzonte dei valori. Ci sono persone che non hanno bisogno dell'emergenza per vivere lo scandalo dell’esistenza.»
Nel 1999 un giovane di venticinque anni firma un contratto di lavoro con una cooperativa che gestisce le pulizie al Bambin Gesù, l’ospedale pediatrico di Roma. È all’ultima spiaggia, arriva da quattro anni di caduta libera nel vuoto dell’alcol e delle sostanze stupefacenti.
È un poeta che ha già pubblicato, ma anche la passione per la scrittura è stata triturata dal dolore che lo annichilisce. Il Bambin Gesù e l’incontro drammatico con il dolore innocente diventano la sua strada per la resurrezione.

È la storia, autobiografica, che Daniele Mencarelli ha raccontato ne La casa degli sguardi (Mondadori, 2018), un libro di grande successo che ha mietuto premi e copie vendute. 

A febbraio, in piena emergenza Covid-19, è uscito Tutto chiede salvezza, che ieri ha vinto il Premio Strega Giovani 2020. Potremmo definirlo un prequel (guarda caso Mencarelli oggi si occupa di fiction per la Rai), dove racconta di ciò che era avvenuto cinque anni prima, nell’estate dei mondiali di calcio negli Stati Uniti. Daniele è un venditore porta a porta, ha già frequentato gli studi degli psichiatri, senza che nessuno abbia capito cosa lo tormenta. Finché un incontro casuale…
 
Come nel tuo primo libro, hai deciso di mettere a fuoco la tua esperienza di vita, senza filtri, senza rinunciare a confessare le tue intime fragilità e i tuoi errori. Una scelta carnale e potente che concede al lettore un'esperienza autentica. Questa disponibilità ad aprirti e mostrarti immagino sia una scelta consapevole ma allo stesso tempo sofferta. Come nasce questo approccio? Non ti penti mai di esserti esposto così tanto?
«No, perché era più forte il desiderio di tornare dentro quelle esperienze, quei ricordi, per raccontare le figure che per me sono state così importanti. Quindi, raccontare i bambini del Bambin Gesù, nel primo romanzo, e raccontare gli altri pazienti psichiatrici, nel secondo. La fatica è stata risarcita dal desiderio e dal dovere morale di tornare a quei ricordi.» 
 
Vieni sottoposto a un TSO in seguito a un’esplosione di rabbia. Ogni giorno la vita ci offre una lunghissima carrellata di ingiustizie alla quale siamo assuefatti e dalle quali, se non direttamente coinvolti, prendiamo tranquillamente le distanze, continuando a dormire sogni tranquilli. Per te, invece, non è mai stato così. Anche ne La casa degli sguardi, quando scopri l’ingiustizia del dolore innocente dei bambini. Oggi questo sguardo sulle cose è cambiato? Come lo gestisci? 
«Lo gestisco grazie agli insegnamenti degli incontri che ho avuto in quegli anni, per cui oggi posso dire che ogni ingiustizia è dominata da una giustizia più grande. Quelle esperienze, quella ribellione, mi hanno permesso di capire che tante ingiustizie, che sul momento non riusciamo a comprendere, fanno parte di un disegno, di qualche cosa che ci deve essere rivelato.»

La sofferenza parte della nostra vita 

Come guardi oggi al tuo disagio, al tuo dolore di venti, venticinque anni fa?
«In realtà lo vivo ancora per intero. L’unico modo per convivere con il mio dolore, con la mia natura, è non pensare a una sorta di duello rusticano in cui solo uno rimarrà in vita. È vero il contrario: ciò che oggi ho capito è che il dolore fa parte della nostra vita e va vissuto, attraversato, per trovarvi un elemento di consapevolezza, di crescita, o almeno un elemento di resistenza, di sopravvivenza. Questa idea dei nostri anni secondo cui le esperienze di dolore siano analfabete, inutili, è sbagliata. Ho una natura che in certi momenti non fa sconti a se stessa, e la vivo sapendo che la caduta, l’inciampo, la sofferenza fanno parte della vita.» 
 
Cosa significa che al Bambin Gesù hai imparato l’alfabeto della realtà?
«Nel primo romanzo, ma anche in questo, c’è tutta la presunzione, la superbia di un ragazzo che crede di conoscere già tutto. Non crede esista una realtà da vivere, lui sa già come andrà a finire. Invece la realtà è altro, è questo inginocchiarsi di fronte a qualcosa che non conosciamo e di cui facciamo conoscenza solo quando perdiamo quella presunzione e quella superbia. Negli anni della giovinezza, turbolenti, segnati dall’uso di sostanze, alcol e droga, spesso l’uomo che entra in questo vortice autodistruttivo inizia abbastanza consapevolmente a fare a meno della realtà perché pensa di essere il titolare assoluto dell’universo. Il Bambin Gesù e l’ospedale psichiatrico, in fondo, sono stati quella meravigliosa pratica di chi non detta legge alla realtà ma si fa dettare legge da essa.» 
 
«Forse questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita... sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato di incontrare». Così scrivi dei tuoi compagni di stanza. Cosa hai riconosciuto in loro? Forse avvertire un'affinità con un altro essere umano è il primo passo per accettarsi e uscire dalla solitudine?
«Fino a quel momento vivevo, in modo analogo ai ragazzi di oggi, una pessima recita con i miei simili, dentro casa, e vivevo tradendo la mia natura, quella di essere un interrogativo. Il tradimento sta in questo: essere un animale sociale che restituisce agli altri quello che gli altri vogliono da noi, non quello che noi siamo. Il protagonista del romanzo, al di fuori della ristrettissima cerchia famigliare, non ha mai parlato di se stesso, tanto meno pensa di farlo là dentro, anche perché inizialmente dei suoi compagni di stanza ha una pessima valutazione. Poi scopre che queste persone, questi reietti, questi personaggi bizzarri, sono molto simili a lui, ragionano come lui non riesce a fare, ragionano sulla propria natura in modo pacifico. Per lui è una novità meravigliosa. Finalmente ha modo di esprimere se stesso con gli altri.»
 
È molto netta e severa l'idea che dai degli psichiatri. Uomini che trattano altri uomini come cose, pezzi di una catena di montaggio. Nel romanzo questa freddezza clinica e incapacità di ascoltare è fonte di ulteriore solitudine. Eppure un abbraccio di amore e comprensione nella tua vita l'hai sempre sperimentato nel rapporto con tua madre, alla quale dedichi una poesia bellissima. Perché un amore così intenso e grande non ti è bastato?
«Perché in realtà l’amore chiede esattamente l’opposto, chiede di non bastare, fa del suo limite e del limite del mondo la domanda più alta, quella che nella mia vita è nata per prima, è nata con i miei occhi, è nata con me. L’uomo contemporaneo crede di investigare tutto con la mente; credo che lo strumento di indagine migliore sia invece l’amore, l’amore è la prova provata che questo mondo non basta. Non può bastare nemmeno quello che in questa vita viviamo dell’amore.»  

Vivo costantemente nella ricerca di Dio

In una intervista dici che aspiri alla fede. Eppure lo psichiatra, ascoltando le domande che inquietano il tuo io, giustamente le definisce religiose, anche se poi le riduce a una presunta influenza dell’ambiente. Hai anche detto che al Bambin Gesù è come in trincea durante una guerra: l’ateismo è impossibile. Cosa ti manca per arrivare alla fede?
«Non lo so. Di certe dichiarazioni di fede non amo una certa rassegnazione, una consapevolezza che non sa di scoperta o di scandalo ma che sa di schieramento ideologico, quasi di schieramento politico. Quel tipo di dichiarazione di fede non mi interessa, a me interessa vivere costantemente nella ricerca di Dio, vivere ogni giorno gli elementi che mi permettono di fidarmi di lui. Mi dico aspirante credente perché ogni giorno cerco elementi di consanguineità con Dio, ogni giorno va stabilito un nesso con ciò che si fa, si pensa, si desidera. Credo che l’aspirazione alla fede sia la mia misura, il fatto che ogni giorno offra elementi concreti di avvicinamento e di allontanamento a Dio, quando sembra prevalere l’opposto di Dio, l’esperienza del nulla, del niente.» 
 
Tutto chiede salvezza. Cos’è la salvezza per te? 
«Quella che il protagonista del romanzo urla è la salvezza dal dolore, dalla morte, la salvezza rispetto a ciò che ama. È una salvezza che investe direttamente l’esistenza di Dio, una salvezza che non può esistere in assenza di Dio. Il personaggio Mario, vecchio insegnante elementare, dice qualcosa in cui credo sempre di più: alcune persone riescono a sentire in tutto quello che vivono la presenza del prima, del Paradiso, e quindi aspirano a tornare in quella condizione. In questa aspirazione c’è, appunto, la presenza di qualcuno che sia in grado di salvare. Perché noi non ci possiamo salvare.»
 
Questo libro è dedicato ai pazzi. Per te, chi sono?
«I pazzi sono tutti quelli che non sminuiscono lo scandalo della vita, lo scandalo dell’amore, del mondo, quelli che vivono fino in fondo questo scandalo meraviglioso in cui tutto è enorme, niente è sicuro, almeno in termini mondani. Lo stiamo vivendo in questi giorni. Sei certo di come sarà sempre il tuo mondo al presente e al futuro, e arriva un virus che in tre mesi sconvolge le abitudini, l’orizzonte dei valori. Ci sono persone che non hanno bisogno dell’emergenza per vivere lo scandalo dell’esistenza. Il libro è dedicato a loro. La vera pazzia è di chi crede di viaggiare in treno su rotaie sicure, senza alcuno scossone, e invece è tutto il contrario.» 
 
Tante persone che soffrono e avvertono un disagio costante di fronte alla vita, scambierebbero volentieri la propria umanità, cosi storta e sofferente, con un'altra più pacifica, convinti di essere sbagliati e che sia impossibile essere se stessi di fronte al mondo. Qual è il tuo pensiero per queste persone che vogliono fuggire da sé diventando un altro? 
«Credo fermamente che la nostra fragilità, la nostra natura incompiuta, che chiede e che soffre, sia una scommessa rispetto alla nostra reale natura, al nostro reale talento. In fondo, avere una natura così turbolenta è come avere dentro di noi un motore che chiede a noi continuamente di trovare, di cercare, che non si accontenta. Vorrei dire a chi vive questo disagio, e sono in più rispetto agli altri: rendetevi conto di avere a disposizione una meravigliosa forma di energia, qualcosa che può diventare, nel momento in cui siamo disponibili, uno straordinario strumento di indagine verso il mondo, verso noi stessi, verso il nostro talento. Credo molto che madre natura sia equanime, noi tutti abbiamo un talento, sta a noi capire quale. Tutto questo può avvenire se siamo disponibili, se non trattiamo la nostra natura solo in termini di disagio ma per quello che è, una parte di noi che domanda, che vuole vivere non per sentito dire ma perché dentro questa esperienza può trovare se stessa, delle risposte. Ma è appunto una forma di energia. L’alternativa è vivere da tiepidi, per usare un termine biblico. Ma così non arriveremo mai a scoprire noi stessi.»