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10 Gennaio 2020

Haiti. A dieci anni dal terremoto.

Il 2019 per Haiti è stato un anno di grande instabilità dal punto di vista economico e sociale. La popolazione insorge, la corruzione avanza.
Foto di EPA/TIAGO PETINGA
Dopo il terremoto del 2010 la Comunità Papa Giovanni XXIII ha messo radici ad Haiti a Port-au-Prince, con una casa di accoglienza. Istruzione, aiuto alle famiglie ed educazione alla non violenza per cambiare il corso della storia.
L’anno del “pays lock”Haiti, un paese bloccato, nel silenzio dei media internazionali. Proprio in quella terra caraibica già martoriata dal terremoto del 12 gennaio 2010 che provocò 230.000 morti e dal violento uragano Matthew che si abbattè sulla parte occidentale dell’isola di Hispaniola il 4 ottobre del 2016. 

Proteste contro il governo per corruzione e povertà

Un giornalista corre tra la gente che protesta contro il presidente Moise.
Un giornalista corre mentre i manifestanti si scontrano con gli ufficiali della polizia nazionale haitiana durante una protesta per chiedere le dimissioni del presidente di Haiti Jovenel Moise, a Port-au-Prince, Haiti, il 18 novembre 2019. Un'ondata di proteste da settembre 2019 scatenata dalla carenza di carburante e dalla disuguaglianza sociale.
Foto di EPA/JEAN MARC HERVE ABELARD


Il 2019 per Haiti è stato un anno di grande instabilità dal punto di vista economico e sociale, per l’impoverimento della popolazione, le carenze di carburante, i nuovi scandali di corruzione.
La Corte dei Conti haitiana a gennaio e a maggio 2019 aveva addirittura pubblicato un’indagine sulla cosiddetta questione “Petrocaribe”, ovvero sul fondo destinato a risollevare l’economia del paese, tra i più deboli dei Caraibi, in gran parte volatilizzato tra clientelismo, appalti truccati e opere incompiute.  

Ma non è finita qui: l’escalation di violenze, disordini e manifestazioni in diversi quartieri della Capitale è culminata il 16 settembre scorso con la richiesta, da parte delle opposizioni, delle dimissioni del Presidente Jovenel Moïse in carica dal 2017 e lo scioglimento del Parlamento.

Per diversi mesi, Port-au-Prince, era impossibile da raggiungere a causa dei disordini e delle tangenti richieste dai gruppi criminali per l’ingresso in città e ancora peggio ospedali, scuole, servizi sono rimasti chiusi per via di barricate e manifestazioni.
Infine la stessa polizia haitiana è stata messa sotto accusa da Amnesty International per abuso della forza contro i manifestanti (20 vittime dirette negli scontri e 200 feriti).

La Chiesa Haitiana con il popolo

La Chiesa haitiana: «Vogliamo condurre la nostra gente fuori dall’abisso dove sono». Non hanno esitato i vescovi haitiani in più occasioni a manifestare il loro pieno sostegno alla popolazione, pur raccomandando lo stile della non violenza nelle proteste di piazza.
Già a maggio 2019 avevano lanciato l’iniziativa di “un anno di preghiera e adorazione per la salvezza del Paese”, avviata con la solennità di Pentecoste e che proseguirà fino alla Pentecoste del 2020 perché «liberi le nostre vite da tutti i germi di morte che rischiano di mantenerci in questa crisi generalizzata».
E ancora: nel Messaggio di Natale 2019 hanno denunciato con coraggio che non è accettabile che nel Paese «alcuni sguazzino in un’opulenza arrogante e scandalosa, mentre la stragrande maggioranza della popolazione langue in una miseria vergognosa e ribelle».
«Siamo a una svolta decisiva per la nostra storia – hanno scritto i vescovi della Conferenza episcopale haitiana –. Le vostre urla, clamore e rabbia riflettono il vostro desiderio di un cambiamento che non sia solo congiunturale, ma strutturale e sistemico. Le vostre rivendicazioni sono giuste e legittime. Siamo al vostro fianco per arrivare all’avvento di questo nuovo giorno per la nostra cara Haiti».
Tuttavia, l’invito è ad interrompere ogni forma di violenza, esortando i poteri dello Stato ad una «autovalutazione senza compromessi del loro modo di governare al fine di ri-orientarsi» e rivolgendosi alla stessa opposizione, per «arrivare a una soluzione storica» per il «maggior bene di questo popolo».

​Nella casa di accoglienza a Port-au-Prince

Foto di gruppo dei volontari della casa di accoglienza ad Haiti con Giovanni Ramonda
I volontari della Casa di accoglienza a Port-au-Prince con Giovanni Paolo Ramonda responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII in visita ad Haiti


Sono tante le organizzazioni ecclesiali che hanno continuato nella Capitale a portare avanti la loro missione al fianco dei più indifesi.
Tra queste la Comunità Papa Giovanni XXIII che dopo il terremoto del 2010, in collaborazione con la Caritas e i padri Scalabriniani dal 2015 è a Port-au-Prince, con una casa di accoglienza e un progetto di supporto scolastico, grazie al quale riesce a garantire le spese per la scuola e il dopo scuola per 30 bambini.
«Durante i mesi di “pays lock” – raccontano i membri e i volontari della Comunità di don Benzi - abbiamo vissuto confinati nella zona sicura intorno a casa. Gli spostamenti sono stati limitati all'indispensabile, ma le attività con i bambini alla "Fwaye Papa Nou" (Casa del Padre Nostro) sono continuate: il sostegno alle famiglie in grave difficoltà perché il gourde, la moneta locale, ha perso 1/3 del suo valore nell'ultimo anno; le visite settimanali a quelle con figli disabili, impossibilitati a partecipare direttamente alla vita del Fwaye, per sostenerli con beni di prima necessità e nelle spese sanitarie». Grazie alla collaborazione con altre associazioni quest’anno la Comunità Papa Giovanni XXIII è riuscita anche a procurare a due ragazze le sedie a rotelle.

I giovani haitiani si allenano alla non violenza

Bambino in altalena ad Haiti


In mezzo a tante proteste, è nato anche un gruppo di adolescenti che si sperimenta sullo stile della non violenza. «Nei nostri incontri affrontiamo insieme diversi temi, incentivandoli a parlare di se stessi, dei propri talenti e dei propri disagi, proponendo una visione alternativa alla violenza e alla bugia (comportamenti molto presenti nella loro quotidianità, residui di una schiavitù di cui sembra non riescano a liberarsi) - raccontano i responsabili». 
E nella Fwaye Papa Nou oltre all’attenzione per i bimbi e i ragazzi, c’è spazio anche per accogliere: come nel caso di una mamma con una bimba di 2 anni che ha una grave patologia ed era venuta nella Capitale per le visite ospedaliere.
«Questa donna con la sua piccola abita in montagna nel nord del Paese – racconta una giovane volontaria della Comunità - in una zona talmente povera da non saper usare la cucina a gas e non essere abituata ad usare la doccia. Ci ha colpito tanto la sua dignità e la sua umiltà. Sembrava che anche in questo breve tempo in cui l’abbiamo accolta non volesse disturbare: avevamo preparato il letto ma loro preferivano dormire a terra! È stata un'esperienza molto intensa in cui ci siamo trovati a stretto contatto con una quotidianità che ci è vicina, ma di cui non sempre riusciamo a cogliere la fatica, la bellezza e il prezioso insegnamento».