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10 Aprile 2020

Il momento di fare delle scelte

Il Covid-19 non ferma l'accoglienza. Giovanni Paolo Ramonda fa il punto sugli interventi messi in campo dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in Italia e nel mondo per fronteggiare l'emergenza
Foto di Savvapanf Photo
Per chi accoglie, l'isolamento forzato ha reso ancora più forte e impegnativa la condivisione con i poveri. La risposta ai nuovi bisogni, le scelte dei missionari, la scoperta di un nuovo stile di vita. Cosa è cambiato e cosa dovrà cambiare.
Lo raggiungiamo a casa, a sant’Albano Stura, comune di Fossano, in Piemonte. Via Skype, naturalmente. Qui da 40 anni vive con la moglie Tiziana la realtà della casa famiglia. Una scelta impegnativa, soprattutto in questo periodo in cui il dover stare a casa per alcuni vuol dire solitudine, per altri condividere spazi e tempi con tante persone che hanno bisogno di cura.
Ma pur senza uscire di casa, Giovanni Paolo Ramonda continua a guidare una realtà associativa sparsa nei cinque continenti, attiva su tutti i fronti dell’emarginazione. Un punto di osservazione straordinario, il suo, per capire i cambiamenti in atto e quelli che ci attendono.
Giovanni Paolo Ramonda all'assemblea annuale
L'intervento di Giovanni Ramonda a un'Assemblea internazionale della Comunità Papa Giovanni XXIII.

L’occasione di fare il punto della situazione ci è data dal fatto che proprio un mese fa, il 9 marzo, è stato emanato il Decreto che, per arginare il dilagare della pandemia da Covid-19, ha trasformato l’intera Italia in zona protetta, cambiando il nostro modo di vivere, bloccando gli spostamenti, obbligando al distanziamento sociale.
 
Cosa ha significato questo per una comunità come la Papa Giovanni che ha costruito tutto il suo sviluppo sul concetto di vicinanza, di “condivisione diretta” di vita con i più fragili ed emarginati?

«Anche noi abbiamo accolto e attuato, sia pure con sofferenza, queste indicazioni, che riteniamo valide dal punto di vista scientifico e sanitario - spiega Ramonda -. Le relazioni sono per la vita: se sviluppano il contagio e le persone muoiono non va bene; deve prevalere la coscienza del bene comune. Adeguarsi per noi però non vuol dire allontanarsi dai poveri ma vivere ancor più a tempo pieno con loro. La maggior parte delle persone che accogliamo sono inserite di giorno in realtà educative, scolastiche e lavorative che in questo momento sono chiuse, e quindi loro sono sempre a casa con noi. Nelle nostre case famiglia e nelle altre strutture di accoglienza residenziali si vive dunque ancora di più la condivisione a tempo pieno.»

Le case famiglia, luogo di protezione 

In questo momento emerge particolarmente l’importanza di una risposta come quella delle case famiglia

«Sono davvero un luogo di tutela e di protezione dei più deboli e di chi altrimenti non avrebbe una casa e una famiglia. Vediamo cosa sta succedendo nelle case di riposo e nelle strutture residenziali dove c’è un affollamento di persone… In questo momento splende ancor più la grande intuizione di don Benzi: “Dio ha creato la famiglia, l’uomo ha creato gli istituti”.»
 
Anche tu hai una casa famiglia.

«Sì, e anche io e mia moglie da oltre un mese siamo chiusi in casa con i nostri sette ragazzi. È un momento impegnativo ma anche bello, particolare.» 
 
I vostri ragazzi… che età hanno?  

«Il più giovane, Andrea, ha 22 anni, poi 30, 47 e oltre. Ma li abbiamo accolti quando erano piccoli, e per noi sono sempre i nostri ragazzi. Li vediamo sempre giovani. Ci aiutano a uscire da noi stessi e questo è un dono.» 

Le risposte all'emergenza Covid per chi una casa non ce l'ha

 
Ci sono però poveri che una casa non ce l’anno. E neppure una famiglia.

«Come Comunità siamo a contatto con molte persone che vivono sulla strada, senza fissa dimora, e abbiamo fatto loro una proposta molto precisa: venire a vivere con noi almeno finché non finisce l’emergenza. Ovviamente rispettando all’inizio un periodo di quarantena, per proteggere le persone che già vivono in struttura, e viceversa. Diversi di loro hanno accettato. Altri invece hanno scelto di rimanere sulla strada. Per seguire le disposizioni generali abbiamo dovuto interrompere l’attività delle unità di strada ma abbiamo volontari singoli, soprattutto giovani, che mantengono i contatti e portano aiuti, rispettando le misure precauzionali previste e svolgendo l’attività in accordo con le autorità civili.
Luca Fortunato, a sinistra, responsabile della Capanna di Betlemme di Chieti, durante una cena con i senza fissa dimora in occasione del Natale 2019.
Luca Fortunato, a sinistra, responsabile della Capanna di Betlemme di Chieti, durante una cena con i senza fissa dimora in occasione dello scorso Natale. Con l'emergenza Covid-19 ai senzatetto è stato proposto di lasciare la strada e andare a vivere nella "Capanna".


In questo periodo abbiamo anche richieste di inserimento dal carcere e dai servizi che si occupano di dipendenze: manteniamo la disponibilità all'accoglienza, chiediamo solo di rispettare un periodo iniziale di quarantena. Per attuarla ci stiamo attrezzando con appartamenti in varie parti d’Italia in cui poter svolgere questo periodo di isolamento iniziale, nel caso in cui l'ente inviante non sia in grado di garantirlo.»  
 
Nei giorni scorsi abbiamo letto la notizia della trasformazione di una vostra struttura alberghiera a Cattolica per accogliere i pazienti da Covid-19. Perché questa scelta?

«Tutti i beni e le strutture della nostra Comunità vengono utilizzati primariamente per chi è in condizioni di bisogno. Questo è un albergo che ci è stato donato e che viene utilizzato, oltre che per i normali turisti, anche per gruppi e famiglie che hanno persone con disabilità o altre forme di disagio. Ma quando c’è un’emergenza occorrono misure straordinarie. Negli anni scorsi era stato già adibito all’accoglienza dei profughi. Ora abbiamo deciso di accogliere questi nuovi poveri, che per la loro contagiosità vengono visti come degli appestati. Abbiamo organizzato il tutto in accordo con l’Asl e la Prefettura, adottando le necessarie misure di sicurezza. È stato il primo intervento di questo tipo in Italia.
Un operatore con tuta, guanti e mascherina, prepara un letto
Un operatore, dotato degli adeguati sistemi di protezione, prepara una stanza dell'Hotel Royal di Cattolica attrezzato per accogliere i pazienti da Covid-19 che necessitano di un periodo di isolamento

Un altro tipo di emergenza che stiamo affrontando in alcune regioni è quello dei minori che non possono temporaneamente rimanere con i loro genitori perché entrambi positivi: abbiamo già dato disponibilità all’accoglienza presso alcune case famiglia e stiamo valutando anche l’apertura temporanea di strutture dedicate a questo scopo.»

L'emergenza Covid-19 nel mondo e le scelte dei missionari


La Comunità Papa Giovanni XXIII è presente in molti Paesi del mondo. Com’è la situazione? Che input ti arrivano in questo periodo dalle terre di missione?

«Pur essendo chiuso in casa come tutti, grazie a internet mantengo i contatti con i nostri fratelli e sorelle che condividono la vita con gli ultimi in tutto il mondo. Anzi, paradossalmente ho più tempo di prima per mantenere queste relazioni, sia singolarmente che attraverso incontri web, che facciamo spesso per aree geografiche: Asia, Europa del nord, Europa dell’est… Il Covid-19 è arrivato dappertutto, sia pure in forma diverse. In Africa quello che si spera è che essendoci una popolazione molto giovane il virus sia meno aggressivo. In Cina le nostre missionarie sono le prime che hanno sperimentato l’isolamento e ora piano piano stanno tornando alla normalità.
Una cosa bella è che i nostri missionari hanno scelto tutti di rimanere a condividere la vita dei poveri là dove sono, anche se si tratta di Paesi che non hanno strutture sanitarie di eccellenza come qui in Italia.»
 
Siamo entrati nel triduo pasquale, tempo di raccoglimento, di esami di coscienza. Qualche suggerimento?  

«Questa crisi, ho già avuto modo di dire, non è per la morte ma per la vita. Sono certo che ne usciremo rafforzati, soprattutto nel sentirci parte di un’unica grande famiglia umana. Le nostre coscienze però devono sentirsi serenamente ma anche criticamente interpellate. Non è più sostenibile un ritmo di vita come quello che la nostra società proponeva.»

Un nuovo stile di vita

In che senso?

«Penso anzitutto a cose molto semplici che potremmo cambiare. Questa situazione ci sta facendo sperimentare uno stile di vita che ha anche aspetti positivi. Ad esempio come Comunità stiamo gestendo tutti i nostri incontri via web. C’è molta partecipazione, anche da parte di chi vive in Paesi del mondo molto lontani tra loro, si riesce a lavorare bene, si sta di più in famiglia, si viaggia e si inquina meno. Questo non sostituisce l’incontro di persona, che è importante, ma sicuramente stiamo imparando molto. È importante una riflessione, partendo magari da quanto ha scritto Papa Francesco nella Laudato si’ di cui ricorre quest’anno il quinto anniversario. È stata profetica in molti aspetti ma finora poco ascoltata.»
 
Oltre allo stile di vita personale, ti aspetti anche cambiamenti sul piano economico e sociale? Se i dati sui nuovi contagi dovessero continuare a diminuire, fra poco in Italia entreremo nella fase 2 e avremo un progressivo allentamento delle misure restrittive. 

«Sicuramente non sarà più come prima. Sul piano del lavoro, ad esempio, si parla di portare il telelavoro a quote del 40-50%: sarebbe una rivoluzione. Il lavoro lo devi valutare sui risultati e non tanto sulla presenza in ufficio. Questo potrebbe dare molta più attenzione e spazio alla vita familiare. Inoltre agevolerebbe chi ha disabilità di tipo motorio. Cambiamenti strutturali ci saranno certamente anche nella scuola, se non altro perché pur finendo la fase acuta dell’emergenza avremo sicuramente da rispettare per un certo periodo forme di distanziamento sociale.»

Prevedi tempi difficili?

«Ma anche cose belle. In questo tempo in cui ci manca la possibilità di frequentare le persone a noi care, stiamo riscoprendo il valore e l’importanza delle relazioni. Prima era tutto un gran correre. Dobbiamo ristabilire le priorità.»

Una follia continuare a spendere per gli armamenti

 
Di fronte al nuovo nemico che minaccia l’umanità i veri difensori sono apparsi medici e infermieri che danno la vita per salvare quella altrui. Da varie parti – anche dalla Comunità Papa Giovanni – è arrivato l’appello a rivedere il modello di difesa e riconvertire le spese militari in misure che tutelino davvero la salute e la vita delle persone. Anche qui vanno riviste le priorità?

«Sicuramente! È una follia spendere per gli armamenti, tanto più in questa situazione. Il Covid-19 ci ha fatto vedere chiaramente che siamo un unico popolo, che siamo tutti interconnessi. Anche se l’Italia uscirà dall’emergenza, molto dipenderà poi da come si muoveranno gli altri Paesi europei, da come si muoverà l’America. È una follia che ogni Stato continui ad alimentare i propri arsenali. Anche perché poi non abbiamo le risorse da investire per ciò che veramente conta. Le forze dell’ordine stanno facendo un lavoro prezioso sul versante civile, ma quello che si sta spendendo per gli armamenti è assurdo. La guerra stessa è una follia. Il Papa e il segretario generale dell’ONU Guterres hanno chiesto un cessate il fuoco mondiale per consentire ai popoli di fronteggiare questa emergenza comune. Se ciò avvenisse sarebbe un grande segno dei tempi.»
 
Come passerai la Pasqua?

«In famiglia, naturalmente. Con mia moglie stiamo passando molto più tempo assieme da quando c’è l’emergenza. Al mattino assistiamo in streaming alla messa di Papa Francesco. Non si può fare la comunione eucaristica ma è possibile quella spirituale. Seguiremo anche le varie celebrazioni del triduo pasquale e i suggerimenti proposti dal nostro vescovo e il nostro parroco.
Come Comunità proponiamo inoltre di seguire on line la Via Crucis organizzata a Bucarest dal nostro missionario don Federico Pedrana e i suoi ragazzi. Così pure la messa che ci sarà il Lunedì dell’Angelo. Poi proseguiremo con una “messa comunitaria mondiale”, disponibile a tutti via web, per l’intera durata dell’emergenza, ogni venerdì alle 15. È l’ora in cui Gesù muore, ma poi risorge, e questo ci dà grande speranza.»
 
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