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22 Gennaio 2021
Ultima modifica: 22 Gennaio 2021 ore 09:28

Il patto di Papa Francesco

Il Recovey Plan potrebbe essere l'occasione per rivedere i criteri dello sviluppo economico. Ma serve coraggio e capacità di innovazione. Rilanciamo l'appello di Francesco.
Foto di ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Cinque anni dopo la Laudato si' in cui aveva lanciato un appello ad affrontare con urgenza la crisi sociale e ambientale, Papa Francesco propone un nuovo rinascimento economico. E per sovvertire l'attuale sistema punta su una nuova generazione di economisti, imprenditori e innovatori sociali.
Il tono pacato e la morbida cadenza latinoamericana, così piacevoli all’ascolto, a volte rischiano di non far emergere la forza delle parole di Papa Francesco. È quanto è successo in occasione del videomessaggio con cui il 21 novembre scorso si è concluso il grande evento mondiale The economy of Francesco. Anche il fatto che il discorso non sia stato pronunciato ad Assisi davanti ad una folla di convenuti – come era previsto prima dell’emergenza Covid – ma diffuso attraverso internet, ha ridotto l’attenzione mediatica e fatto inevitabilmente sfumare la portata storica di questo dialogo tra il pontefice e migliaia di giovani economisti, imprenditori e “changemakers” di 115 Paesi del mondo (circa 2000 gli iscritti, ma oltre 23 mila quelli collegati secondo l’Ansa).
Al centro del messaggio c’è il patto che Francesco vuole stringere con loro, per conferire una sorta di mandato.
Papa Francesco cammina dando la mano a giovani di diverse nazionalità
Foto di James Logan

L’urgenza di cambiare rotta per salvare l’uomo e la terra in cui esso abita, Francesco l’aveva già evidenziata 5 anni fa con l’enciclica Laudato si’. Ma ora, parlando virtualmente dalla città di Assisi per evidenziare la stessa matrice di pensiero, sembra voler dire che non c’è più tempo, bisogna agire.
Solitamente per accedere a ruoli di responsabilità viene chiesta un’età minima. Francesco fissa invece un’età massima: 35 anni. Quasi a voler dire: per salvare l’umanità e la sua “casa comune” non basta qualche correttivo, serve qualcosa di radicalmente nuovo e gli attuali adulti sono troppo coinvolti nel modello di sviluppo che hanno creato per poterlo davvero superare.
Vengono in mente le parole di don Oreste Benzi quando già a metà degli anni ’90 diceva che «la società del profitto è inconvertibile, va sostituita creando nuovi mondi vitali».

«O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra!»

Francesco si rivolge ai giovani con parole pesanti, che scuotono: «Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra!» E dà loro una sorta di mandato: «Se non vogliamo che questo succeda, siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati con intelligenza, impegno e convinzione, per arrivare al nucleo e al cuore dove si elaborano e si decidono i temi e i paradigmi».
Il clima ricorda quello narrato nel capitolo 1 del Vangelo di Luca, quando Gesù invia i settantadue ad annunciare la novità del “regno” che lui aveva portato. Ma la società nel frattempo si è evoluta e qui la mission è più complessa.
«Abbiamo bisogno di un cambiamento», lo «vogliamo» e lo «cerchiamo», dice il Papa, ma «il problema nasce quando ci accorgiamo che (…) non possediamo risposte adeguate e inclusive; anzi, risentiamo di una frammentazione nelle analisi e nelle diagnosi che finisce per bloccare ogni possibile soluzione». Perché qui non si sta parlando di alleviare le sofferenze di chi si trova in condizioni di povertà ed emarginazione, ma di modificare un sistema che continua a creare poveri ed emarginati. Un esempio per tutti è il tema della fame. Citando la Caritas in veritate di Benedetto XVI, Francesco sottolinea che essa «non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale». 
Allora per trovare le risposte necessarie, prosegue, «è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, avviare processi, tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze».

Le tre piste di lavoro proposte da Papa Francesco 

Francesco non dà soluzioni ma propone dei criteri da seguire per questo compito che affida ai giovani.
Anzitutto individua tre piste di lavoro, attingendo alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II: «Ogni sforzo per amministrare, curare e migliorare la nostra casa comune – dice – se vuole essere significativo, richiede di cambiare “gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società”.» Il primo riguarda principalmente i cittadini e le famiglie, il secondo le imprese e il mercato, il terzo la politica e le istituzioni. Solo agendo contemporaneamente sui tre livelli si può innescare un vero cambiamento. «Senza fare questo - aggiunge - non farete nulla». 

Terzo settore: attenti all’assistenzialismo

Francesco invita a non delegare il problema delle disuguaglianze al mondo del no profit: «Non basta neppure puntare sulla ricerca di palliativi nel terzo settore o in modelli filantropici. Benché la loro opera sia crucialenon sempre sono capaci di affrontare strutturalmente gli attuali squilibri che colpiscono i più esclusi e, senza volerlo, perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare.» Non basta puntare sulla riduzione del danno, direbbe don Benzi: occorre «rimuovere le cause dell’emarginazione».
«Infatti, non si tratta solo o esclusivamente di sovvenire alle necessità più essenziali dei nostri fratelli – precisa Francesco –. Occorre accettare strutturalmente che i poveri hanno la dignità sufficiente per sedersi ai nostri incontri, partecipare alle nostre discussioni e portare il pane alle loro case. E questo è molto più che assistenzialismo: stiamo parlando di una conversione e trasformazione delle nostre priorità e del posto dell’altro nelle nostre politiche e nell’ordine sociale.»

Non per gli ultimi ma con gli ultimi

Nel nuovo processo che si vuole attivare, gli attuali emarginati non devono essere meri destinatari di interventi correttivi ma protagonisti del cambiamento. «Cari giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti d’azienda – sottolinea Francesco – è tempo di osare il rischio di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità in cui le persone, e specialmente gli esclusi (e tra questi anche sorella terra), cessino di essere – nel migliore dei casi – una presenza meramente nominale, tecnica o funzionale, per diventare protagonisti della loro vita come dell’intero tessuto sociale. Non pensiamo per loro, pensiamo con loro.»
È il passaggio dall’assistenza alla condivisione, su cui la Comunità Papa Giovanni XXIII ha costruito fin dalle origini tutta la propria azione.

Il fine non è la crescita economica ma ridurre le disuguaglianze

Ma qual è l’obiettivo? Da anni le ricette economiche, di destra e di sinistra, ribadiscono come un mantra che è la crescita. Ma «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica» avverte Francesco citando la Populorum progressio di Paolo VI. «Ogni programma, elaborato per aumentare la produzione, non ha in definitiva altra ragion d’essere che il servizio della persona. La sua funzione è di ridurre le disuguaglianze, combattere le discriminazioni, liberare l’uomo dalle sue servitù. […] Non basta accrescere la ricchezza comune perché sia equamente ripartita, non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare». Era il 1967 quando Paolo VI pubblicò questa enciclica e il mondo nord-occidentale viveva una crescita tecnologica ed economica senza precedenti, ma questo appello a promuovere uno «sviluppo umano integrale» non è stato ascoltato e dopo 50 anni siamo arrivati a conseguenze così gravi da spingere l’attuale Papa a proporsi come punto di riferimento per un cambiamento che non può più attendere. 

Una nuova solidarietà internazionale

Ad essere coinvolto è l’intero pianeta, e per questo Francesco ha convocato giovani da tutto il mondo. Non sarà una battaglia facile perché gli interessi in gioco sono enormi, ma il Pontefice sembra avere fiducia nelle capacità della nuova generazione che sta emergendo: «Molti di voi avranno la possibilità di agire e di incidere su decisioni macroeconomiche, dove si gioca il destino di molte nazioni». Non sono però cose che si improvvisano: «Questi scenari hanno bisogno di persone preparate, “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”  (Mt 10,16), capaci di “vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza”», promuovendo un «modello di solidarietà internazionale che riconosca e rispetti l’interdipendenza tra le nazioni e favorisca i meccanismi di controllo capaci di evitare ogni tipo di sottomissione». 
Si tratta di riprendere in mano concetti come la proprietà privata, il mercato, il debito, gli strumenti finanziari, e di finalizzarli ad un bene comune superiore e comprensivo di quello individuale o nazionale. Abbinando elaborazione teorica a sperimentazioni concrete.

L’economia di condivisione

È in questo percorso che si inserisce l’apporto dato dai 17 giovani della Comunità Papa Giovanni XXIII intervenuti dall’Italia e altri Paesi del mondo nei diversi “villaggi tematici” di The economy of Francesco portando quella che hanno battezzato come “economia di condivisione”. «I nostri delegati sono stati molto contenti di questa esperienza, nonostante il limite di aver potuto incontrarsi solo virtualmente – spiega Matteo Santini, animatore del settore giovani della Comunità e coordinatore del gruppo Under 18 – tanto che chi ha partecipato continua a rimanere in contatto. Sono nate nuove relazioni costruttive a livello internazionale, proprio come voleva Papa Francesco». Dell’apporto dato dalla nostra Comunità – aggiunge – «è stata apprezzata soprattutto la concretezza, il fatto che l’elaborazione teorica nasca dalla scelta di condividere concretamente la vita degli ultimi. Ora stiamo cercando il modo di far conoscere ancora di più queste esperienze.» 

La pandemia come opportunità

Il seme è gettato. Le cose possono cambiare ma serve che i nuovi economisti, imprenditori e change makers sviluppino un nuovo pensiero forte che non si faccia indebolire – dice Francesco – dal «si è sempre fatto così», o irretire dalla «tristezza dolciastra e insoddisfatta di quelli che vivono solo per se stessi».
«Un futuro imprevedibile è già in gestazione; ciascuno di voi, a partire dal posto in cui opera e decide, può fare molto – esorta –; non scegliete le scorciatoie, che seducono e vi impediscono di mescolarvi per essere lievito lì dove vi trovate.»
Sarà un processo lungo ma questo per Francesco è un tempo decisivo: «Passata la crisi sanitaria che stiamo attraversando, la peggiore reazione sarebbe di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di autoprotezione egoistica. Non dimenticatevi, da una crisi mai si esce uguali: usciamo meglio o peggio. Facciamo crescere ciò che è buono, cogliamo l’opportunità e mettiamoci tutti al servizio del bene comune.»