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26 Maggio 2020

Il santo della gioia

Il 26 maggio la Chiesa ricorda San Filippo Neri, presentato al grande pubblico dal memorabile film "State buoni se potete"
«Se volete eccessi fateli con la dolcezza, la pazienza, l'umiltà e la carità»
Il 21 luglio 1515 Filippo nasce a Firenze da Francesco e Lucrezia. Nel 1532 lascia i genitori per andare a lavorare da uno zio. Nel 1533 si trasferisce a Roma dove raduna i ragazzi di strada, li avvicina alle celebrazioni liturgiche facendoli divertire, cantando e giocando. Nel maggio 1551 viene ordinato prete e si dedica pienamente al sacramento della confessione, ad incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, dando così il via all’Oratorio. Nel 1575 papa Gregorio XIII riconosce canonicamente la “Congregazione dell’Oratorio”, congregazione secolare, senza voti obbligatori (che la differenzia da tutti gli altri ordini religiosi), senza una regola troppo severa, con una forma di organizzazione democratica e gelosa della propria indipendenza.
Gli anni che vanno dal 1581 al 1595 sono segnati da terribili malattie, guarigioni e ricadute continue. Si spegne all’età di 80 anni, il 26 maggio 1595. È proclamato santo nel 1622. La sua memoria liturgica coincide con il giorno della sua morte: il 26 maggio.
Nel giorno della Pentecoste del 1544 una straordinaria effusione di Spirito Santo causò a Filippo la dilatazione del cuore e delle costole, evento scientificamente attestato dai medici dopo la sua morte. In questa profonda esperienza mistica, lo Spirito Santo lo aveva incendiato d’amore per svolgere un ruolo essenziale nel rinnovamento della Chiesa.

I giovani erano attirati dalla gioia che dimostrava

In un’epoca che imponeva una disciplina rigorosa, Filippo condusse molte persone al Signore attraverso la letizia dello spirito che sgorgava dalla sua unione con Dio, tanto da essere definito “santo della gioia” o “giullare di Dio”.
Riuniva nel suo Oratorio non solo i poveri figli della strada, ma anche i giovani di famiglia benestante, li nutriva con la parola di Dio, li faceva giocare e cantare, li circondava di stima e di affetto, naturalmente aiutato dal suo carattere estroverso e gioviale, dalla battuta pronta e adatta a ciascuno. Nell’Oratorio, Filippo non voleva regole: tutto doveva essere caratterizzato dalla spontaneità e dalla semplicità, perché ognuno si sentisse a suo agio. Amava ripetere: «La nostra sola regola è l’amore». Le preghiere giornaliere, le processioni, le conversazioni spirituali, venivano proposte in maniera attraente, gradita, senza esagerazioni, elevando sempre più a Dio le coscienze. Attirati dalla sua spiritualità impegnava preti e laici, giovani e anziani, in opere di carità tra gli ammalati, gli orfani e i poveri, facendo loro sperimentare la comunità cristiana come descritta negli Atti degli Apostoli.
Non era un grande oratore, ma nella sua piccola camera confessava e conduceva al bene. Buttò all’aria le penitenze espiatorie allora in uso e riportò la confessione all’incontro con l’amore di Cristo. Leggeva nelle profondità dei cuori e gli bastava un sorriso, uno sguardo, una carezza per portare serenità, consolazione, conforto.
Preghiamo perché ogni prete possa avere il petto bruciante d’amore e dilatato dalla grazia come Filippo.