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22 Maggio 2026
Ultima modifica: 22 Maggio 2026 ore 15:07

Addio a Carlo Petrini: il visionario che ha insegnato al mondo la sacralità della terra

Si è spento a 76 anni il fondatore di Slow Food e Terra Madre.
Addio a Carlo Petrini: il visionario che ha insegnato al mondo la sacralità della terra
Foto di Ezio Zigliani
Ci lascia Carlin Petrini, rivoluzionario del pensiero ambientalista e alleato fraterno di Papa Francesco nella custodia del Creato. Lo ricordiamo riproponendo l'intervista esclusiva del 2014 in occasione dell'uscita del suo libro Cibo e libertà, un vero e proprio testamento spirituale e politico.
Ci ha lasciati, nella tarda serata di ieri, 21 maggio 2026, Carlo Petrini all'età di 76 anni.  Il fondatore di Slow Food e Terra Madre si è spento all'età di 76 anni nella sua casa di Bra, in provincia di Cuneo, la stessa terra in cui era nato il 22 giugno del 1949. Gastronomo, sociologo, scrittore e firma di *La Repubblica*, "Carlin" — come tutti lo chiamavano affettuosamente — è stato una delle figure più autorevoli e rivoluzionarie del pensiero ambientalista, sociale e culturale contemporaneo.
Dopo gli studi in sociologia e l'impegno politico, negli anni '80 Petrini ha fondato Arcigola, trasformata nel 1989 in Slow Food, un movimento internazionale nato come risposta culturale al modello "mordi e fuggi" dei fast food. Da quella prima intuizione sono nate la rete globale di Terra Madre, il Salone internazionale del Gusto di Torino e l'Università delle Scienze gastronomiche di Pollenzo. Il suo impatto globale è stato tale da spingere il quotidiano inglese *The Guardian* a inserirlo tra le "50 persone che potrebbero salvare il pianeta", fino al conferimento, nel 2013, del premio *Campione della Terra* da parte delle Nazioni Unite.

Oggi, per ricordare la sua straordinaria empatia, la sua ironia e la profondità del suo messaggio, vogliamo riproporre ai lettori di Sempre News un'intervista che Carlo Petrini mi rilasciò nel maggio del 2014. In quelle parole, animate da una profonda "spiritualità laica" e da un amore viscerale per i contadini e la giustizia sociale, si ritrova intatta tutta la forza della sua visione. Una lezione che oggi, nel momento del dolore, diventa il suo testamento più grande.
Lo abbiamo incontrato in un'occasione speciale: la presentazione del suo libro Cibo e libertà e il suo atteso dialogo con i ragazzi delle scuole superiori.
Un pensiero profondo, il suo, capace di superare ogni steccato ideologico. Non è un caso che proprio da questa visione sia nato un legame straordinario e di rara intensità con Papa Francesco. Un'amicizia nata al telefono e nutrita da una profonda stima reciproca, in cui l'intellettuale agnostico e il Pontefice si sono scoperti alleati fraterni nella difesa degli ultimi e della "casa comune". Quella stessa "teologia delle nonne" e quell'ecologia integrale che Bergoglio avrebbe poi consacrato nell'enciclica *Laudato si'* — alla cui genesi Petrini ha idealmente contribuito con le sue battaglie storiche — trovano in questa intervista una radice pura pulsante e profetica.

Carlo Petrini intervistato da Nicoletta Pasqualini
Foto di Alessio Zamboni


L'intervista:

È un signore elegante e alto che ha superato la sessantina. Lo sto aspettando per un'intervista prima di un incontro che terrà con i ragazzi delle superiori. Mentre io sono un po' preoccupata per i tempi tirati, lui, Carlo Petrini, il padre di Slow food e della rete Terra Madre, il “santo della gastronomia liberata” come lo definirà il giornalista che lo presenterà di lì a poco, non sembra curarsene. Lento, lento mi sembra dire il suo andazzo. Lento, appunto, “tranqui'” come direbbero i miei figli. E infatti niente ansia, mi mette subito a mio agio. In attesa che la sala si riempia, ci collochiamo sulla scala antincendio, circondata dal verde delle cime degli alberi rese fluorescenti dal sole ancora alto. Petrini ascolta le domande e come un istrione mi inoltra nel mondo dei sapori e del gusto. Quel gusto però che sa di giustizia e libertà. «È importante – sostiene – conservare la memoria per capire da dare veniamo e coltivare l'ambizione per le generazioni future per capire dove andiamo».

Tutto parte da un piccolo paesino del cuneese, Bra. Una provincia agricola in cui grandi tradizioni enogastronomiche diventano cultura. Tutto ciò «fa parte del nostro DNA – racconta –. Dopodiché l'impegno, l'attenzione, lo sguardo, aperto in particolar modo verso le disuguaglianze, che anche a livello planetario si consumano quotidianamente attorno alla questione del cibo, mi hanno portato a considerare questo come uno degli argomenti nodali dell'impegno culturale e politico».
È il 1989 quando Carlo Petrini, detto il “Carlin”, concretizza l'idea di Slow Food, diventato uno stile di vita ormai sparso in tutto il mondo, una svolta alla mentalità del “mordi e fuggi” dei fast food. Come una lumachina, che è il brand del movimento, giorno dopo giorno si sono messe le basi per far crescere una cultura enogastronomica e dell'alimentazione vissuta con consapevolezza, qualità. «Buono, pulito e giusto» recita lo slogan. Un'utopia, dice lui, che si è estesa in 170 paesi del mondo con Terra Madre, una costola di Slow Food, che organizza gruppi di contadini, pescatori, nomadi, comunità di artigiani attorno alla protezione, alla distribuzione e condivisione del cibo. In Africa, ad esempio, sono attivi 10.000 orti, “giardini della biodiversità” organizzati dalle comunità del posto che raccolgono le varietà locali, alcune in via di estinzione.
E oggi, con l'uscita del suo nuovo lavoro Cibo e libertà, marca un concetto fondamentale: quello della “gastronomia per la liberazione”. Il cibo che attraverso la gastronomia potrà renderci liberi «se tornerà ad essere il “nostro” cibo», esprimendo le diverse culture e inclinazioni. Raccontando le storie dei protagonisti del cambiamento, Petrini analizza anche le disuguaglianze, le oppressioni e gli scempi compiuti sull'ambiente e sulle persone. «Questo sistema sta distruggendo la fertilità dei suoli. Da vent'anni a questa parte la terra è diventata drogata dalla chimica – sottolinea –. Vogliamo da lei performance sempre più grandi». Poi c'è la questione dell'acqua, che sarà, dice, la causa delle guerre. E la conseguente perdita di biodiversità. Ma è convinto: «Tutti insieme possiamo farcela», e lo dice in dialetto piemontese sperando che «così come le parole italiane “Terra Madre” sono diventate patrimonio di tutti noi in tutto il mondo, anche Tuti ansema podoma féila possa diventare un modo di dire, di sentire, largamente condiviso».

A 25 anni dalla nascita di Slow Food. A che punto siamo?

«Questo sistema alimentare non ha ancora risolto le sue enormi contraddizioni e bisogna lavorare sul fronte educativo e produttivo, cercando di ridare valore al cibo, proprio perché ha perso la sua valorialità. È diventato merce, merce soggetta a speculazioni, e perciò sta generando dei grandi problemi sia dal punto di vista sociale che ambientale. In particolare viviamo un momento di schizofrenia perché non si è mai parlato così tanto di cibo, con trasmissioni televisive in ogni colomba, mentre non ci sono più contadini. Queste dinamiche sono perverse e ci devono vedere impegnati a lavorare ulteriormente».

Non si sente di lottare contro i mulini a vento? In fondo lei parla di cibo, di slow food, di biodiversità ma tutto è in mano alle multinazionali, ai grandi sistemi alimentari.

«Questo è vero. Tuttavia siamo in presenza di una crisi che non accenna a diminuire e se da questa crisi entropica – vale a dire che consumiamo più energia di quella che produciamo – si pensa di uscirerne con i vecchi comportamenti, non se ne uscirà mai. Siamo entrati nel sesto anno di crisi, che porta tutti a riflettere sull'insostenibilità dei vecchi paradigmi. Uno di questi è proprio lo spreco, la cattiva distribuzione, la mortificazione dei contadini che non ricevono una remunerazione corretta, la diseducazione delle persone. Sarà anche la crisi ad aiutarci a favorire i cambiamenti».

I nuovi paradigmi che sostiene?

«Il rifiuto dello spreco. Il sostegno all'agricoltura locale. Se poi ci sono contadini biologici, sostenerli due volte. Con quello che risparmiamo sprecando di meno paghiamo un po' più giustamente un contadino. La terra è bassa, e il contadino che lavora bene va premiato. Dov'è la crescita? Ci siamo seduti sopra al nostro patrimonio culturale economico. Le occupazioni che sono state derise diventeranno estremamente moderne».

Il cibo visto come strumento di liberazione per lottare contro le disuguaglianze?

«Assolutamente. Qual è la disuguaglianza più grossa? Ci sediamo la sera nel grande tavolo dell'umanità ed una parte di questa umanità non mangia. È come se andassimo a cena in famiglia: tre figli mangiano e disquisiscono, sentono i profumi, e agli altri tre non gli si passa neanche il piatto per mangiare. Questa è disuguaglianza sociale, politica. Non è più tollerabile che nel 21esimo secolo si muoia per fame»
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E si continua a sprecare.

«Non si buttava via niente nell'economia agricola. È questo andazzo che ci sta rendendo tutti più vuoti nello spirito, nella mente e anche nel cuore, bramosi di accaparrare e consumare».

Ritorniamo alla sacralità del cibo.

«Basta aprire i nostri frigoriferi e vedere che tombe di famiglia teniamo in casa: prezzemolo che è lì da 20 giorni… vasetti di conserva con una leggera muffa che poi vanno a finire nella spazzatura… ma fai qualcosa! Il cibo è energia. Quando usciamo dal grembo materno non vediamo niente ma cerchiamo subito la mammella della mamma, questo è il gusto della sacralità, un grande gesto d'amore. Invece ci stiamo rimbecillendo di pornografia alimentare. Ben diceva quel grande re profeta laico, Pier Paolo Pasolini, nel 1968: ”Il giorno in cui il nostro paese perderà i contadini non avrà più storia”. E noi stiamo andando a tappe forzate verso questa situazione».

Lei parla di ritorno alla terra. Qual è la sua ricetta?

«Ridare valore al cibo, che vuol dire non sprecarlo. Vedere nella gastronomia una scienza complessa e multidisciplinare. Non esiste solo il piacere alimentare ma anche il rispetto della natura, la sacralità del cibo, la conoscenza dei sistemi produttivi, l'educazione. Un atteggiamento a 360° può favorire un cambiamento di paradigma».

 
Mellea, il chiostro con il mandorlo

E la politica?

«Dormi, pensa solo a ridurre i costi. Dobbiamo dare una prospettiva ai giovani».
Questo senso di spiritualità legato alla terra ha a che fare con una sua ricerca di infinito?
«Ma che cos'è l'infinito, me lo provi a dire lei…».

Quel rapporto con l'oltre, con Dio che ha creato l'umanità…

«Ecco, intendo allora una scelta religiosa. Sono un agnostico, tuttavia rispetto una dimensione spirituale che non penso appartenga solo a coloro che hanno una fede. La spiritualità è un patrimonio che tutti dobbiamo coltivare e consiste nel rispetto degli altri, della natura, nella non arroganza, nella generosità. Valori spirituali che indipendentemente dall'essere credenti o no, si possono condividere».

The Guardian l'ha posizionato tra le 50 persone che potrebbero salvare il pianeta. Non la fa sentire un po' imbarazzato?

«Non solo imbarazzato, sarebbe una brutta cosa se questo fosse vero. Quindi, come si dice nel mio Piemonte: “Esageruma nen”. Non esageriamo!».

Papa Francesco e l'agnostico

Per la prima volta rivela del suo dialogo con il Papa. «Pensi, un agnostico e gastronomo che accetta la proposta del Papa». Petrini, infatti, aderisce al digiuno del 9 settembre 2013 per la guerra in Siria. «Mi ha trovato totalmente d'accordo». Così, preso dall'entusiasmo, gli manda il libro Terra Madre ed un articolo che aveva scritto in occasione della visita del Papa a Lampedusa. «È andato a Lampedusa per una questione antropologica perché anche lui è figlio di immigrati. E in quello stesso mare dove oggi muoiono i neri, morivano piemontesi e veneti che andavano a cercare lavoro».
Dopo 20 giorni arriva la telefonata del Papa: «Volevo ringraziarla per quello che mi ha mandato. Mio papà e mio nonno dovevano prendere il piroscafo “Principessa Mafalda” (affondato nel 1927), ma non avevano abbastanza soldi, così sono partiti un anno dopo».
“Carlin” rimane colpito. Si seguono tra i due una serie di racconti e battute di analisi economica attraverso la “teologia delle nonne”. Il passaggio dall'economia agricola basato sulla sussistenza a quella tipica dell'industria, fatta di accumulo del denaro, che ha trasformato il contadino in imprenditore. «Sa cosa diceva mia nonna? – gli racconta il Papa – Che quando moriamo, nel sudario non ci sono le tasche». Petrini gli racconta poi della nonna cattolica che sposò un socialista fondatore del partito comunista a Bra a cui il prete, in seguito alla scomunica dei comunisti da parte di Benedetto XII nel 1949, non dette l'assoluzione. E lei tranquilla rispose: «Se la tenga!».
Dopo un po' gli arriva una lettera del Papa, in cui lo ringrazia per quella conversazione che lo faceva ancora ridere. «Peccato li facciano santi quando sono morti!» commenta Petrini. Nella lettera di Francesco ci sono anche parole di incoraggiamento per la sua opera: «C'è tanto bisogno di persone, di associazioni che favoriscono la coltivazione e la custodia del creatore per fare crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia ​​abitabile per tutti in armonia». E chiudendo con un «Fraternamente Francesco».
«I socialisti si salutavano così – analizza Petrini –. La fraternità è uno dei valori fondamentali della rivoluzione francese. La fraternità è propedeutica all'uguaglianza. È un'impresa difficile confrontarsi per “coltivare il creato”, come dice Papa Francesco. Io dico “coltivare la terra” e custodirla in tutte le sue forme. La terra siamo noi e un giorno torniamo lì».
 

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