22 Agosto 2019

Cevoli al Meeting racconta storie di riscatto

Una serata a sorpresa per raccontare l'esperienza CEC - Comunità Educante con i Carcerati - promossa dalla Papa Giovanni XXIII
Capriole: sono quelle di chi è caduto e si è rialzato, di chi ha sbagliato e ha rimediato. Al Meeting di Rimini il comico e alcuni ragazzi usciti dal carcere, si raccontano insieme a chi ha scelto di dare la vita per trovare strumenti che potessero rieducare anzichè semplicemente punire e isolare.
Metti una sera al Meeting con un fuoriprogramma d’eccezione condotto dal comico Paolo Cevoli. Che per una volta non fa il mestiere che così bene gli riesce (far ridere la gente) ma introduce da par suo alla conoscenza della Cec, la Comunità educante con i carcerati, il progetto della Comunità Papa Giovanni XXIII che si occupa degli uomini che finiscono dietro le sbarre. C’è un’amicizia ed un coinvolgimento di Cevoli con la Cec: presto l’attore uscirà sul web con una serie che si chiama Capriole, come quella compiuta da Dante nel suo viaggio nell’aldilà: sprofondato negli inferi e poi risalito. Capriole, storie di fallimenti e di rinascite.
Sul palco, insieme a Cevoli, ci sono quattro giovani, fra i tanti, che nelle strutture della Cec hanno compiuto la personale capriola che li ha restituiti alla vita. E con loro non poteva mancare Giorgio Pieri, il responsabile del progetto.

Il sogno di don Benzi parte dal Brasile

“Le cose belle prima si fanno e poi si pensano”, diceva don Oreste Benzi. E la cosa bella che desiderava fare Giorgio era quella di aprire una casa in cui i carcerati fossero recuperati, che interrompessero definitivamente quell’andirivieni dalle sbarre. Don Oreste lo ha spinto ad andare avanti nel suo sogno, un viaggio in Brasile a conoscere le Apac, le carceri senza guardie dove la recidiva è a livelli minimi. E quindi la nascita della prima Comunità educante con i carcerati. “Noi – scandisce Giorgio – non lavoriamo per i carcerati ma con loro. Noi stessi siamo coinvolti come loro nel processo educativo”.

Storie di riscatto

Daniele, Riccardo, Gustavo, Alfredo,
raccontano le loro storie. Paolo Cevoli, con qualche immancabile battuta, è bravissimo a farle uscire. Sono ragazzi diversi, provenienti da realtà diverse – Milano, Roma, la Puglia, Cuba e Napoli - con storie diverse, eppure mentre le snocciolano davanti al pubblico del Meeting si capisce che al fondo c’è sempre una questione. Una famiglia che si sfascia, un padre violento o assente, ovvero una carenza di amore. Ed una rabbia che cova nel’anima e che trova come una via di superamento la delinquenza. Furti, rapine, violenze, spaccio di droga.  
Finché non accade qualcosa che porta a fare la benedetta capriola.
Daniele, fisico da palestrato, che si riteneva invincibile, si trova a fare i conti con la malattia. E poi, dopo la seconda volta in carcere, tante domande ed il confronto drammatico con il padre. Ha orecchiato della Papa Giovanni XXIII e si fa dare la proposta. La legge insieme agli amici carcerati e ridono scettici di fronte a quelle tante regole impossibili da seguire. “Ma la ferita era aperta – racconta – e di notte, mentre gli altri dormivano – tornavo a leggere quei fogli”.
Nella comunità si scopre poi, come dice Riccardo, che quelle regole sono una frustrazione che aiuta a crescere.

Come funziona questo carcere alternativo

Giorgio Pieri elenca brevemente i principi metodologici su cui si regge la Cec.  Un metodo che è efficace: su 140 carcerati che ogni giorno, escono, 110 tornano a delinquere. C’è un 75 per cento di recidiva. Nelle Cec, la recidiva precipita al 15 per cento. Un affare per la società e per lo Stato che però finora non ha sganciato il becco di un quattrino.
Il primo punto fermo, come diceva don Benzi, è che l’uomo non può essere ridotto al suo errore. C’è una identità e una dignità che sempre può essere recuperata. “Nello sbaglio della singola persona – aggiunge Giorgio - c’è una responsabilità che è di tutti, per recuperare una persona ci vuole l’impegno di tutti. Quindi sono coinvolti anche volontari esterni, che gratuitamente si prendono carico di un recuperando. Nella Cec ci si aiuta insieme, si avvia un processo di pacificazione con le famiglie, si avvia al lavoro, che prima è gratuito, perché si deve risarcire la società, e poi retribuito. In comunità si svolgono incontri personali e di gruppo”.  Cevoli lo sollecita: “Ma perché nelle vostre case c’è sempre la cappella con il Santissimo?”.

Si torna anche a credere in Dio misericordioso

“L’incontro con Dio è proposto a tutti. E così accade che si prenda la strada della riconciliazione.Alcuni tornano a confessarsi dopo 10, 15, 20 anni, uno addirittura dopo 46 anni. L’incontro con la paternità e la misericordia di Dio è vero per tutti. Dio è misericordioso con me, e lo è ancora di più con loro. Vi assicuro che pregare insieme a loro è un’altra cosa, venite a vedere e lo scoprirete. Il cuore di tutti batte per l’assoluto, noi teniamo loro la mano in questo percorso”.  Cevoli gli dà man forte: “Pensate che c’era un musulmano non praticante. Guardando loro, è tornato a riscoprire la propria fede”.
Il tema della misericordia (da cui non si scappa) rimanda al tema del perdono. Chi è stato in carcere, chi arriva alla Cec, ha l’urgenza di perdonare se stesso, di perdonare coloro che ritiene gli abbiano fatto del male (i genitori, la società, ecc.), di ricevere il perdono dalle vittime delle loro azioni. “Guardateli – dice scherzando, ma non troppo Pieri – sono belli sorridenti, ma fuori da un certo contesto sono dei delinquenti. Non dobbiamo mai dimenticarci delle vittime. La nostra è una proposta esigente, è una proposta di cambiamento, chi non l’accetta torna in carcere. E qualcuno lo fa”.
Dal pubblico qualcuno chiede perché molti di loro restano in comunità anche dopo che è finita la pena. “La fine della pena non coincide con la fine del percorso che aiuta a recuperare la propria personalità e le relazioni con gli altri”. E Cevoli aggiunge di suo: “Anche per me non è mai finito il percorso che mi porta a riconoscere la misericordia e a viverla con gli altri”.