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24 Giugno 2021
Ultima modifica: 24 Giugno 2021 ore 07:32

Genere: quei ragazzi in cerca di identità

Il Ddl Zan contro l'omofobia rischia di polarizzare il dibattito su posizioni ideologiche che non tengono conto dei reali vissuti. Le valutazioni di una psicologa impegnata ad accompagnare giovani e famiglie che vivono queste problematiche.
Foto di Jan H. Andersen
La discriminazione e la violenza per motivi legati al genere vanno condannate. Ma la ricerca della propria identità è un cammino complesso, per alcuni motivo di sofferenza, e le strade dell'inclusione sono diverse.
Il DDL Zan, su cui molto si è dibattuto negli ultimi tempi, pone accanto ai concetti di sesso e orientamento sessuale, anche quelli di genere e identità di genere, con l'intento di punire chi discrimina o istiga alla violenza per queste ragioni.
Discriminazione… è facile che questa parola evochi in noi esperienze vissute nella propria vita. Probabilmente oltre il ricordo del o degli eventi, occasionali o ripetuti nel tempo, di certo ricorderemo l’intensità emotiva che abbiamo vissuto: dolore, rabbia, angoscia, solitudine… non sempre e non per tutti facilmente comunicabili.
Per questo nel dibattito attuale tutti concordiamo sul fatto che ogni tipo di discriminazione e violenza contro le persone in ragione del genere sessuale costituisca una violazione dei diritti umani.

Cosa intendiamo per "genere"

Importante, per comprendersi, è anche chiarire il significato dei termini.
“Genere” è una parola che emerge negli anni '70 e include:
  • sesso biologico: maschio o femmina;
  • identità di genere: percezione di “sentirsi a casa” nel proprio corpo sessuato maschile o femminile;
  • ruolo di genere: aderenza alle aspettative sociali riguardanti il proprio sesso;
  • orientamento sessuale: direzione della propria attrazione sessuale.
Ho la sensazione che, in questo dibattito politico, rischiamo di dimenticare tante persone alle quali non viene data voce, che magari non si ritrovano nelle forme di attivismo lgbt, e non ritengono che il loro orientamento omosessuale o la loro disforia di genere debba separarli dal resto della società, come una categoria a parte da proteggere.

Ragazzi e ragazze alla ricerca della loro identità

Nella mia esperienza clinica sto incontrando ragazzi e ragazze alla ricerca della loro identità, con qualche dubbio o già delle certezze in merito al loro orientamento sessuale o alla loro identità di genere: è vero, spesso vivono gravi difficoltà nella sfera personale, affettiva, relazionale, lavorativa.
Prendiamo atto insieme che il contesto  talvolta non è preparato ad “abitare” la diversità. A parole è facile dire che la diversità è una ricchezza, ma quando tocca la nostra identità, il nostro corpo, la nostra storia è umanamente difficile accoglierla come un’opportunità.
Ciò genera sofferenza: la prima tendenza umana molto comune è quella di rifiutarla  e trovarsi a protestare, combattere contro chi l’ha procurata, ribellarsi, trovare ragioni, trovare alleati, difensori, attaccare qualcuno o qualcosa, allontanare “nemici”.
L’affermazione di sé può diventare distruttiva, divide, svaluta, critica, schiaccia l’altro. Ci si accorge a poco a poco che questa tendenza ha un prezzo: si rischia di finire le energie e di trovarsi soli. Sfiniti e soli… Tutt’altro che una buona soluzione in una situazione di sofferenza.

La libertà di scegliere

Con i  pazienti che vivono difficoltà personali e relazionali in merito al genere sessuale, sto imparando che c’è un altro modo di stare nella sofferenza: prenderne atto e rimanendo nella libertà di scegliere.
Si può scegliere di smettere di ribellarsi e si può iniziare a pensare; si puo’ scegliere piuttosto di sentire la sofferenza, di rimanere in silenzio, un silenzio scelto, un silenzio che permette di sentire cosa si muove dentro… un “silenzio generativo”, che permette di scoprire quella sofferenza, di sentire di cosa abbiamo bisogno, che cosa possiamo fare di buono per viverla, come prendercene cura.
Sto imparando che il vero loro bisogno di protezione trova risposta in un percorso di resilienza (capacità di autoripararsi dopo un danno e di riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili).

Il bisogno di appartenere

Anche chi vive queste problematiche desidera, come tutti noi, “appartenere”.
Constato che l’efficacia dell’inclusione sociale di persone con caratteristiche peculiari passa spesso dall’incontro delle diversità, attraverso un dialogo libero e reciproco, in uno scambio arricchente di pensieri ed esperienze.
Non si basa tanto sulla “difesa” dei soggetti o sulla “negazione di caratteristiche peculiari” o sulla“destrutturazione delle differenze”, quanto piuttosto su un lavoro di consapevolezza e di accettazione dei propri limiti, delle proprie potenzialità, e su scelte possibili personali.