Fadda, prima di addentrarci in questo percorso, una curiosità: le “Giornate di don Oreste” sono state un evento unico o è una formula che si pensa di riprendere in considerazione?
«In realtà anche prima dell’anno straordinario dedicato al Centenario di don Oreste si era iniziato a pensare alla Due giorni annuale come un momento aperto, completamente o in parte, anche a chi è vicino alla Comunità pur non aderendo formalmente ad essa. E c’erano già state esperienze di apertura parziale. Le Giornate di don Oreste vissute nel settembre del 2025 hanno avuto un riscontro positivo e ci hanno mostrato il potenziale di coinvolgimento attorno a temi comuni. Dobbiamo però tenere conto che dalla base associativa arrivano due spinte ugualmente importanti.»Quali?
«Da una parte il desiderio di “fare famiglia”, espresso soprattutto da chi vive nelle nostre realtà di accoglienza. C’è il bisogno di incontrarsi e passare del tempo assieme in fraternità, vivendo momenti di confronto e spiritualità per alimentare questa vocazione davvero bella ma anche impegnativa. Dall’altro lato abbiamo membri di Comunità più proiettati all’esterno, che sentono il bisogno di allargare i confini e coinvolgere tutti in un percorso di rinnovamento personale e sociale.»
Come conciliare queste due istanze?
«Come Consiglio dei responsabili abbiamo ipotizzato di trovare una sintesi prevedendo un ciclo triennale: dopo la grande apertura del Centenario, quest’anno e il prossimo faremo una Due giorni dedicata ai membri di Comunità, mentre il terzo anno si potrebbe tornare ad organizzare un evento aperto a tutti, ma è ancora in fase di discussione.»Per chi non è membro della Comunità ci sono altre opportunità di partecipazione?
«Certo, questo avviene continuamente. Sono già in programma nei prossimi mesi appuntamenti dedicati all’affido familiare, al superamento del carcere, alla disabilità, alle dipendenze, e altri ne verranno organizzati, spesso in partnership con altre organizzazioni ed enti.»Tornando alla Due giorni, parafrasando il linguaggio liturgico potremmo dire che nel 2026 si torna al “tempo ordinario”, però nel titolo dell’evento c’è una citazione di don Oreste che sollecita al cambiamento: «I movimenti ecclesiali devono mantenersi in movimento sennò marciscono». Perché questa scelta?
«Ogni anno, per scegliere il tema, consultiamo tutte le zone in cui è articolata la nostra Comunità.La seconda parte del titolo è: “Incarnare il carisma oggi, al cuore della vocazione per affrontare le nuove sfide di evangelizzazione”. Come si affronterà questo percorso?
«La Chiesa insiste molto sul metodo sinodale: vedere, valutare, agire. È un metodo che la nostra Comunità utilizza fin dalle origini. Don Oreste lo sintetizzava con una frase: “Quando la vita interpella la vocazione riunisci la Comunità e rispondi alla vita con la vocazione”. Faremo una fase di ascolto, poi una di confronto e infine vorremmo arrivare a delle scelte concrete che ci consentano di continuare a camminare mantenendo la genuinità del carisma ma rinnovandolo per essere contemporanei alla storia. Sono previsti anche tre sentieri per orientare il cammino.»
Ce li puoi spiegare brevemente?
«Il primo ci rimanda all’aspetto che più ci caratterizza: “I poveri sono i nostri maestri: tornare a meravigliarci della condivisione, specifico visibile della nostra vocazione, per farla risplendere e far innamorare chi può esserne attratto”. Il secondo riguarda più lo stile, il metodo: “Per una Chiesa disarmata con i poveri: percorsi di pace e promozione della nonviolenza per rivoluzionare il mondo”. Infine c’è l’aspetto delle scelte, anche organizzative: “La grande famiglia comunitaria nelle riforme in corso: esperienze, progetti, stili di vita, prassi, lavoro, come rinnovarsi per essere contemporanei alla storia mantenendo identità e carisma”.»Nel suo ultimo intervento pubblico alla settimana sociale dei cattolici, il 19 ottobre 2007, don Oreste diceva che il vero problema per i cattolici è passare dalla devozione alla rivoluzione, e avvisava: «soprattutto le masse giovanili non le avremo più con noi se non ci metteremo con loro per rivoluzionare il mondo». Sono passati quasi vent’anni: ritieni che questo appello sia ancora valido?
«Credo sia estremamente attuale. Nel frattempo c’è stata la pandemia che ha colpito in modo particolare una generazione di giovani. Ora c’è il ritorno della guerra, da cui pensavamo ormai di essere immuni: i giovani oggi vivono in un tempo molto incerto. La questione è urgente. Quando convochiamo i giovani su temi operativi, che hanno come focus superare le ingiustizie, loro rispondono, e sono maggiormente reattivi di chi è frenato dalla difesa delle proprie sicurezze. Credo sia arrivato il momento per i movimenti cattolici di trovare obiettivi comuni senza la preoccupazione di segnare il territorio, ma individuando un orizzonte condiviso verso cui puntare. Uno è senz’altro la pace e la soluzione nonviolenta dei conflitti. Poi la difesa dei diritti umani e la valorizzazione delle risorse del pianeta vissuto come “casa comune” come ci ha indicato Papa Francesco.»Tra i punti all’ordine del giorno nel cammino che hai delineato c’è quello relativo alle nuove forme di appartenenza. Se la Comunità è un ente ecclesiale a cui si aderisce per vocazione, attorno ad essa si è sviluppato un movimento di persone che ne condividono i valori e collaborano di fatto a realizzare le opere che la Comunità promuove e gestisce in Italia e nel mondo. È previsto un coinvolgimento anche di queste persone?
«Non c’è un momento già previsto, ma è un tema che ci interpella. È un dato di realtà che la grande famiglia della Papa Giovanni non è costituita solo dai suoi membri, perché ad esempio ne fanno parte i figli naturali e accolti nelle nostre famiglie e case famiglia, i volontari in servizio civile, i volontari di Operazione Colomba, quelli che operano nelle nostre missioni. Poi abbiamo i tantissimi lavoratori e volontari delle Cooperative sociali promosse dalla Comunità. La sfida può essere quella di armonizzare le buone prassi che già ci sono e metterle a fattore comunque.»Tema forte di queste “Giornate di don Oreste” vissute durante il Centenario è stato la “Società del gratuito”. Può essere questo il nuovo collante che tiene unito il movimento nato dal carisma della Comunità Papa Giovanni XXIII?
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