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28 Maggio 2026
Ultima modifica: 28 Maggio 2026 ore 16:12

Fadda: rinnovarsi attingendo alla fonte del carisma. Sabato e domenica il raduno mondiale Apg23

Fadda: rinnovarsi attingendo alla fonte del carisma. Sabato e domenica il raduno mondiale Apg23
Foto di Riccardo Ghinelli
Alla vigilia della Due giorni generale di Cesena (30-31 maggio), il responsabile generale ci spiega il percorso in atto nella Comunità fondata da don Benzi, tra spinta al rinnovamento e riscoperta del carisma originale, con il metodo della sinodalità
Torna alla Fiera di Cesena, il 30 e 31 maggio 2026, la Due giorni generale della Comunità Papa Giovanni XXIII. Un appuntamento che fin dalle origini della Comunità serve a fare il punto del cammino e rilanciare nuovi obiettivi di sviluppo.
Se nel 2024 proprio a Cesena si era vissuto il ritorno dell’incontro “in presenza” dopo una pausa di ben cinque anni – dovuta prima alla pandemia da Covid-19 e poi all’alluvione che nel 2023 aveva colpito l’Emilia Romagna nel mese di maggio, costringendo ad annullare l’appuntamento – quest’anno la Comunità torna ad incontrarsi “tra membri” dopo un 2025 straordinario caratterizzato dal Centenario della nascita del suo fondatore, don Oreste Benzi, che ha visto un susseguirsi di appuntamenti di rilievo nazionale e internazionale, culminati nelle “Giornate di don Oreste” vissute a Rimini dal 5 al 7 settembre 2025.
Un percorso ricco di stimoli, di intuizioni, di aperture a nuove collaborazioni, che rende necessaria ora una fase di riflessione, per prendere consapevolezza delle trasformazioni in atto e rispondere in maniera adeguata alle nuove sfide.
Ne parliamo con Matteo Fadda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Il bilancio del Centenario e le due "spinte" della Comunità

Fadda, prima di addentrarci in questo percorso, una curiosità: le “Giornate di don Oreste” sono state un evento unico o è una formula che si pensa di riprendere in considerazione?

«In realtà anche prima dell’anno straordinario dedicato al Centenario di don Oreste si era iniziato a pensare alla Due giorni annuale come un momento aperto, completamente o in parte, anche a chi è vicino alla Comunità pur non aderendo formalmente ad essa. E c’erano già state esperienze di apertura parziale. Le Giornate di don Oreste vissute nel settembre del 2025 hanno avuto un riscontro positivo e ci hanno mostrato il potenziale di coinvolgimento attorno a temi comuni. Dobbiamo però tenere conto che dalla base associativa arrivano due spinte ugualmente importanti.» 

Quali?

«Da una parte il desiderio di “fare famiglia”, espresso soprattutto da chi vive nelle nostre realtà di accoglienza. C’è il bisogno di incontrarsi e passare del tempo assieme in fraternità, vivendo momenti di confronto e spiritualità per alimentare questa vocazione davvero bella ma anche impegnativa. Dall’altro lato abbiamo membri di Comunità più proiettati all’esterno, che sentono il bisogno di allargare i confini e coinvolgere tutti in un percorso di rinnovamento personale e sociale.»

Don Benzi celebra la messa in spiaggia
Nel 1982 don Oreste Benzi ebbe un'idea innovativa: celebrare una messa in spiaggia, per portare a tutti il messaggio del Vangelo e della condivisione con gli ultimi. Lo scatto di Riccardo Ghinelli è contenuto nel suo libro "Genesi di una rivoluzione. Don Benzi e la sua gente", Sempre Editore, 2025.
Foto di Riccardo Ghinelli

Come conciliare queste due istanze?

«Come Consiglio dei responsabili abbiamo ipotizzato di trovare una sintesi prevedendo un ciclo triennale: dopo la grande apertura del Centenario, quest’anno e il prossimo faremo una Due giorni dedicata ai membri di Comunità, mentre il terzo anno si potrebbe tornare ad organizzare un evento aperto a tutti, ma è ancora in fase di discussione.»

Per chi non è membro della Comunità ci sono altre opportunità di partecipazione?

«Certo, questo avviene continuamente. Sono già in programma nei prossimi mesi appuntamenti dedicati all’affido familiare, al superamento del carcere, alla disabilità, alle dipendenze, e altri ne verranno organizzati, spesso in partnership con altre organizzazioni ed enti.»

Evitare l'acqua stagnante: l'imperativo del rinnovamento

Tornando alla Due giorni, parafrasando il linguaggio liturgico potremmo dire che nel 2026 si torna al “tempo ordinario”, però nel titolo dell’evento c’è una citazione di don Oreste che sollecita al cambiamento: «I movimenti ecclesiali devono mantenersi in movimento sennò marciscono». Perché questa scelta?

«Ogni anno, per scegliere il tema, consultiamo tutte le zone in cui è articolata la nostra Comunità. 
L’argomento emerso con maggiore frequenza è leggere i segni dei tempi e incarnare il nostro carisma oggi, attingendo però alla sorgente. Una esigenza in linea con una sollecitazione arrivata anche a noi moderatori dei movimenti che fanno parte del Dicastero pontificio per i Laici, la Famiglia e la Vita, con l’invito a mantenere pura la sorgente del carisma, affinché sia sempre generativa e non dIventi acqua stagnante. Questa frase di don Oreste ci è sembrata perfettamente in linea.»

La seconda parte del titolo è: “Incarnare il carisma oggi, al cuore della vocazione per affrontare le nuove sfide di evangelizzazione”. Come si affronterà questo percorso?

«La Chiesa insiste molto sul metodo sinodale: vedere, valutare, agire. È un metodo che la nostra Comunità utilizza fin dalle origini. Don Oreste lo sintetizzava con una frase: “Quando la vita interpella la vocazione riunisci la Comunità e rispondi alla vita con la vocazione”.  Faremo una fase di ascolto, poi una di confronto e infine vorremmo arrivare a delle scelte concrete che ci consentano di continuare a camminare mantenendo la genuinità del carisma ma rinnovandolo per essere contemporanei alla storia. Sono previsti anche tre sentieri per orientare il cammino.»
 
Matteo Fadda con bambini all'assemblea generele Apg23
Le Due Giorni della Comunità Papa Giovanni XXIII sono un'occasione di incontro anche per i figli delle famiglie e case famiglia, e prevedono momenti a loro dedicati.
Foto di Riccardo Ghinelli

Ce li puoi spiegare brevemente?

«Il primo ci rimanda all’aspetto che più ci caratterizza: “I poveri sono i nostri maestri: tornare a meravigliarci della condivisione, specifico visibile della nostra vocazione, per farla risplendere e far innamorare chi può esserne attratto”. Il secondo riguarda più lo stile, il metodo: “Per una Chiesa disarmata con i poveri: percorsi di pace e promozione della nonviolenza per rivoluzionare il mondo”. Infine c’è l’aspetto delle scelte, anche organizzative: “La grande famiglia comunitaria nelle riforme in corso: esperienze, progetti, stili di vita, prassi, lavoro, come rinnovarsi per essere contemporanei alla storia mantenendo identità e carisma”.»    

I giovani sono maggiormente reattivi di chi è frenato dalle proprie sicurezze

Nel suo ultimo intervento pubblico alla settimana sociale dei cattolici, il 19 ottobre 2007, don Oreste diceva che il vero problema per i cattolici è passare dalla devozione alla rivoluzione, e avvisava: «soprattutto le masse giovanili non le avremo più con noi se non ci metteremo con loro per rivoluzionare il mondo». Sono passati quasi vent’anni: ritieni che questo appello sia ancora valido?

«Credo sia estremamente attuale. Nel frattempo c’è stata la pandemia che ha colpito in modo particolare una generazione di giovani. Ora c’è il ritorno della guerra, da cui pensavamo ormai di essere immuni: i giovani oggi vivono in un tempo molto incerto. La questione è urgente. Quando convochiamo i giovani su temi operativi, che hanno come focus superare le ingiustizie, loro rispondono, e sono maggiormente reattivi di chi è frenato dalla difesa delle proprie sicurezze. Credo sia arrivato il momento per i movimenti cattolici di trovare obiettivi comuni senza la preoccupazione di segnare il territorio, ma individuando un orizzonte condiviso verso cui puntare. Uno è senz’altro la pace e la soluzione nonviolenta dei conflitti. Poi la difesa dei diritti umani e la valorizzazione delle risorse del pianeta vissuto come “casa comune” come ci ha indicato Papa Francesco.»
 

Tra i punti all’ordine del giorno nel cammino che hai delineato c’è quello relativo alle nuove forme di appartenenza. Se la Comunità è un ente ecclesiale a cui si aderisce per vocazione, attorno ad essa si è sviluppato un movimento di persone che ne condividono i valori e collaborano di fatto a realizzare le opere che la Comunità promuove e gestisce in Italia e nel mondo. È previsto un coinvolgimento anche di queste persone?

«Non c’è un momento già previsto, ma è un tema che ci interpella. È un dato di realtà che la grande famiglia della Papa Giovanni non è costituita solo dai suoi membri, perché ad esempio ne fanno parte i figli naturali e accolti nelle nostre famiglie e case famiglia, i volontari in servizio civile, i volontari di Operazione Colomba, quelli che operano nelle nostre missioni. Poi abbiamo i tantissimi lavoratori e volontari delle Cooperative sociali promosse dalla Comunità. La sfida può essere quella di armonizzare le buone prassi che già ci sono e metterle a fattore comunque.» 
 

Tema forte di queste “Giornate di don Oreste” vissute durante il Centenario è stato la “Società del gratuito”. Può essere questo il nuovo collante che tiene unito il movimento nato dal carisma della Comunità Papa Giovanni XXIII?

 
«Sì. La Società del gratuito riassume la visione rivoluzionaria di don Oreste. Una visione che però che ha le sue radici nel Vangelo, perché Gesù stesso era un rivoluzionario. 
 

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