4 Settembre 2019

In Italia solo anziani e immigrati?

Un libro del sondaggista Pagnocelli sfata molti luoghi comuni
Secondo la percezione dominante siamo un paese vecchio, invaso, povero e in declino. Ma la realtà è ben diversa. Ce lo spiega chi per lavoro misura i fenomeni sociali.
Quanti sono gli immigrati in Italia? Secondo gli italiani sono il 30 per cento della popolazione. In realtà (nel 2014, anno della ricerca) sono appena il 7 per cento. Il 47 per cento dei connazionali crede che gli irregolari siano più numerosi di quelli con i permessi. Secondo i dati Ocse sono invece il 10 per cento.
Siamo un Paese di anziani? Certo, rispondono gli italiani, gli over 65 sono il 48 per cento, quando invece rappresentano poco più del 22 per cento (Vedi anche la nostra analisi: le nascite in Italia, ndr).

Italiani pessimisti

Pagnoncelli dati apertura

Nel 2017 è stato chiesto se rispetto al 2000 gli omicidi sono aumentati o diminuiti. Secondo il 64 per cento degli intervistati, sono cresciuti, quando in realtà sono diminuiti del 47 per cento.
Ci sono stati in Italia più morti per terrorismo dal 2001 dal 2016 rispetto al quindicennio precedente? Il 31 per cento ritiene che i morti siamo aumentati, quando invece sono azzerati.
Quanti italiani affermano di credere in Dio? Solo il 56 per cento, hanno risposto; invece sono il 20 per cento in più.
Chi oggi non ha uno smartphone? Gli italiani sono convinti che sia nelle tasche del 91 per cento degli italiani, in realtà lo possiede solo il 66 per cento.
Sono alcuni degli esempi – accanto a molti altri, di ogni ambito della vita sociale – contenuti nel libro La Penisola che non c'è, che il sondaggista Nando Pagnoncelli ha mandato in libreria con Mondadori. La penisola che non c'è è l'Italia percepita dagli italiani, ma è un'Italia che non esiste. Non esiste perché i nostri connazionali manifestano una evidente distorsione fra la realtà e la sua percezione. Secondo la percezione dominante siamo un paese vecchio, invaso, povero e in inarrestabile declino.
La percezione gravemente errata della realtà è un nostro primato poco invidiabile: nel 2014 eravamo al primo posto, negli anni successivi, con l'allargamento della ricerca ad altre nazioni, siamo leggermente calati in classifica ma restiamo sempre nella top five. Le cause sono individuate nella scarsa scolarizzazione, nelle emozioni che hanno la meglio sulle competenze e in una dieta mediatica sbagliata.
Pagnoncelli dati sondaggi

Il libro di Pagnoncelli getta un faro su una insospettata dimensione della nostra vita sociale. Pagina dopo pagina, alla luce dei fatti documentati e delle considerazioni che li accompagnano, si capiscono meglio molte cose. Si intuisce perché rischiamo di affogare nelle nostre contraddizioni. Anche perché questa distorsione fra realtà e percezione non riguarda i sondaggisti e i loro studi specialistici. È la percezione a guidare i comportamenti, consapevoli e inconsapevoli che siano.
Se una percezione sbagliata diventa realtà, le conseguenze sono brutali. E la vita di tutti i giorni ce lo documenta.

Come si distorce la percezione

Pagnoncelli, nel libro lei documenta che il cosiddetto indice di ignoranza riguarda tutti gli aspetti della vita pubblica. C'è però una tendenza marcata su alcuni argomenti sociali: immigrazione, povertà, sicurezza. C'è una ragione particolare?

«La ricerca che costituisce il centro del libro è stata realizzata nel 2014. Si è concordato di affrontare argomenti con maggiore risvolto mediatico come appunto l'immigrazione e la sicurezza. Ma è emerso che la distorsione fra percezione e realtà riguarda molti altri fenomeni. Secondo i dati dell'OMS il 5 per cento della popolazione ha il diabete, secondo gli italiani il problema riguarda invece il 35 per cento. I ricercatori degli Stati Uniti hanno chiesto che si testasse anche il problema delle ragazze madri, dai 15 ai 19 anni, che da loro è rilevante. In Italia riguarda appena lo 0,6 di quella fascia d'età. La percezione che abbiamo rilevato è invece del 17 per cento. Siamo insomma portati ad enfatizzare in modo negativo tutti i fenomeni.»

Lei indica in una sbagliata “dieta mediatica” una delle cause della distorsione fra realtà e percezione. La persona oggi come può orientarsi nella giungla delle fonti? Soprattutto, come può arrivare ad essere consapevole che ha bisogno di modificare la dieta?

«Le persone normalmente non sono consapevoli del fatto di dover cambiare la propria dieta mediatica. C'è un'esigenza di responsabilità individuale, si deve capire che nella vita sociale si hanno diritti ma anche doveri. Ed uno dei doveri è quello di informarsi adeguatamente. Se ci si basa solo sulla televisione, una notizia ci viene restituita in un minuto, e siamo influenzati dalle immagini che l'accompagnano. Anche alla radio ogni ora non si fa che ripetere solo i titoli delle notizie. Se voglio capire, andare a fondo delle questioni, devo dedicare più tempo, devo leggere, devo confrontare opinioni diverse. Altrimenti come faccio a capire un meccanismo complesso come lo spread e le conseguenze che ha sulla vita economica? E infatti in pochi ne conoscono il significato.»

Qual è il meccanismo che induce le persone a cercare e a leggere le notizie e le fonti che confermano unicamente i loro pregiudizi?

«È un fenomeno legato alla natura umana, siamo portati a stare insieme solo a quelli che conosciamo, di cui condividiamo le idee. Cerchiamo la conformità a ciò che percepiamo, tendiamo a crearci una realtà su misura. Evitiamo il dubbio che ci mette in crisi, che ci costringe a dover cercare ulteriormente, e questo non lo accettiamo.»

Le colpe del web

Lei sottolinea molto l'inadeguatezza informativa di internet. Non crede che un ruolo fondamentale ce l'abbiano i social? Non sono essi la principale causa (o forse anche l'effetto) della distorta percezione della realtà?

«I social, che dovrebbero essere un luogo di confronto fra persone diverse, sono invece diventati il regno dell'omofilia. Si dialoga solo con chi la pensa allo stesso modo. E così sono diventati una discarica di livore. Sono di più quelli che leggono rispetto a chi scrive, ma fra chi scrive prevalgono i commenti negativi, per cui i social sono diventati uno sfogatoio. Sono poi il regno della diffusione delle fake news. Inoltre, dietro alle notizie che ci arrivano su internet c'è un algoritmo che ci propone scelte informative basate sui comportamenti precedenti, su presunti interessi, su passate ricerche svolte in rete. Algoritmo e abitudini personali tendono a rinchiuderci in una gabbia da cui difficilmente riusciamo a uscire. Siamo prigionieri e non ce ne rendiamo conto

Quali sono le conseguenze più importanti sulla vita della comunità civile di questa distorta percezione della realtà che dimostrano di avere gli italiani?

«Percezioni distorte e competenze inadeguate non solo ci impediscono di conoscere la realtà, ma pure di agirvi in modo efficace. È una situazione che porta a fratture, innanzitutto fra i cittadini e le istituzioni, i partiti, i corpi intermedi. Non si ha più fiducia in nulla e in nessuno. Ma a questa frattura verticale ne segue anche una orizzontale. Non c'è più coesione sociale, si è diffidenti gli uni degli altri e ci sono conseguenze sui comportamenti. L'esempio più clamoroso sono i vaccini, oppure i genitori che pretendono di insegnare la didattica ai docenti. Non sono riconosciute le competenze.»

Il problema oggi non è forse aggravato dal fatto che la percezione distorta della realtà è coltivata e legittimata, anziché essere corretta, dalle autorità politiche di governo?

«Sì, e al di là di ogni colore politico. Faccio fatica a pensare che il fenomeno possa regredire se i cittadini restano poco responsabili, se si limitano alle informazioni che passano tv e radio, se non fanno un lavoro di approfondimento. I politici inseguono le tendenze dell'opinione pubblica, talora le dilatano. Sono diventati imprenditori della paura, anche perché è più facile giocare con la paura che costruire qualcosa per il futuro.»

Come diventare ottimisti

La realtà è quindi sempre migliore delle nostre opinioni su di essa?

«Prendiamo il campo dell'economia. Per gli italiani la situazione del Paese è sempre pessima, solo il 18 per cento valuta positivamente l'andamento del Paese. In altri Paesi, più poveri del nostro, emerge che l'opinione pubblica è più ottimista. Certamente le persone vedono che l'ascensore sociale si è interrotto, e questo ha la sua influenza. Ma nel giudizio non si tiene conto di molti altri fattori, ad esempio del fatto che l'Italia ha un capitale sociale molto diffuso. Associazioni, comunità, singoli, impegnati in azioni di solidarietà sociale. Perché di questa Italia non si parla?»

Nel libro lei osserva che viviamo in un'epoca di identità frammentate: cosa significa?

«Non ci sono ancoraggi definitivi, si sceglie di volta in volta a seconda del ruolo che si interpreta. L'esempio classico è l'operaio del Nord che è iscritto alla Cgil, vota Lega e va a messa la domenica.
Si potrebbero anche citare le signore della parrocchia che si occupano dei figli dei migranti e poi tifano Salvini. O la riunione di condominio con le bandiere della pace ai balconi dove ci si scontra ferocemente con i vicini. E se lo si fa notare, la risposta è: ma che c'entra? Relativizziamo tutto e ci comportiamo a seconda dell'ambito in cui siamo. Come sulla strada: se sono pedone penso di poter attraversare come e quando voglio, se sono automobilista posso essere incurante di chi attraversa la strada.»

Nei punti da cui ripartire lei indica la comunità.

«Oggi i politici parlano molto di comunità, ma ne danno un'accezione difensiva. La comunità serve a proteggere, a difendersi dagli altri, da chi è diverso. Invece il significato etimologico è cum munus, dove munus significa dono. La comunità è reciprocità, è scambio. Una comunità aperta è consapevole della proprie identità e non ha paura del confronto con gli altri. Giorgio La Pira amava ripetere che gli animali con il guscio non hanno spina dorsale. Chi ha spina dorsale non ha bisogno di un guscio protettivo.»

Lei afferma che anche nell'attuale cambiamento d'epoca segnato dalla immediatezza (nessuna mediazione, tutto subito) può esserci un valore positivo: partire da un rapporto da persona e persona. Cosa intende?

«Non è più il momento delle grandi correnti di pensiero per cui il cambiamento parte dall'alto e poi si riversa verso il basso. Oggi il cambiamento può nascere solo dal basso, da rapporti autentici di prossimità. Da legami, da reti e relazioni che progressivamente si allargano a macchia d'olio.»