Caduto il regime, rinasce la speranza: i profughi siriani tornano in un Paese da ricostruire. Con loro ci sono i volontari di Operazione Colomba.
Era l’8 dicembre 2024 quando i siriani, ascoltando un discorso trasmesso dalla televisione di Stato, scoprirono che il governo di Bashar al Assad era caduto, dopo 40 anni di regime autoritario e quasi 14 anni di guerra civile. La coalizione ribelle, a guida jihadista, affermò di aver rilasciato tutti i prigionieri detenuti ingiustamente, invitando i cittadini e i combattenti a non distruggere i beni dello Stato. Spari di festeggiamento e invocazioni religiose dagli altoparlanti delle moschee a Damasco: dopo i primi giorni di spaesamento e di incredulità, il crollo del regime – che aveva causato quasi mezzo milione di vittime – lasciava posto alla speranza, fragile ma pur sempre speranza.
I campi profughi in Libano e il ritorno in patria
Durante gli anni di guerra civile, migliaia di siriani erano scappati dalla morte cercando rifugio nei Paesi vicini. Nel villaggio di Tel Abbas, nel nord del Libano a soli 5 km dal confine con la Siria, si erano stabiliti 2000 persone: mamme, bambini, giovani e anziani costretti a vivere per anni sotto tende improvvisate, in una delle regioni più povere del Paese.
Le loro vite, per lo più ignorate dai mass media occidentali, si sono intrecciate con il desiderio di giustizia di tanti volontari di Operazione Colomba, che nel 2014 ha stabilito una presenza fissa proprio in uno dei campi profughi.
Dopo il crollo del regime, molti profughi siriani iniziarono a pensare che il sogno di tornare a casa forse poteva finalmente concretizzarsi.
«Venite con noi, vogliamo farvi vedere la Siria». Ecco la proposta che alcuni amici siriani hanno fatto ai volontari di Operazione Colomba. Lo racconta Pietro, 32 anni, che ha vissuto per 4 anni come volontario nel campo profughi di Tel Abbas. «Il primo viaggio in Siria l’abbiamo fatto a febbraio del 2025, insieme a un attivista del Libano. Poi ne abbiamo fatti altri a maggio e luglio dello stesso anno. Andavamo a stare da persone che già conoscevamo: siriani o membri della Chiesa siriana, ad esempio nel monastero di Padre Paolo Dall’Oglio, oppure ad Aleppo ospiti dai Francescani. Questi viaggi esplorativi servivano per capire se c’era uno spazio per noi come Operazione Colomba, se aveva senso iniziare una presenza in Siria come corpo civile di pace».
Foto di foto di Archivio Operazione Colomba
Foto di foto di Archivio Operazione Colomba
Foto di foto di Archivio Operazione Colomba
Foto di foto di Archivio Operazione Colomba
Foto di foto di Archivio Operazione Colomba
Ricominciare in Siria
Pietro aveva 28 anni quando sente parlare di Operazione Colomba. «Ero laureato in Scienze motorie e lavoravo in ambito educativo con persone senza fissa dimora, seguendo anche alcuni progetti con adolescenti». Però sentiva il richiamo a vivere un’esperienza forte. Così partecipa al corso di formazione e poi parte per il Libano a novembre 2022. «Dovevo stare 3 mesi, ma subito dopo ho deciso di fare il volontario di lungo periodo» spiega Pietro. Vive per un paio d’anni in Libano, poi arriva la notizia della caduta del regime e partecipa ai viaggi esplorativi in Siria.
«Da settembre dello scorso anno abbiamo iniziato a stare per periodi più lunghi, ora siamo stabili a Quseyr, vicino alla città di Homs».
La vita in Siria ha i tratti feriali di una quotidianità semplice: «Trascorriamo le nostre giornate incontrandoci con le persone del posto, facendo visita alle famiglie, cercando di conoscere meglio il territorio, sbrigando gli aspetti burocratici. Facciamo attività con i bambini collaborando con qualche associazione locale, ad esempio insegniamo qualche sport e anche l’inglese, facciamo educazione alla pace. Un giorno a settimana facciamo yoga con le donne a casa nostra, che è diventato un luogo di ritrovo. Lo scopo è creare spazi di incontro dopo la guerra: la società civile è molto spaccata tra gruppi religiosi (sunniti, alawiti, cristiani) e all’interno dei sunniti stessi ci sono delle divisioni».
Sì, c’è la felicità di tornare nel proprio Paese, a casa propria, anche perché in Libano i profughi erano mal sopportati dalla società civile. Ma bisogna fare i conti con la realtà, spesso dura. «Dopo una guerra civile non è semplice ricominciare, oltretutto in un Paese che economicamente stenta a ripartire. Sono tanti i bambini siriani, nati nel campo profughi, che chiamavano “casa” una tenda. Ora tornano in Siria e la loro casa non c’è, distrutta dalla guerra. La gente, scappata dalla violenza, pensava di stare via qualche mese e invece è stata costretta a vivere in Libano per anni» continua Pietro.
Tanti siriani si sfogano con gli amici della Colomba: «Per noi è come tornare a 14 anni fa, quando siamo scappati in fretta e furia dalla guerra: torniamo in Siria e non abbiamo niente, come quando siamo arrivati in Libano e siamo finiti nei campi profughi».
Senza luce né acqua
Foto di foto di Archivio Operazione Colomba
Ora in Siria ci sono 5 volontari che continuano la presenza del corpo civile di pace tra cui c’è Maddalena, la quale, sul sito di Operazione Colomba, racconta la storia di Aisha, tornata in Siria all’inizio del 2026 insieme al marito e alle 6 figlie e figli: «Nel 2012 siamo scappati in Libano e non avevamo niente; adesso siamo tornati a casa e di nuovo non abbiamo niente, anzi è ancora peggio. In Libano c’erano delle associazioni pronte ad aiutare i profughi siriani, mentre ora qui non c’è nessun tipo di sostegno».
Il marito di Aisha racconta che si sono dovuti indebitare per comprare pannelli solari perché nel loro villaggio non arriva l'elettricità; i pali della luce sono stati danneggiati durante la guerra e nessuno si è ancora preoccupato di sistemarli. Rimanere senza luce impedisce qualsiasi tipo di attività sociale e/o lavorativa serale, soprattutto d’inverno, quando il sole tramonta presto: fare i compiti di scuola, scaldare l’acqua per lavare i piatti della cena, chiacchierare bevendo una tazza di tè. Implica anche una mancanza di illuminazione pubblica, con importanti ripercussioni sulla sicurezza degli spostamenti.
Lo stesso discorso vale per l’acqua: il sistema idrico è ormai inesistente e le persone devono contare sulla presenza di pozzi privati. Prima della guerra ogni famiglia ne aveva uno, ma quasi tutti sono stati resi inutilizzabili durante il conflitto, quando il regime e il Partito di Dio li hanno ostruiti con sassi o colate di cemento. Solo chi ha potuto permettersi la spesa economica ne ha scavati di nuovi.
«Da parte nostra – scrive ancora Maddalena – continuiamo a essere spettatrici della vita che scorre in questo angolo di mondo, chiedendoci continuamente come poter essere un ponte tra persone, idee, comunità e spazi».
«Mi avete ascoltata»
Dopo 3 anni spesi al fianco dei siriani, Pietro ha deciso di rientrare in Italia: «In questo momento sento il bisogno di fare il punto e vedere quale direzione dare alla mia vita». Una vita che rimarrà per sempre segnata dagli incontri e dai volti conosciuti in questi anni: «Durante il mio primo periodo in Libano è successo un fatto che mi ha toccato profondamente. Una donna ci era venuta a trovare in tenda per chiedere un aiuto, ma noi non siamo riusciti a darle una mano. Prima di andare via ci ha detto: “Grazie perché almeno mi avete ascoltata”. Chissà quante porte in faccia si era beccata. Noi, pur non potendo aiutarla, nella nostra tenda, nel nostro piccolo, eravamo riusciti a fare qualcosa per lei: ascoltarla».