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17 Luglio 2022
Ultima modifica: 17 Luglio 2022 ore 11:05

Ramonda: «Per rispondere ai poveri serve concretezza»

«Se uno è senza famiglia non posso parlargli della famiglia, devo dargli un babbo e una mamma». Nell'ultimo anno del suo mandato, il responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII ci svela ciò che gli sta particolarmente a cuore.
Ramonda: «Per rispondere ai poveri serve concretezza»
Foto di Osservatore Romano
A quindici anni dalla morte del fondatore, la Comunità Papa Giovanni XXIII si appresta ad affrontare importanti scelte che mirano a coniugare la dinamicità di un carisma vivo e creativo con la concretezza necessaria a dare risposte efficaci e sostenibili ai nuovi bisogni dei poveri. Ne parliamo con il responsabile generale Giovanni Paolo Ramonda.
Aveva 47 anni quando, in seguito alla morte improvvisa di don Oreste Benzi il 2 novembre del 2007, si trovò tra le mani le scomode redini con cui guidare l'opera fondata dal sacerdote riminese, quella Comunità Papa Giovanni XXIII cui lui stesso aveva aderito ancora ventenne, affascinato dalla possibilità di mettere in pratica il Vangelo attraverso la via della condivisione diretta di vita con gli ultimi.
Da allora Giovanni Paolo Ramonda quelle redini non ha più potuto lasciarle, sempre rieletto responsabile generale dall'assemblea dell'associazione ad ogni scadenza del mandato, che lo Statuto attuale fissa ogni sei anni. E lui ha ogni volta accettato con quello spirito di servizio che lo contraddistingue, condiviso con la moglie Tiziana con cui da oltre quarant'anni porta avanti la scelta dell’accoglienza nella casa famiglia di Sant'albano Stura, comune di Fossano (CN).
In realtà non si è limitato a gestire quanto lasciato dal predecessore, ma ha affrontato le nuove sfide poste sul cammino di una organizzazione che se da un lato è chiamata a tenere vivo il carisma originale, dall'altro deve garantire la sostenibilità delle sue opere in un mondo sempre più complesso e in continua trasformazione. "La necessaria istituzione a servizio del carisma" è il tema su cui ha lavorato la Comunità Papa Giovanni XXIII nell'ultimo anno, culminato nella recente assemblea generale del 29 maggio. Ne parliamo direttamente con Ramonda, che nell'ultimo anno del suo mandato dovrà sciogliere diversi nodi.

Cosa significa "carisma" nella Chiesa


Chiariamo anzitutto i termini: cosa si intende per carisma nella Chiesa?
«Il termine significa dono. Nella Pentecoste i discepoli hanno ricevuto l’effusione dello Spirito Santo. La Chiesa nasce proprio da questo dono, che dà la forza della missionarietà e spinge ad andare in tutto il mondo per annunciare la novità del Vangelo.»

Esistono però anche dei carismi specifici.
«La Chiesa non è il luogo dell’uniformità, dell’omologazione ma della valorizzazione delle originalità. Pensiamo alla vita dei santi: ognuno aveva un dono specifico. Non solo a livello singolo ma anche di comunità, poi, ci sono carismi che esprimono aspetti particolari della vita di Gesù. La Comunità Papa Giovanni XXIII esprime in modo chiaro e visibile l’amore di Gesù per i poveri, la sua vita in mezzo a loro, la loro liberazione dalla miseria e dalla schiavitù.» 

La Comunità Papa Giovanni XXIII è una comunità carismatica? 
«Certamente. Una comunità nata all’interno della Chiesa, che si nutre del Vangelo, dei sacramenti, della condivisione diretta di vita con i poveri, dell’annuncio di un mondo nuovo, nonviolento, di pace.»
Presentazione del bilancio
Nel corso della recente assemblea dell'associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, accanto al risultato economico del 2021, sono stati presentati anche alcuni dati del bilancio sociale che evidenzia le attività svolte in favore degli ultimi.
Foto di Riccardo Ghinelli


Da cosa si riconosce questa caratteristica?
«Dal fatto che non è imprigionata in schemi operativi che si replicano sempre uguali ma risponde ai bisogni dell’oggi, ai poveri di oggi, alle loro istanze di liberazione. Carismatica non vuol dire spiritualista, disincarnata. Al contrario, la Comunità ha una struttura concreta, che dà vita e corpo al carisma. Perché se uno ha fame non posso parlargli del cibo, devo dargli il cibo. Se uno è senza famiglia non posso parlargli della famiglia, devo dargli un babbo e una mamma. Se uno è senza lavoro non posso spiegargli la teologia del lavoro, devo dargli un lavoro. Come ha fatto Gesù, che si è rivelato non stando in cielo ma assumendo un corpo. La Chiesa stessa ha una struttura gerarchica essenziale per far splendere la bellezza del Vangelo.» 

oggi ci sono congregazioni che hanno persone dedite a custodire i muri, perché non c’è più nessuno dentro


Don Oreste Benzi in molte occasioni ha invitato la Comunità da lui fondata a non trasformarsi in istituzione, per non soffocare il carisma. Il tema dibattuto quest’anno all’assemblea dell’associazione – “La necessaria istituzione a servizio del carisma” – potrebbe far pensare che sia in atto una sorta di revisionismo rispetto alle tesi del fondatore. 
«Dobbiamo capire meglio il pensiero del fondatore. Lui diceva che sono sempre le persone a dover essere messe al centro. Faccio un esempio: oggi ci sono congregazioni che hanno persone dedite a custodire i muri, perché non c’è più nessuno dentro. Le strutture servono, ma devono essere sobrie, snelle, a servizio della vita, inserite nel territorio e nella legislazione, perché il bene va fatto bene. Ma mettendo sempre la persona al centro.»

Quali sono i criteri da seguire per far sì che l’organizzazione sia funzionale al carisma e non lo soffochi?
«Un criterio è la sinodalità, oggi al centro dell’attenzione della Chiesa di papa Francesco. Significa che bisogna confrontarsi insieme e coinvolgere tutta la comunità. Poi però c’è il criterio dell’incarnazione del Vangelo nella storia, che necessita di decisioni, e quindi diventa centrale il servizio dell’autorità, perché a un certo punto la discussione deve lasciare il posto alla scelta, se si vuole incidere nella storia. Ci sono gruppi in cui si discute e si discute ma poi ognuno torna a casa sua e cura i propri interessi. Una comunità carismatica non cura i propri interessi ma quelli della povera gente: questo è un segno del carisma vivo.»

Cosa cambia con il decreto di papa Francesco sui vertici dei movimenti ecclesiali


L’11 giugno del 2021 Papa Francesco ha emanato un decreto proprio sull’esercizio di Governo nelle associazioni internazionali di fedeli, in cui si dice tra l’altro che i mandati nell’organo di governo non possono avere durata superiore a 5 anni e che la stessa persona non può rimanere in carica per più di 10 anni. Come leggi questo intervento del Papa?
«Noi abbiamo molto chiaro che la vita della Chiesa e le indicazioni del papa esprimono la volontà di Dio in questo tempo. Il decreto ha colto un po’ di sorpresa i movimenti e le nuove comunità, ma io penso che sia provvidenziale. Se il papa, che ha una visione d’insieme molto più grande di quella delle singole associazioni, ha fatto questa scelta, certamente è un bene. Poi per me e la mia famiglia è stato un regalo enorme.» 

In che senso?
«Il servizio di responsabile generale richiede tempo e dedizione, che nel mio caso viene sottratto alla casa famiglia e io ho sempre avuto chiaro che il servizio di responsabile è pro tempore mentre la scelta della casa famiglia, che condivido con mia moglie, è il cuore della mia vocazione. Sono felicissimo di sapere che tra un anno tornerò ad essere un semplice fratello di comunità. È importante che chi lascia lo faccia in modo discreto, gentile e con gratitudine, nella certezza che, come diceva il nostro fondatore, “chi verrà dopo di noi farà meglio di noi”.»

Per la Comunità Papa Giovanni XXIII cosa cambierà, oltre al responsabile generale? 
«Ci sarà un bel rinnovamento perché diversi membri dell’attuale Consiglio dei Responsabili di zona hanno già superato i dieci anni di incarico e nei prossimi mesi ne verranno eletti di nuovi. Dovremo garantire allo stesso tempo la continuità e il rinnovamento. Anche lo Statuto dovrà recepire le indicazioni del decreto papale: stiamo elaborando proposte di modifica che verranno sottoposte alla Santa Sede. Inoltre è in corso una revisione del Direttorio, che recepisce aspetti organizzativi e alcune sensibilità maturate negli ultimi anni, come quella relativa all’ecologia integrale. Un percorso a cui tutta la Comunità sta collaborando, che culminerà nell’assemblea generale del prossimo anno a maggio, in cui verrà anche eletto il nuovo responsabile generale.»

Una comunità con la porta aperta


Nel 2007, quando venne a mancare don Benzi, la Comunità era presente in 25 Paesi del mondo, oggi sono 42. Segno di un carisma che non ha perso la forza propulsiva?
«Certamente è segno di una vivacità forte. Non solo la Comunità si è estesa territorialmente ma sono state avviate anche molte nuove attività, come la presenza presso la sede ONU di Ginevra, varie Capanne di Betlemme, scuole, un poliambulatorio gratuito, l’accoglienza dei profughi e dei malati di Covid, l’attuale presenza in Ucraina tra le vittime della guerra, per citarne alcune. Analizzando la vita della Chiesa si nota che dopo la morte del fondatore c’è sempre una esplosione del carisma, e questa è una cosa bella ma che richiede un forte impegno per i successori, che sono chiamati a governare la complessità e garantire la sostenibilità.» 
Mappa Apg23 nel mondo 2020
Foto di Fonte: Archivio Apg23 - 2020


Con il passare degli anni cresce anche l’età media dei membri, attualmente posizionata a 55 anni. 
«Questo è un elemento fisiologico, che non mi preoccupa. Quando siamo partiti eravamo tutti giovani che con il tempo sono cresciuti. Oggi abbiamo una maturità e capacità di gestire situazioni complesse che un tempo non avevamo. Ma abbiamo anche centinaia di giovani che collaborano con noi attraverso il servizio civile, nelle unità di strada, nelle cooperative, in missione, e realtà di condivisione guidate da giovani meravigliosi anche se non sono membri di Comunità, ad esempio ad Haiti e in Camerun. Se consideriamo anche tutti questi giovani che di fatto vivono con la Comunità, l’età media si abbassa di molto. La Comunità deve avere la porta del recinto sempre aperta, come dice papa Francesco, e non fare la conta di quanti sono dentro. Gesù dice: “Dai frutti li riconosceranno”..» 

Meglio una organizzazione snella


Nel tuo intervento alla recente assemblea dell’associazione hai detto che «un’organizzazione è necessaria ma deve essere snella». Hai in mente qualcosa di particolare?
«Faccio degli esempi. Noi come Comunità abbiamo promosso diverse ragioni sociali che gestiscono la vita di condivisione con gli ultimi. Puoi avere un consiglio di amministrazione di 11 persone o di 5, un organismo complesso che si trova due volte all’anno o uno più operativo che agisce con frequenza settimanale. Con organizzazione snella intendo essenziale, operativa, che sta sul pezzo, sulla vita delle persone, garantendo a tutte il necessario. Occorrono persone disposte a mettersi in gioco e a rischiare, perché per gestire una comunità carismatica ma che opera nel mondo come la nostra ci sono anche responsabilità legali. Rispetto ad alcuni decenni fa oggi il mondo è più strutturato e tutto è interconnesso: bisogna inserirsi in questa realtà con competenza e responsabilità.»

Questo è il tuo ultimo anno da responsabile generale della Comunità dato che, in virtù del citato decreto papale, non potrai più essere rieletto. Ti sei dato degli obiettivi?
«Di consolidare, per quanto mi è possibile, la vita di Comunità cercando di fare sempre più chiarezza sui diversi ruoli, in modo da valorizzare tutti ma in una visione comune, complementare. E poi ho una cosa che mi sta particolarmente a cuore.»
la sostenibilità anche economica di un’opera è necessaria allo sviluppo del carisma


Quale?
«Ci terrei, come un buon padre di famiglia, a lasciare i conti a posto, perché la sostenibilità anche economica di un’opera è necessaria allo sviluppo del carisma. Il mio servizio è arrivato in un tempo particolarmente difficile: prima la crisi finanziaria, poi la pandemia, ora la guerra… In questi anni abbiamo visto molte aziende e organizzazioni chiudere. La nostra Comunità, pur tra le difficoltà, mettendo in comune le capacità e le risorse, grazie anche al sostegno di quanti credono nella nostra opera, non solo ha proseguito le sue attività ma ha dato vita a molte nuove risposte ai poveri. Maria ci ha sempre accompagnato e sono certo che continuerà ad esserci vicina.»

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