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19 Dicembre 2020
Ultima modifica: 19 Dicembre 2020 ore 11:51

Il Natale di Don Benzi alla stazione

Il Comune di Rimini ha intitolato a Don Benzi il piazzale della stazione ferroviaria. Ecco perché quello è un luogo così importante
Foto di Riccardo Ghinelli
Per la gran parte delle persone la stazione ferroviaria è solo un luogo di passaggio, ma per alcuni è l'ultimo rifugio. Ed è con questi che Don Oreste sceglieva di trascorrere il Natale e Capodanno.
Don Oreste Benzi ogni Natale, Capodanno e Pasqua andava a festeggiare in stazione, di notte, quando in sala d’aspetto non c’erano più viaggiatori ma solo persone al capolinea. Chi abitava veramente la stazione erano i tapini, come li chiamava don Oreste, non i viaggiatori che passavano veloci ed infastiditi. I senza tetto, i tossicodipendenti, ed in generale chi non aveva più una chance nella vita si rifugiava lì, l’ultimo spazio della città dove c’era un po’ di riparo, dove le luci rimanevano accese.
Io ho cominciato solo nel 1996 ad accompagnarlo nelle notti di festa, e non l’ho mai visto saltare una volta. Portava lo spumante, il panettone, la colomba e stava lì a parlare, a pregare, a dare soldi e dava appuntamento all’indomani: chi alla Capanna di Betlemme, chi all’accoglienza tossici.

In cerca di chi è solo

Stanco, stanchissimo, si faceva il giro di tutti gli anfratti della stazione: la sala d’aspetto, le salette piccole tra i binari (che non ci sono più), le panchine lontane in fondo dove era scuro. E nonostante facesse invariabilmente un gran freddo lui doveva fare sempre tutto il giro, oppure mandava noi ad assicurarsi che non ci fosse nessun altro. Era rigoroso, guai a saltare una notte o una panchina. Magari arrivava con due ore di ritardo dal ministro, o rimandava per quattro volte il colloquio con un membro di comunità, ma in stazione non si scherzava. Andava con chi gli rispondeva al telefono e se non rispondeva nessuno, andava da solo. 

Quella notte nel sottopasso

Con i volontari della Capanna andammo a dormire per una notte nel sottopasso dei binari della stazione per provare quello che vivevano i barboni, ma arrivarono dei poliziotti che ovviamente ci obbligarono a sgomberare. Mentre delusi raccoglievamo le nostre cose vidi scendere dalle scale Don Oreste con le scarpe grosse, il tonacone sgualcito ed un sorriso a 32 denti. Impossibile, non ce la fa questa volta, dicevo a tutti come uno che la sapeva lunga. E invece passammo la notte lì, li convinse senza alzare la voce, senza dir nulla di sgradevole. 
Negli ultimi giorni della sua vita è andato a vivere alla Capanna di Betlemme, dormiva nella casa dei senza tetto, insieme alle persone raccolte ogni sera dalla stazione. Lo aspettavamo la notte giocando a carte mentre tornava dai suoi continui viaggi, ogni arrivo era una festa. 
Finché ci ha lasciato, nel 2007.

Un luogo simbolo

In questi giorni però don Oreste ha preso la residenza in stazione. C’è una targa nella grande piazza che porta il suo nome. La prima Commissione del consiglio comunale di Rimini ha espresso il suo parere positivo alla proposta di intitolazione del sindaco: «La città di Rimini gli ha dedicato un luogo simbolo della sua opera di carità e di accoglienza verso i più deboli». 
Rimini ha fatto una cosa giusta. Quante cose sono successe e quante vite sono cambiate in quel luogo di passaggio alla presenza di Don Oreste, dovrebbero farci un film.