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9 Giugno 2020

America Latina: Covid killer dei diritti umani

Gli omicidi degli attivisti per i diritti umani aumentano nel continente in cui l'emergenza coronavirus esplode.
Foto di Archivio Operazione Colomba
Viaggio nella Comunità di Pace autosufficiente che ha chiuso le porte al mondo; ma l'isolamento rende questi contadini che hanno scelto la difesa nonviolenta facili obiettivi dei gruppi armati.
Tempi duri per l’America Latina e per i difensori dei Diritti Umani. Secondo la fondazione Front Line Defenders, nel 2019 sono stati uccisi oltre 300 difensori dei diritti umani nel mondo, di cui 2 su 3 in America Latina. Dall’11 marzo, giorno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la pandemia, l’America Latina è l’area in cui si sono registrati più omicidi di attivisti per la terra e l’ambiente (Osservatorio Diritti).

In Colombia dall’inizio dell’isolamento sono già state uccise quasi 40 persone tra leader sociali, difensori dei Diritti Umani ed ex combattenti delle FARC-EP. Il silenzio dei mezzi di comunicazione li ha resi ancora più “facili bersagli”, come sottolineato dal relatore speciale delle Nazioni Unite Michel Forst e dal direttore dell’International Land Coalition (ILC) Michael Taylor.

Covid-19: il Brasile lo stato più colpito dell'America Latina

In paesi che sono già fragili a causa di povertà strutturali, conflitti interni e difficoltà economiche, il Covid-19 non è che l’ennesima sfida. Al 6 giugno il bollettino è pesante: oltre un 1.200.000 casi di Coronavirus si sono registrati in Sud-America; più di 62.000 sono i morti (ANSA). Con strutture sanitarie sotto pressione e il picco non ancora raggiunto, a detta degli esperti la luce in fondo al tunnel sembra essere ancora lontana. Ad oggi il Brasile si conferma lo stato più colpito, con circa la metà dei casi, seguito a ruota da Perù, Cile, Messico, Ecuador e Colombia. Una situazione che di fatto ha monopolizzato l’attenzione dei media oscurando tutto il resto.

In Colombia fra i contadini nonviolenti che vivono nell'autosufficienza alimentare

All’improvviso non si è più saputo nulla dei movimenti di protesta che poco prima della pandemia stavano incendiando diversi paesi latinoamericani mettendo in luce le forti disuguaglianze sociali. La stessa sorte è toccata ai difensori/e dei Diritti Umani, dell’ambiente e della terra e alle loro battaglie.

Per cercare di capire la situazione che sta vivendo il continente in questo nuovo scenario di pandemia mondiale, Stefano Vitali dell'ONG Condivisione fra i popoli ha intervistato Silvia De Munari. Volontaria di Operazione Colomba (Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII) dal 2013, Silvia è originaria di Bolzano Vicentino, in provincia di Vicenza. Da più di 6 anni condivide la vita (24 ore su 24, 7 giorni su 7) con i difensori dei Diritti Umani e dell’ambiente della Comunidad de Paz de San José de Apartadó in Colombia, gruppo di contadini che dal 1997 percorre un cammino di resistenza nonviolenta in difesa della vita, della terra e delle sue risorse contro gli interessi delle imprese. Qui vivono circa 500 persone, in un territorio che è sotto controllo di gruppi armati.


«Per certi versi la Comunità di Pace è un rimedio, una cura contro la pandemia — spiega Silvia—. Grazie al particolare modello di vita scelto, i suoi membri possono infatti affrontare l'emergenza Covid-19 senza essere obbligati alla quarantena e senza dipendere dagli aiuti del governo. Oltre al commercio internazionale di cacao biologico, hanno infatti organizzato il lavoro comunitario in modo tale da raggiungere la quasi totale autosussistenza alimentare. Coltivano mais, riso, fagioli e yucca, seminano piante da frutta, allevano galline e mucche per avere uova e latte. Ed è proprio per la loro autonomia che in questo specifico momento storico sono particolarmente ammirati».

«Questa scelta di vita — prosegue Silvia — sta permettendo loro di continuare a vivere con una libertà che nemmeno noi abbiamo. Attualmente non è possibile né entrare né uscire dalla Comunità, ma al suo interno i membri sono liberi di coltivare la terra, possono usufruire delle fonti d’acqua e consumare quanto prodotto, senza dipendere dal supermercato. Grazie al sistema educativo alternativo della Comunità, i bambini e le bambine possono continuare ad andare a scuola».

È un sogno di giustizia e pace che sembra percorribile, anche se la strada è faticosa.

Il ruolo dei volontari stranieri

«Per noi volontari di Operazione Colomba, camminare al loro fianco è un onore — ammette Silvia — per la scelta che hanno fatto, ogni giorno rischiano la vita. Dal 1997 ad oggi più di 300 membri sono stati uccisi, ma loro continuano a credere in un modello alternativo, che rispetti la dignità delle persone e possa garantiere a tutti l’accesso a una casa, al cibo e all’acqua».

Volontari con contadini colombiani costruiscono croci di legno nella foresta
Comunità di Pace di San Josè de Apartadò: croci per ricordare i difensori dei diritti umani uccisi.
Foto di Archivio Operazione Colomba
Foto di gruppo dei membri della Comunità di Pace
Comunità di Pace di San Josè de Apartadò, posa per premio Difensori dei Diritti Umani anno 2018
Foto di Archivio Operazione Colomba
Volontari nella foresta
Comunità di Pace di San Josè de Apartadò in Colombia, volontari accompagnano un difensore dei diritti umani.
Foto di Archivio Operazione Colomba
Volontari nella Comunità di Pace di San José de Apartadó, Colombia
Giovani nella Comunità di Pace che resiste alla guerriglia in maniera nonviolenta
Foto di Archivio Operazione Colomba


Con la loro presenza i volontari fungono da deterrente alla violenza dei gruppi armati. Accompagnano i contadini al lavoro nei campi, i malati e i feriti nelle strutture sanitarie locali e offrono attività ricreative ai giovani e ai meno giovani.

Il Covid-19 favorisce i gruppi armati

«Vivendo in modo comunitario e uscendo sempre in gruppi di 5/6 persone, i membri della Comunità riescono anche ad autoproteggersi — puntualizza Silvia —, ma in questo tempo di coronavirus hanno paura, in quanto si sentono un obiettivo ancora più facile da raggiungere a causa delle misure restrittive. I gruppi armati sanno dove vivono e per questo li possono trovare più facilmente. Ecco perché la loro richiesta è quella di far sentire la loro voce, mantenendo alta l’attenzione nazionale e internazionale su quanto stanno vivendo».