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23 Marzo 2021

Cambiamenti climatici? Questione di economia

Accordi commerciali internazionali tra le cause principali di inquinamento. Ma cresca la bioeconomia.
Foto di Tryfonov
Esperti a confronto sulla transizione ecologica in un seminario organizzato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII. Giustizia sociale e ambiente sempre più connessi. Una riconversione dell'economia può dare nuove prospettive di sviluppo.
In occasione della Giornata internazionale per il clima voluta da Fridays for Future (19 marzo), la Comunità Papa Giovanni XXIII ha dedicato un nuovo appuntamento dei "Dialoghi sull'Economia di Condivisione" al tema della transizione ecologica, con un focus sul rapporto fra scelte economiche e cambiamenti climatici.
La Comunità, in stretta correlazione e collaborazione con la Chiesa universale e con il Movimento Cattolico Mondiale per il Clima, sta percorrendo il cammino dell'ecologia integrale e sviluppando diversi filoni di discussione che conducono ad una vera conversione ecologica e ad un cambio di paradigma economico che abbia maggior cura della terra e dei poveri.
Nel suo intervento, Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità, ha evidenziato come il contributo che la Comunità offre al riscatto dei popoli sofferenti in tutte le parti del mondo, con un modello di economia di condivisione che va nella direzione di un mondo più sostenibile e rispettoso della natura e dell’essere umano, ha spinto l'associazione ad aderire alla campagna STOPMERCOSUR, condividendo la richiesta alle istituzioni europee di cancellare il trattato UE-Mercosur e difendere la vita e l’ambiente, avviare una cooperazione basata su criteri di solidarietà e non sulla deforestazione e il commercio di prodotti che impattano sull’Amazzonia, sul clima e sui diritti umani.
Il rapporto fra modelli economici speculativi e cambiamenti climatici è di tutta evidenza, come è evidente che occorra una mobilitazione comune per evitare che l’intero ecosistema naturale vada in crisi irreversibilmente. L'eccesso ha portato il consumo delle risorse della Terra alla situazione attuale: esiste un tale accelerazione del cambiamento climatico che è un rischio per la vita per molte persone già oggi, ma soprattutto per le generazioni future. Le ripercussioni di questi cambiamenti, generate da società di consumo, colpiscono soprattutto i più poveri che dipendono, per la maggior parte, dall'agricoltura e dalla pesca per la loro sopravvivenza e che non hanno capacità di adattarsi al nuovo scenario che il clima presenta loro.

Un cambiamento troppo veloce

Il clima è un bene comune che ha condizioni essenziali per la vita umana e che, pertanto, dovrebbe essere parte della preoccupazione di tutti. Quando varia a un ritmo più veloce del naturale si genera uno squilibrio con gravi conseguenze per l'umanità che colpisce, soprattutto, le persone o le popolazioni più povere. Sono state le parole lapidarie di Maria Paula Casanova, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII in Argentina, dove vede quotidianamente l’effetto delle pratiche messe in campo dai grandi poteri economici e dove si può capire bene l’effetto degli accordi che tutelano tali interessi e distruggono l’ecosistema.
Per invertire la rotta è necessario valorizzare ed attuare pienamente quanto fissato dall’ONU in occasione del Summit sullo Sviluppo Sostenibile del 25-27 settembre 2015, quando i governi dei 193 Paesi membri hanno sottoscritto il documento per trasformare il nostro mondo, l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile che fissa gli impegni per lo sviluppo sostenibile da realizzare entro il 2030, individuando 17 Obiettivi (SDGs - Sustainable Development Goals) e 169 target. Queste le parole di Luca Fiorani, Presidente di EcoOne e Membro del Comitato direttivo del Movimento Cattolico Mondiale per il Clima, che ha sottolineato come gli SDGs hanno carattere universale - si rivolgono cioè tanto ai Paesi in via di sviluppo quanto ai Paesi avanzati - e sono fondati sull’integrazione tra i tre pilastri (ambientale, sociale ed economico) dello sviluppo sostenibile. Fiorani ha anche evidenziato l’importanza dei 9 Assi tematici sull’Ecologia integrale proposti da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato Si' e che ne costituiscono la struttura:  l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita.
La pandemia COVID-19 costituisce indubbiamente una sfida senza precedenti per l'Europa e il mondo intero. «Come crisi sanitaria globale, ha colpito in modo drammatico le società e le economie degli Stati membri dell'UE. Richiede un'azione urgente, decisiva e globale a livello dell'Unione, nazionale, regionale e locale» ha detto Monica Di Sisto, portavoce di Fairwatch Italia. Impegnata in appassionate battaglie contro i trattati commerciali che stanno distruggendo il pianeta, ha portato la voce di un grande movimento impegnato a contrastare i grandi interessi delle multinazionali che stanno generando disastri ambientali e ingiustizie sociali ed ha approfondito alcuni temi che saranno centrali nel prossimo G20 che si svolgerà in estate in Italia.

Quanto inquina il commercio internazionale

Tutte le ricerche condotte sull'impatto del commercio internazionale sulle emissioni di gas a effetto serra prima del Covid hanno dimostrato che oltre un quarto delle emissioni globali di anidride carbonica è collegato allo scambio internazionale di merci. I soli trasporti via mare e aerei sono attualmente responsabili del 4% delle emissioni globali di biossido di carbonio e la loro quota potrebbe raggiungere quasi il 40% nel 2050 se lasciata incontrollata. 
L’Europa ha, al momento, circa 50 accordi bilaterali di libero scambio in vigore e circa 20 in gestazione e le regole commerciali, sconosciute ai più anche per la poca trasparenza in cui vengono negoziate, svolgono un ruolo di struttura nell'organizzazione delle attività economiche internazionali e, non integrando la dimensione ecologica, incoraggiano un modello insostenibile e promuovono lo sviluppo di attività altamente inquinanti. In termini di cambiamenti climatici, le emissioni di gas serra legate al trasporto internazionale costituiscono solo la punta dell'iceberg dell’impatto del commercio sul clima. Se sulle prime si comincia a ragionare, l'impatto più generale della strutturazione degli scambi viene ancora completamente negato.

La crescita della bioeconomia

Abbiamo bisogno di costruire modelli che partendo dal paradigma economico civile possano modificare il tessuto economico del territorio e avviare una conversione ecologica dell’economia. Un modello di sviluppo inclusivo, partecipato e sostenibile che discende da una tradizione di pensiero economico sviluppatasi in Italia nel Settecento, ma che affonda le sue radici nell'Umanesimo del XV secolo. Un modello che consenta a tutte le persone che compongono il corpo sociale di partecipare.
Lorenzo Barucca, responsabile dell’Ufficio Economia civile di Legambiente, ha spiegato come l’impegno è di costruire un modello di Economia Civile nei territori insieme a pubblica amministrazione, imprese, enti di formazione, terzo settore e cittadini e organizzarlo in distretti di economia civile. La bioeconomia cresce di valore e peso complessivo: secondo il Rapporto CEN (il Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2020, realizzato da ENEA e CEN-Circular Economy Network,) in Europa ha fatturato 2.300 miliardi di euro con 18 milioni di occupati nell’anno 2015. In Italia l’insieme delle attività connesse alla bioeconomia registra un fatturato di oltre 312 miliardi di euro e circa 1,9 milioni di persone impiegate (177 volte i dipendenti dell’Ilva). l’Italia si conferma tra i Paesi con maggiore valore economico generato per unità di consumo di materia.
Il raggiungimento degli obiettivi del pacchetto di direttive sull’economia circolare, secondo le stime della stessa Commissione europea, consentirebbe di creare 580 mila posti di lavoro, con un risparmio annuo di 72 miliardi di euro per le imprese europee grazie ad un uso più efficiente delle risorse e quindi ad una riduzione delle importazioni di materie prime. I posti di lavoro inoltre potrebbero crescere fino a 867 mila se, all’obiettivo del 70% di riciclaggio, si accompagnassero a livello europeo e nazionale anche misure ambiziose per il riuso, in particolare nell’arredamento e nel settore tessile. Solo nel nostro Paese si possono creare almeno 190 mila nuovi posti di lavoro, al netto dei posti persi a causa del superamento dell’attuale sistema produttivo.
È fondamentale il rilancio delle Comunità e dei Territori, affinché ciascuno di essi possa esprimere pienamente potenzialità e specificità e promuovere il più possibile un concetto di sostenibilità rispettoso dell’ecosistema locale. Perché ciò avvenga, si deve puntare su quelle realtà industriali, imprenditoriali ed economiche innovative, appassionate, di eccellenza che creano benefici ambientali e sociali costruendo processi economici generativi e non estrattivi.