Al simposio internazionale WFTC di Genova (18-20 maggio) si è lavorato in tavoli multilingue per garantire voce a tutti: il risultato è una "Carta di Genova 2026" che nasce dalla convergenza delle comunità terapeutiche di tutto il mondo, dimostrando che i valori condivisi possono emergere oltre le differenze metodologiche. Presente anche una delegazione della Comunità Papa Giovanni XXIII.
«Pensa globalmente, agisci localmente»: oggi è ora di pensare globalmente!
Con queste parole Phaedon Kaloterakis, vicepresidente della Federazione Internazionale delle Comunità Terapeutiche, ha dato inizio al Symposium WFTC Genova. Il Simposio, promosso dalla World Federation of Therapeutic Communities (WFTC) in collaborazione con la fondazione CEIS Genova e la Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (FICT), ha visto riuniti i rappresentanti delle comunità terapeutiche di tutto il mondo dal 18 al 20 maggio. L’obiettivo? La stesura di un manifesto che funga da biglietto da visita per le comunità terapeutiche confederate, uno scritto che presenti al mondo esterno – organizzazioni, enti politici, associazioni – il nostro passato, il nostro presente, il nostro futuro. I tavoli di lavoro – tenuti in diverse lingue per permettere un confronto ampio e paritario – hanno riflettuto sulla nascita delle comunità terapeutiche e sulle caratteristiche che le rendono uniche, gettando uno sguardo al futuro e a come costruirlo.
«La cosa significativa è che il modello emerso condiviso è un modello di trattamento orientato a promuovere la dignità delle persone» racconta Ugo Ceron, referente per la Comunità Papa Giovanni XXIII a Genova. Molte le pratiche adottate, significative le differenze metodologiche tra i Paesi. Tuttavia, il processo collettivo ha fatto emergere valori e visioni similari che hanno permesso di convergere in un manifesto che racconta chi sono le comunità terapeutiche di tutto il mondo. Il documento programmatico, battezzato “Carta di Genova 2026”, vuole costruire orientamenti condivisi destinati a incidere sulle politiche e sui sistemi di intervento a livello globale. «Questa concordanza di visione che attraversa i vari Paesi, al di là delle differenze culturali, sembra dimostrare come la comunità terapeutica abbia un valore umano profondo e condiviso», continua Ceron.
Il frutto di questo simposio racconta chi sono le comunità terapeutiche, un movimento non «calato dall’alto da istituzioni o governi» che ha saputo trasformare «luoghi di esclusione in luoghi di accoglienza» attraverso una prassi che «ha restituito la vita a innumerevoli persone e che continua a evolversi».
«Siamo una cultura compassionevole – continua il Manifesto – un ambiente di apprendimento per la vita e un luogo da cui ricominciare», in cui «la responsabilità è collettiva [e] tutte le dimensioni della persona [...] sono riconosciute e valorizzate». Infine, il Manifesto sigla l'impegno delle comunità a seguire i propri valori portanti. L'obiettivo è favorire il reinserimento del singolo nel tessuto familiare e locale, promuovendone la dignità e abbattendo ogni forma di stigma. «Il cambiamento è sempre possibile», conclude il Manifesto. «La comunità, come villaggio, è antica quanto l’umanità e noi ne siamo l’espressione più evidente».
Sono parole forti, evocative e allo stesso tempo concrete, per guidare una prassi agita localmente, mentre si continua a pensare globalmente.