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20 Settembre 2023
Ultima modifica: 20 Settembre 2023 ore 10:09

Compie 65 anni la Legge Merlin che liberò le donne dalla schiavitù legalizzata

Approvata il 20 febbraio 1958 è entrata in vigore il 20 settembre dello stesso anno. Ci mise dieci anni la senatrice Merlin a far passare la legge che chiudeva le case "chiuse". Una conquista per le donne italiane, che oggi sono chiamate a liberare le nuove schiave del sesso.
Compie 65 anni la Legge Merlin che liberò le donne dalla schiavitù legalizzata
C'è chi considera la Legge Merlin bacchettona e obsoleta, chi un ottimo strumento che andrebbe perfezionato. Quella di Lina è stata una grande battaglia contro lo sfruttamento sessuale legalizzato. E oggi?
Ci mise dieci anni, la senatrice Merlin, a far passare la legge che chiudeva le case "chiuse". Una conquista per le donne italiane, che oggi sono chiamate a liberare le nuove schiave del sesso.
La famosa "Legge Merlin”, n. 75 approvata il 20 febbraio 1958, che ha chiuso le “case di tolleranza”, “postriboli” o come altro si voglia chiamare questi luoghi in cui il mercato del sesso era regolamentato dallo Stato, entrata in vigore il 20 settembre dello stesso anno, compie 65 anni. 

Lina Merlin, donna tutta d’un pezzo

La legge prendeva il nome dalla prima firmataria, la senatrice Angelina Merlin, detta Lina, nata a Pozzonovo (Padova) il 15 ottobre 1887 e morta Padova il 16 agosto 1979. Era figlia di un’insegnante e di un segretario comunale. Dottoressa in Lingue straniere, insegnò lingua e letteratura francese alle medie. Aveva la tessera del partito socialista che non esitò a stracciare a causa di divergenze di vedute. Politica e partigiana. 
Durante il periodo fascista venne spedita al confino in Sardegna perché rifiutò di aderire al regime. Paladina degli ultimi si batté contro ogni discriminazione fra i cittadini, per garantire uguaglianza di diritti e pari dignità sociale fra donne e uomini come sancito da quella Costituzione Italiana che lei stessa aveva contribuito a scrivere: sua la frase dell’art. 3 «Tutti i cittadini… sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso…».

Discussione della legge

L’iter parlamentare della legge che ha come titolo “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione”, durò dieci anni. La proposta avviata nel 1948 che non vieta la prostituzione in sé, ma chi la favorisce e la sfrutta, divenne legge N. 75 solo il 20 febbraio 1958 ed entrò in vigore il 20 settembre dello stesso anno.
 
Durante il dibattito emersero tante ipocrisie e falsi moralismi nei confronti della donna, per non parlare delle battute di sarcasmo rivolte a Lina Merlin, ma che non sfiorarono minimamente questa donna tutta d’un pezzo. Lottò contro un certo tipo di mentalità che voleva tenere la donna in una condizione di inferiorità rispetto all'uomo.
Cesare Lombroso diceva che la causa della prostituzione «è biologica: le prostitute come i delinquenti, presentano caratteri fisici, mentali e congeniti». Tolstoj, invece, era convinto che la prostituzione fosse ineliminabile «perché serve a preservare le famiglie e la castità delle spose».
Regolamentare la prostituzione - diceva Lina Merlin - non significa incanalarla perché non dilaghi, ma organizzarla e favorirla». La legge 75 fu approvata il 20 febbraio 1958 e sei mesi dopo vennero chiusi i postriboli. Le prostitute registrate in Italia a quella data erano 2.705 suddivise in 567 case con 3.353 posti letto. 
«Trovo strano - disse rivolgendosi agli onorevoli - che questa gente si preoccupi di dare le case di tolleranza e non la casa ai senza tetto».
In un suo discorso Lina parlò al cuore delle donne perché «bisogna che nella donna si risvegli la coscienza di chi deve compiere una duplice missione sociale: di lavoratrice e di madre. Quando la donna comprenderà ch’ella è parte, e non la meno trascurabile, della classe degli sfruttati, parteciperà alla lotta contro il regime che la opprime».
Un appello che vale anche oggi.


E adesso come faranno gli uomini?

Battersi contro una certa idea della donna le costò molto. Amata ma anche molto derisa. «Gli uomini - scrive Elena Marinucci nell'Introduzione alla biografia su Lina Merlin - non le perdonarono di aver liberato quelle tremila donne e di averli privati di quel rassicurante spazio di piacere e di potere.» 

Il business attorno ai bordelli coinvolgeva molti onorevoli e suoi compagni di partito. Quando la legge arrivò in discussione in Parlamento, la combattente Lina invitò Pietro Nenni ad ordinare al partito di votare a favore. «Altrimenti – disse – farò i nomi dei compagni proprietari di casini». E lui: «Dio mio, Lina, e come faccio ad avvertirli tutti?».

C'era un forte lavoro di lobby per mantenere aperto il business delle "case chiuse". Una delle donne che vi lavorava le scriveva a questo proposito: «Sappia, illustrissima signora, che c'è stato un congresso di questi grandi mercenari di carne umana. I proprietari e le proprietarie di questi postriboli sono più forti del Governo». E ancora: «Hanno stanziato un capitale di circa sessanta milioni per convincere i deputati e i ministri, e sono certi che le case lei no riuscirà maii a farle chiudere. Poi le devo dire che un tale personaggio che ha fatto la difesa di queste grandi case, appartiene alla categoria dei mercenari.»
Ma per fare questo lavoro ci vuole stomaco e questa donna conclude: «Qui è una cosa da morire!»

«Sono gli stupefacenti che ci fanno resistere, le tenutarie stessa li somministrano»

Si trovò a fronteggiare una serie di luoghi comuni, gli stessi che continuano ad essere sbandierati oggi. Come il fatto che l’uomo non può fare a meno del sesso perché è un’esigenza fisiologica. Lei però aveva le idee chiare, come spiegherà in un’intervista del 1963 ad Oriana Fallaci: «Questo Paese di viriloni che passan per gli uomi­ni più dotati del mondo e poi non riescono a conquistare una donna da soli! Se non gli riesce di conquistare le donne, a questi cretini, peggio per loro».
Poi c’erano gli intellettuali come Dino Buzzati, decisamente contrari a questa legge che avrebbe «troncato un filone di civiltà erotica che, nell’ambito delle case chiuse, veniva trasmesso, con le parole e con l’esempio, di generazione in generazione».

Una volta una donna le urlò per strada: «Dove mando ora i miei figli?». E lei, schietta: «Dalle figlie delle sue amiche».

Nell’Italia del dopoguerra la proposta di Lina Merlin per l’“Abolizione della regolamentazione della prostituzione, e per la lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui e protezione della salute pubblica” spaccò il paese.
Nella prefazione del suo libro scriveva:
«Chi scorresse, tra non molti anni, le cronache italiane di questo dopoguerra, non potrebbe non stupirsi del clamore suscitato nel nostro Paese dal Progetto di legge per l’abolizione della regolamentazione della prostituzione e per la lotta allo sfruttamento della prostituzione altrui».
Le donne avevano da poco ottenuto il diritto al voto ma la strada dell’emancipazione era ancora lontana. Si dividevano tra madri e mogli dalla moralità ineccepibile mentre le prostitute erano considerate “minorate”, “viziose”, “asociali”. Schedate, portavano il marchio della loro condizione senza possibilità di rifarsi una vita.

Prostituzione, una schiavitù legalizzata

Lettere dalle case chiuse a cura di Lina Merlin e Carla Barberis
 
Lina Merlin aveva riconosciuto nella prostituzione una «schiavitù legalizzata della donna» e l’aveva toccata con mano.
Assieme a Carla Barberis (moglie del futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini), scrisse nel 1955 il libro Lettere dalle case chiuse in cui raccolse 70 lettere ricevute dalle ragazze delle case di tolleranza e dal personale di servizio. Alcune favorevoli, altre contrarie alla chiusura delle case chiuse. In tutti i casi donne - come le donne che oggi vediamo prostituirsi per strada - violentate, sedotte e abbandonate, povere, madri costrette dagli eventi.
Lettera n. 3:
Sono una povera ragazza sfruttata, sempre, sono una di quelle, ma per il mio bambino farei tutto

"Mamma Lina"

Le donne che le scrivevano la vedevano come una possibile salvatrice e le si rivolgevano chiamandola “mamma Lina”:

Ci salvi tutte Onorevole… e che nessuna debba più essere sfruttata da nessuno e minacciata dalla polizia


Scorrendo le pagine del suo libro, ci si accorge di come il fenomeno nella sostanza non sia cambiato. Schiave allora che il mercato della sesso era regolamentato dallo Stato. Nella Lettera n. 7 dal libro Lettere dalle case chiuse

Ci fanno firmare tante cambiali, ci indebitiamo per vestirci, per le malattie, per tutto, e pensi che se spendiamo 50 dobbiamo firmare per 100, e la Questura è d’accordo con il padrone... Ci salvi tutte Onorevole… e che nessuna debba più essere sfruttata da nessuno e minacciata dalla polizia. Si guardi anche da questa, che quasi sempre sono d’accordo […] (però poi vengono con noi e non ci danno niente


E schiave oggi del racket della prostituzione. Disperate lo erano allora e disperate lo sono oggi. Schiave di una mentalità maschilista che le aveva private del voto per molti anni e che utilizzava una presunta inferiorità femminile come strumento di piacere degli uomini, e oggi schiave di sfruttatori che le tengono soggiogate a causa della condizione di fame e povertà da cui provengono.
Le nostre “schiave prostitute”, oggi, sono per lo più straniere, vittime di organizzazioni criminali che, come allora, sfamano il desiderio di “potere sessuale” degli uomini.
Uomini italiani questi, che comprano il corpo di donne disperate, povere economicamente e intellettualmente, ingannate, che con la loro richiesta finanziano la criminalità organizzata che sta dietro al business dello sfruttamento sesssuale. 

Perché, come allora, queste donne “prostituite non si ribellano?

Perché non riescono più a vedere una via d’uscita. Allora dovevano far fronte alle inibizioni sociali, oggi non si vede un’alternativa.
Nella Lettera n.54

Si entra nell’incoscienza, il miraggio d’ambizioni stupide. E dopo quando vediamo che questo denaro è veramente sudato con il nostro dono migliore, non dà né il risultato e nemmeno la felicità, non siamo più capaci di trovare la vera via


Oggi si parla di scelta, di libertà ma non si parla di fare la "prostituta" ma annacquando il termine di "sex worker". Se si va a scavare nella vita di queste donne sempre più giovanissime si trovano delle ferite profonde, fatte di violenza, anestetizzazione psicologica, ricatti, uso di droghe per poter stare sulla strada a fare il "mestiere" e persecuzioni da parte delle organizzazioni criminali che agiscono indisturbate grazie a una  legislazione debole.

Sconfiggere il mercato di carne umana oggi

Ancora oggi c’è chi considera la Legge Merlin bacchettona e obsoleta, chi un ottimo strumento che andrebbe perfezionato. Quella di Lina Merlin è stata una grande battaglia contro lo sfruttamento sessuale legalizzato. E oggi?
 
Ancora oggi la riapertura delle famose “case chiuse” viene riproposta da qualche nostro politico per regolamentare la prostituzione, per ridurre le malattie, per non lasciarla in mano alla criminalità, ma soprattutto viene vista come un’occasione per lo Stato di fare cassa e prendere voti.
Di fatto con la pandemia il volto della prostituzione di strada ha subito modifiche. I volontari che vanno in strada ad incontrare le vittime di tratta, segnalano che il fenomeno ha avuto una forte virata al “chiuso”: negli appartamenti, centri massaggi, night club, ecc. dove queste donne rimangono chiuse per ore a soddisfare i clienti. Succede che sono meno visibili agli occhi della società e hanno meno opportunità di aggancio da parte di chi può offrire loro una via d’uscita.
«Un fenomeno sommerso di cui non conosciamo i numeri - raccontano i volontari dell'unità di strada della Papa Giovanni XXIII che da anni è in prima linea nell'aiuto delle donne trafficate - ma basta guardare gli annunci on line per capire che si tratta di un problema di grandi dimensioni. Spostando l’attività al chiuso, la criminalità organizzata può agire indisturbata, senza essere vista, per cui le vittime sono ancora di più nelle loro mani, sfruttate per soddisfare le preferenze dei clienti».

Oggi come allora le parole di Lina sono profetiche:
La lotta per la schiavitù legalizzata della donna diventa … un mezzo importante per far conquistare alla donna italiana la coscienza della necessità della sua emancipazione che condiziona, in notevole misura, la possibilità di democratizzare la vita del nostro Paese… per far finire lo sfruttamento di pochi su molti


Occorre più solidarietà e coraggio da parte delle donne. Se le donne, soprattutto straniere, oggi schiave del mercato del sesso non troveranno quella dignità conquistata col sangue dalle nostre donne italiane, la battaglia di Lina rischierà di essere perduta per tutte noi.