6 Marzo 2020

Relazioni virtuali e coronavirus

È giusto blindare intere città e paesi? «Adesso è il tempo di sospendere ogni giudizio». La testimonianza dalla zona rossa.
Foto di Rosanna Montani
Dal 21 febbraio Codogno è chiusa in ingresso e in uscita. Quindicimila persone hanno iniziato ad adattarsi ad una vita fatta di isolamento e voglia di capire.
Rosanna Montani, dottore in legge che si occupa della privacy della Comunità Papa Giovanni XXIII, vive e lavora ed è consigliere comunale a Codogno, il piccolo comune del lodigiano che negli ultimi giorni è diventato per i media la Wuhan europea. Da venerdì 21 febbraio è chiusa in casa, con il marito e la figlia, in quarantena. L’abbiamo raggiunta al telefono, per farci raccontare cosa e come stanno vivendo.

Innanzitutto come state?

«Dopo una settimana di questo isolamento la maggior parte delle persone mantiene ancora un buon livello di equilibrio. La popolazione vive con responsabilità. I viveri non ci mancano, hanno riaperto anche le edicole, i beni di prima sussistenza ci sono. La fatica oggi è gestire l’isolamento. La preoccupazione maggiore è per le persone anziane o con patologie gravi, a rischio. Molti ospedali del territorio sono al collasso e continuano ad avvenire ricoveri. Ci sono tanti medici di base in isolamento perché risultati positivi al tampone, quindi da un lato ci gestiamo, dall’altro dopo una settimana cominciano ad esserci delle fatiche, particolarmente per le persone più fragili, e parlo anche di chi ha fragilità di tipo psicologico. Chi ha un equilibrio labile sicuramente in un contesto del genere non è facilitato».

Come è la vostra giornata?

«Ci organizziamo in casa. Io e mio marito riusciamo un po’ a lavorare sul computer, l’azienda di mio marito è chiusa. Facciamo i lavori di casa, cuciniamo, leggiamo, stiamo giocando molto a scala quaranta… abbiamo ripreso una vecchia abitudine. Ogni tanto usciamo per andare a fare la spesa o in farmacia… si cerca di fare anche qualche passeggiata all’aria aperta. Le giornate quindi sono ritmate dalla quotidianità e da quello che è possibile fare in casa. Poi ci sono le relazioni con l’esterno, tutte le telefonate, i contatti social… l’unico modo per stare in contatto con amici, parenti e conoscenti è utilizzare il telefono o i social».

Da fuori la percezione che abbiamo è di un paese fantasma. Da dentro…è cosi?

«Mah… non c’è più il deserto totale dei primi giorni. Adesso la gente comunque esce alla spicciolata… certo non ci sono assembramenti o gruppi, le persone escono 1 o 2 alla volta, e specialmente con i bambini piccoli vanno a passeggio. C’è chi porta la mascherina e chi non la porta, è richiesta più che altro quando si va a fare la spesa nei supermercati. Sicuramente in queste ultime due giornate la gente esce di più, ci sono state anche delle belle giornate di sole quindi ne approfittiamo. Le scuole ovviamente sono chiuse e c’è bisogno di prendere un attimo di respiro. Le macchine sono ferme… dove potremmo andare del resto»?

Proviamo a ricostruire quell’attimo in cui all’improvviso la vita di Codogno è cambiata… quando hai saputo che c’era il primo caso di coronavirus in Italia, anzi proprio nel tuo paese, che cosa è successo?

«Il venerdì mattina, 21 febbraio, sono uscita per andare al lavoro, come sempre. A metà mattina sono andata in due negozi e ho guardato velocemente facebook. Dai social è venuta fuori la notizia della prima persona infettata in Italia, a Codogno. Sinceramente sembrava una notizia importante ma limitata, non c’era la consapevolezza di cosa poteva significare. Nel giro di breve tempo si è venuto a sapere chi era questa persona e tutti hanno cominciato tutti a chiedersi se fossero venuti in contatto con lui. Poi la moglie di quest’uomo, il cosiddetto ‘paziente uno’ ha iniziato a ricostruirne gli spostamenti, e si è visto che aveva frequentato tanti ambienti e gruppi diversi… nel giro di poche ore eravamo tutti chiusi in casa. E’ stato immediato l’intervento o della prefettura e del comune di Codogno, e poi a macchia d’olio di tutti i comuni limitrofi della ‘Bassa del Lodigiano’ la parte della provincia di Lodi che confina con l’Emilia-Romagna».

E i media hanno iniziato a dare notizia della diffusione del virus… e a un certo punto è sembrato che tutto il mondo prima o poi sia passato da Codogno o abbia avuto contatti con una persona di Codogno.

«Guarda questa cosa non ce la sappiamo spiegare. Codogno fino a pochi giorni fa era sconosciuta ai più: una cittadina della bassa Lombardia come tante, una piccola cittadina. Anche noi ci chiediamo – con un po’ di autoironia che in questo momento ci sta anche - ma tutta sta gente che è venuta fare a Codogno, che attrattive ha la nostra città da attirare tutte queste persone? Ma soprattutto dove eravamo noi che non le abbiamo viste? D’altra parte crediamo che sia una realtà non dico distorta ma quantomeno non chiara. Non è possibile che tutte queste persone siano passate a Codogno e si siano infettate qui».

Si dice che fin da gennaio ci siano state diverse polmoniti anomale in questa zona… che oggi forse si spiegano…

«Ma guarda, se ne parlava già a dicembre. Sicuramente questo coronavirus era già in giro e non è partito da Codogno».

E adesso che succederà?

«La zona rossa fino all’8 marzo è blindata. Il decreto di emergenza e le circolari di applicazione ci mettono in questa situazione per due settimane. Le autorità poi faranno le valutazioni opportune e a quel punto ci comunicheranno se la cosa viene limitata, prosegue o se saremo tutti liberi».

Quando parlate tra voi concittadini, come affrontate la cosa, che vi dite?

«Innanzitutto ci chiediamo come stiamo, come stanno le persone care. E poi a seconda dei contesti e dei gruppi si ragiona a livello politico o a livello affettivo… gli argomenti sono tantissimi anche perché noi ci siamo dentro in questa situazione, la viviamo sulla nostra pelle e vediamo anche le reazioni all’esterno della nostra realtà seguendo i canali di comunicazione. E non è sempre piacevole… a volte sia all’interno che all’esterno della zona rossa ci sono reazioni che leggiamo come giudizio, commenti che non sono sempre equilibrati: a volte ci si sente un po’ nel mirino, giudicati come se fosse quasi una nostra colpa il fatto che questo virus si sia sparso. quindi gli argomenti ruotano intorno a questo ma hanno tante sfaccettature. Dipende poi da con chi parli, anche da quanto ciascuna delle famiglie è toccata da vicino da ciò che sta succedendo: finché si sta bene e le persone intorno a te stanno bene vivi con fatica questa reclusione ma da un certo punto di vista la tolleri. Quando comincia a toccarti da vicino, vedi che un tuo genitore o qualcuno dei tuoi amici più cari o dei tuoi parenti viene ricoverato in ospedale in cattive condizioni cambia la percezione. A me all’inizio sembrava di essere in un film fanta — horror… si aveva proprio questa sensazione».

Oggi però nell’immaginario collettivo Codogno più che una realtà è una metafora…

«Sicuramente perché il problema si sta allargando. Nelle cosiddette zone gialle - lo sappiamo per certo - ci sono diversi contagi. Poi, dopo una settimana di allarmismo, il mantra è abbassiamo un po’ i toni. Guarda è un mio ragionamento assolutamente personale, e mi assumo la responsabilità di quello che dico ma sicuramente da un lato la situazione sta prendendo delle forme inaspettate - se dovessero chiudere in questo momento tutte le zone coinvolte da virus dovremmo chiudere non dico tutta la Lombardia ma quasi. In alcune zone gialle è evidente che hanno delle situazioni identiche a Codogno, dovrebbero chiudere quasi tutta la Lombardia, e non si fa perché vorrebbe dire portare al collasso tutto un sistema. Oppure c’è un’altra spiegazione, può essere che si siano resi conto di aver esagerato anche qui a Codogno… noi abbiamo fatto da laboratorio quindi sugli altri territori si pensa di fare in modo differente. So che le certezze sono veramente poche, a tutti livelli e quindi si fa fatica ad essere razionali, e avere una lucidità tale da fare ragionamenti e valutazioni. Sono sicura solo del fatto che ci vorrà tempo e strumenti per fare ragionamenti sensati. Adesso bisogna sospendere il giudizio, tutelare la salute delle persone e contenere più possibile il contagio».

«Nel medio e lungo periodo andranno affrontati tanti problemi… quelli delle imprese, delle attività chiuse… le ripercussioni economiche, le persone senza lavoro, il problema della scuola per i ragazzi, i programmi che sono fermi… la gestione delle persone anziane. Tutte cose che in questo momento sono lì in sospeso, ma che prima o poi salteranno fuori. E andranno gestiti. Abbiamo per esempio tanti uffici chiusi, questo impedisce tutta una serie di attività. È come un cortocircuito, e se nell’immediato si tiene duro, nel medio termine ci saranno ripercussioni sulle famiglie, sulle imprese, sulle attività commerciali e lavorative, sulla vita sociale. Codogno è una realtà di forte pendolarismo lavorativo, anche gli studenti vanno a fare l’università a Milano o Piacenza. Questo vuol dire che a molte realtà lavorative fuori da qui in questo momento manca la forza lavoro che veniva da qui. Io fuggo sempre da ragionamenti spiccioli immediati perché siamo in una situazione talmente complessa e di difficile lettura, che le soluzioni che si prospetteranno da qui in avanti sono comunque complesse».

Però nel tuo racconto si percepisce una gran voglia di guardare al futuro, di ripartire…

«Ci sono tanti piccoli segnali molto forti. Gli insegnanti di ginnastica e gli istruttori delle palestre fanno filmati on-line per farti fare ginnastica a casa, le maestre fanno on-line la lettura a per i bambini ad alta voce, si stanno muovendo sia singolarmente che come gruppi tutta una serie di attività che fanno vedere quanto sia importante realizzare che la città non è morta, è fondamentale tenere compatto il tessuto sociale, gli artigiani in un modo, i commercianti in un altro, ognuno accetta di dare il proprio contributo per come può e come intuisce, quindi c’è una grande voglia di ricominciare, di riaprire, di ritornare ad essere vitali».

«Il tutto però avviene in modo che non crei contatto fisico. Tutto quello che stiamo vivendo è basato sulla relazione virtuale — e quindi social telefono skype web… — tutto è fatto senza toccarci, tutto è virtuale anche se siamo nello stesso posto. Viviamo attraverso i social, progettiamo sullo schermo e sul web: Però tante cose senza la relazione personale non si possono fare… Chi ad esempio sta avendo parenti ricoverati di fatto si autodenuncia e viene messo immediatamente in una sorta di quarantena nella propria casa, addirittura in una stanza senza poter avere relazioni con gli altri della famiglia. Quando ci si incontra per strada si chiacchiera però stando almeno a 2 metri l’uno dall’altro, si mantiene sempre questa distanza per protezione verso se stessi gli altri. E lo si fa in modo automatico, quasi senza accorgersene. Non lo diciamo ma lo facciamo. Viviamo così».

È un’esperienza dura. Ma anche nelle cose brutte bisogna cercare il bello, la grazia, come diceva don Benzi. Qual è la grazia di Codogno?

«La grazia intesa come dono è una cosa che va coltivata. Codogno riuscirà a ripartire secondo me nella misura in cui metteremo a disposizione le cose positive che si sono sviluppate in questo periodo, senza scissioni e senza divisioni. Purtroppo sto vedendo — specialmente sui social — che anche di fronte questa sciagura c’è sempre chi divide, chi vuole contrasti. Spero che la nostra comunità reagisca in modo differente. Un altro aspetto che tocca me ed altri, è che siamo senza messe».

«La funzione delle ceneri non c’è stata, abbiamo seguito la messa domenicale in televisione. Certo ci sono degli strumenti che i sacerdoti mettono a disposizione, pubblicano su Whatsapp riflessioni, preghiere, filmati.. ma l’Eucarestia manca. E non è un modo di dire ma proprio in queste situazioni scopri quanta grazia quanti privilegi hai. Scopri tutte le opportunità che abbiamo nella nostra quotidianità, quanta ricchezza…»

«La speranza è che tutto questo finisca presto, soprattutto per le persone che non stanno bene, e che da questo possiamo imparare qualcosa perché c’è da imparare sotto tanti punti di vista. Non possiamo dire l’abbiamo scampata e poi far continuare tutto come se nulla fosse».