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28 Maggio 2020

Ex vigilante promosso a cuoco fra i senza tetto

Solo, senza soldi e senza lavoro ha ritrovato un ruolo sociale grazie ai fondi dell'8 per mille raccolti da Caritas di Imola e alla Comunità Papa Giovanni XXIII.
450 anni di solidarietà fra le colline imolesi. Adulti in difficoltà cercano qui un’occasione di rinascita, non da soli.
Romano doc, di mezz’età, cuoco, custode, assistente. Insomma un tuttofare. Oggi volontario di una struttura di accoglienza, punto di riferimento importante per adulti che han perso il lavoro, alcuni con handicap psichico, altri a rischio di emarginazione o con problematiche di tipo sanitario. Chi avrebbe mai detto che, perso il lavoro a 50 anni, senza risorse economiche e prospettive di lavoro, ci si può ancora ricostruire un futuro dignitoso? Eppure a Francesco è andata così. Tre anni fa si trasferisce in Emilia per cercare un’altra chance nel settore della vigilanza in cui ha sempre lavorato ma che nella capitale non gli dava più entrate sufficienti per vivere. Inizialmente si trova da solo, senza soldi e non riesce a reinserirsi nel mondo del lavoro come tanti uomini di mezz’età. Allora decide di chiedere aiuto alla Caritas di Imola che lo indirizza alla Comunità Papa Giovanni XXIII che aveva aperto nel 2018 presso il Convento del Piratello (Bologna) una struttura di accoglienza.

La rinascita di Francesco

E qui inizia la sua rinascita. «Non avrei mai pensato di incontrare persone che dedicano la vita ad aiutare il prossimo, senza distinzione di credo religioso, di etnia. Ho trovato un tetto sulla testa e soprattutto il coraggio di rimettermi in gioco. In questi tre anni mi è proprio cambiata la vita: da accolto sono diventato volontario, occupandomi un po' da sempre della cucina, insieme agli altri ospiti ma anche dandomi da fare in tutte le attività di pulizia, cura degli ambienti interni ed esterni e anche nell’assistere e supportare gli ospiti con difficoltà fisiche o psichiche.  In contemporanea sono riuscito riprendere a lavorare per un Istituto di vigilanza».

L’esperienza al fianco di adulti con disagio, prima al Piratello ed oggi a Montericco, è capitanata da Giorgio Mei, operatore con una lunga esperienza di accoglienza già nella casa-famiglia che porta avanti con sua moglie. Il trasferimento nella cosiddetta “casa del contadino” di fianco allo storico Seminario diocesano nel 2019 è stato un grande regalo.

Con il contributo dei fondi 8 per mille a disposizione della Diocesi di Imola, è stata infatti terminata la sistemazione della struttura e soprattutto è stato possibile arredarla in modo adeguato per ospitare circa 12 persone. Giorgio Mei insieme ai volontari Francesco, Stefano e Mahmod hanno così potuto constatare un notevole miglioramento della qualità di vita degli ospiti per la posizione della casa, vicinissima alla città, e al tempo stesso abbastanza isolata e immersa nella natura.

La casa di accoglienza di Montericco di Imola (BO)

La casa di accoglienza di Montericco è una realtà multietnica. Oggi vi convivono 6 nazionalità diverse: italiani, senegalesi, pakistani, rom, ucraini, albanesi. «Per me l’incontro con persone di culture e religioni diverse o di diversa estrazione sociale non è mai stato un problema – continua a raccontare Francesco - . Anche a Roma, nel mio lavoro sono sempre stato a contatto con persone con le più diverse abitudini. Nella Comunità Papa Giovanni XXIII ho imparato ancora di più a cercare di valorizzare le differenze, per esempio in cucina coi cibi etnici, e che è fondamentale basare la vita quotidiana sul rispetto. Nella casa ci sono anche due persone che hanno delle invalidità e giorno dopo giorno mi sperimento nell’aiutarli a recuperare le piccole autonomie e le piccole azioni quotidiane… Qui un punto fermo è l’aiutarsi reciprocamente».

esterne casa di accoglienza per homeless
Accoglienza homeless a Montericco (RE)
homeless in sala pranzo
Accoglienza homeless a Montericco


Francesco ci spiega che a Montericco non si “viaggia” mai da soli. Nel comprensorio dell’ex Seminario, in quella casa colonica con un enorme giardino, un bel pozzo e i campi intorno che «ti ricordano i valori della vita contadina di una volta, di quello che è essenziale e che conta veramente», sono tante le persone, i gruppi che vanno a trovarli. «Sono veramente momenti importanti per tutti noi. In questo anno anche il Vescovo è venuto a trovarci! Poi ci sono i gruppi scout, Arte migrante con cui stiamo progettando una festa etnica non appena sarà possibile ritrovarci, pur col dovuto distanziamento sociale; abbiamo anche partecipato alla marcia della pace promossa dalla diocesi, abbiamo momenti d’incontro e di preghiera con le altre strutture di accoglienza della Comunità. Insomma non ci sentiamo mai soli e davvero qui non ti annoi mai!».

Il Coronavirus ha incentivato la collaborazione

In questo periodo di emergenza sanitaria, ciò che lo ha colpito di più è che tutti hanno recepito bene i comportamenti e le misure di prevenzione da tenere nel quotidiano. «Io pensavo che esplodessero e che qualcuno scappasse via – spiega con grande stupore Francesco –. Invece non si sono mossi e c’è stata una collaborazione che non mi aspettavo. Per sorridere, un'altra novità per me inaspettata è il fatto che quando torno da lavoro, che sono in divisa, chiunque viene accolto e mi incontra non si spaventa né scappa via». Si vede proprio che dipende tutto dalla qualità delle relazioni e che, in questo grande parco dove convivono oltre a questa casa di accoglienza anche una Casa per ferie, una Scuola primaria, una struttura riabilitativa per anziani, si respira un’aria di famiglia e di solidarietà affidandosi alla Provvidenza.

Anche la rete costruita con la Caritas, i Servizi sociali, la Cooperativa Il Solco, la Cooperativa La fraternità per garantire ad ognuno un futuro ne è un segno visibile. E così oggi, nonostante l’emergenza sanitaria, la vita continua all’insegna del supporto quotidiano agli ospiti presenti che, come conferma Francesco, hanno accolto con serietà e nell’ottica dell’aiuto reciproco, e della difesa dei più fragili le misure di contenimento del contagio da Covid-19. Alcuni di loro in questi giorni hanno ripreso il lavoro, chi in campagna e chi in altri percorsi di tirocinio formativo con la prudenza e l’attenzione, nel ritorno a casa, che si addicono alle famiglie che hanno più a cuore i più fragili. Dove, come insegnava don Oreste Benzi, sono gli ultimi che segnano il passo e lo stile della vita quotidiana perché la rinascita di ognuno è legata al benessere di tutti. Anche a Montericco, oggi più che mai, è proprio vero infatti che “ci si salva solo insieme”.