C'è molto di Papa Francesco nell'ultima enciclica di Papa Leone. Ma in filigrana si può leggere anche tanto del pensiero che don Oreste Benzi aveva elaborato nei suoi decenni di apostolato accanto ai poveri.
Quasi a togliere ogni dubbio sulla continuità del proprio pontificato con quello di Papa Francesco il nuovo pontefice Leone XIV ha tirato fuori dal cassetto gli appunti del predecessore per una nuova enciclica e li ha fatti propri, elaborandoli in una esortazione apostolica dal titolo Dilexi te.
Nel documento sono diversi i punti che possono richiamare la figura di don Oreste Benzi, cosa che sembra inevitabile in uno scritto dedicato all’amore della Chiesa per i poveri. Alcune delle figure evocate nelle parti dedicate agli esempi di dedizione agli ultimi sono state punti di riferimento della sua pastorale.
La rimozione delle cause dell'ingiustizia e le strutture di peccato
Conferma, quindi, la linea della Chiesa e, in più, suggerisce anche qualche linea di azione che fa pensare all’opera di don Oreste. Già al punto 10 fa osservare che «l’impegno a favore dei poveri e per rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, pur essendo diventato importante negli ultimi decenni, rimane sempre insufficiente». Segno che si chiede alla Chiesa qualcosa di più della devozione e della semplice carità. Tanto più che al punto successivo afferma: «All’impegno concreto per i poveri occorre anche associare una trasformazione di mentalità che possa incidere a livello culturale».
Il tema viene ripreso al punto 93 dove si parla di “strutture di peccato”, concetto usato da don Oreste per la prima volta nel 1981 ed entrato a far parte della dottrina della Chiesa con san Giovanni Paolo II, Il quale nell’enciclica “Sollecitudo Rei Socialis” ha parlato di peccati che «costituiscono per il loro oggetto stesso, un’aggressione diretta al prossimo». Ha spiegato poi che «la ripetizione di questi peccati contro gli altri finisce molte volte per consolidare una “struttura di peccato” che influisce sullo sviluppo dei popoli».
Papa Leone XIV riprende il suo predecessore per dire che la “struttura di peccato” «fa spesso parte di una mentalità dominante che considera normale o razionale quello che in realtà è solo egoismo e indifferenza. Tale fenomeno si può definire alienazione sociale». Vale la pena ricordare come l’espressione “strutture di peccato” sia stata usata perla prima volta da don Oreste a proposito degli istituti per disabili e per minori, che al tempo venivano considerati la soluzione normale e razionale per le persone con disabilità e per i minori in difficoltà. Comprendere e smascherare l’egoismo e l’indifferenza che c’erano dietro queste strutture, accettate dalla maggioranza della gente, è stato il primo passo per arrivare al loro superamento sia attraverso soluzioni alternative, come le case-famiglia, sia con i provvedimenti legislativi che hanno consentito alle persone con disabilità di vivere, studiare e lavorare nei normali ambiti di vita.
La società del gratuito e quella del profitto
Successivamente sono state tante le occasioni in cui don Oreste ha preso di mira situazioni e fatti che tanti accettano come normali, ma che come cristiani non possiamo tollerare. Tali sono il commercio delle armi, l’aborto, la prostituzione. Probabilmente questo non è che un elenco parziale
Anche la sua proposta di una “società dl gratuito” porta con sé una critica al ruolo del profitto che in tanti accettano e addirittura giudicano indispensabile per il progresso, mentre don Oreste ha descritto ampiamente i limiti e i guasti di una “società del profitto” proponendo poi una società in cui a determinare le scelte fosse il bene comune e non il tornaconto individuale. Non dimentichiamo che la Chiesa con san Giovanni Paolo II (Centesimus Annus) definisce il profitto accettabile come indice del buon andamento dell’azienda, ma esclude che sia l’unico indicatore e lo scopo di esistere dell’azienda. Tendiamo, invece, a giustificare molte scelte come volute dal “mercato”, ma in realtà giustificabili solo nell’ottica del profitto come valore assoluto. Considerazioni simili si potrebbero fare sull’ideologia del “merito”, ricordando che don Oreste considerava titolo di servizio e non di merito.
In conclusione, comprendere quali sono le “strutture di peccato” con cui “abbiamo fatto pace”, come diceva don Oreste, è il primo passo per andare a rimuoverle ed attuare quella rivoluzione che ha evocato nel suo ultimo discorso pubblico.