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22 Giugno 2021
Ultima modifica: 22 Giugno 2021 ore 07:30

Lo strano caso di Don Dino Pirri

Intervista al prete social: «Gesù non dà risposte, fa domande».
«Dio non fa mai quello che vogliamo noi o quello che noi ci aspettiamo ma si muove secondo il suo cuore che è diverso dal nostro.»
Il titolo è accattivante, studiato per attirare l’attenzione del potenziale lettore: Lo strano caso del buon samaritano. Il Vangelo per buoni, cattivi e buonisti. Il contenuto mantiene le promesse del titolo ed il libro, edito da Rizzoli, lo si legge tutto di un fiato, apprezzandone le continue provocazioni, i giudizi mai scontati, le verità offerte con un linguaggio per nulla clericale.
Sì, perché l’autore è Don Dino Pirri, un parroco marchigiano, di Grottamare, di 49 anni, sacerdote dal 1998. È stato un volto televisivo, su Tv 2000, ed è presente su Twitter, dove lo abbiamo conosciuto, con il non trascurabile gruzzolo di oltre 41 mila follower.
 
Don Dino, perché hai usato la parabola del buon samaritano per raccontare la tua esperienza di fede?
«Complice è stato il periodo del lockdown, quando ci era impedito di incontrarci, abbracciarci, toccarci. All’inizio non pensavo di raccontare tutte le cose che sono nel libro, volevo limitarmi al tema della prossimità. Gli altri pensieri sono scaturiti a sorpresa.»
 
Di solito il buon samaritano è presentato come l’esempio per essere buoni, per aiutare il prossimo. Tu insisti su un’altra interpretazione…
«Non è però un’interpretazione alternativa. La parabola indubbiamente ci dice chi è il prossimo, chi devo amare. Però già i padri della Chiesa nei primi secoli  leggevano la parabola vedendo il Cristo nel samaritano. La parabola allora risponde anche alla domanda: chi è che ama me? L’atto del dono, dell’amore, non è un atto naturale, può scaturire solo da un dono che lo precede, quello della vita che Dio ci dà.»

Cos'è il cristianesimo?

Spesso nel libro sostieni che il cristianesimo non è una morale, non è una dottrina, non è un elenco di cose da fare. Cos’è allora?
«Il cristianesimo è innanzitutto l’incontro con la persona di Gesù, è una relazione viva con una persona che è Dio e che è risorto e che diventa un criterio per la propria vita. Poi il cristiano ha una sua morale, un suo modo di scegliere, però questo è il riflesso della relazione non il presupposto.»
 
Scrivi che Cristo non è solo risposta alle nostre domande ma è piuttosto colui che le tiene aperte, che non le chiude…
«Direi di più: Cristo è la domanda. Noi a volte pensiamo che la fede sia una serie di risposte, in realtà la fede è una serie di domande che vengono poste  nel Vangelo e la risposta è costituita dalla nostra vita. Cristo è anche la risposta, però soprattutto è una domanda. Nei Vangeli noi troviamo Gesù che domanda e raramente risponde, a volte sembra maleducato, sembra sfuggire sempre le domande che gli pongono gli interlocutori, sia in malafede che in buona fede. Di solito risponde a domande ponendo altre domande. Ciò deve aiutarci a interpretare la fede anche in questo senso, senza escludere la fede come risposta. Non brancoliamo nel buio.»
 
Mi pare che vuoi sgombrare il campo da immagini scontate e preconfezionate del cristianesimo.
«Sì, perché non è uno schema, un prontuario di domande e di risposte ma un’esperienza da vivere. E dentro questa esperienza ci sono le domande, le risposte, gli incontri.»

Il cristiano deve obbedire a Dio? 

Dio vuole la mia felicità, non vuole la mia obbedienza. È una delle massime provocatorie che si incontrano nel tuo libro. Che significa?
«Dio ha creato il cielo e la terra e tutti noi per un atto di felicità, perché potessimo essere felici. Per un cristiano essere felice significa essere pienamente uomo, pienamente donna. Avere una vita che non va perduta. Certo, il senso della vita lo trovo nell’obbedienza a Dio, ma Dio non mi ha creato perché obbedisca a Lui. Anche il catechismo di Pio X diceva che Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e goderlo nell’altra. Usa proprio il verbo godere, che con il tempo è stato messo nel dimenticatoio.»

Metti in evidenza un’altra verità non sempre ricordata: Dio non ci salva portandoci via dalla nostra condizione, Dio ci salva così come siamo, senza che prima diventiamo più buoni.
«Ultimamente mi sono soffermato anche sull’immagine del Crocifisso che perdona coloro che l’hanno messo sulla croce ma questi non sono pentiti. Quindi Dio non aspetta il nostro pentimento, il nostro miglioramento per salvarci, ci salva e basta. Semmai il nostro pentimento, il nostro miglioramento scaturiscono dalla consapevolezza di questo sguardo d’amore, di questa salvezza già ricevuta. È l’esperienza di san Paolo: Cristo mi ha salvato mentre ero un peccatore, mentre ero un nemico.»

Perché credere?

Cosa può convincere un uomo del nostro tempo che vale la pena scommettere su Cristo e il cristianesimo?
«Nello scrivere il libro sono partito dal principio di non dare degli insegnamenti, di non dare consigli, ma di raccontare la mia esperienza di vita,  di fede. L’unica cosa capace di convincere oggi come anche nei primi secoli del cristianesimo è la vita bella dei cristiani che diventa un’attrazione, diventa essa stessa una domanda, una provocazione per gli altri.»
 
Tu valorizzi la figura di Zaccheo, che era un poco di buono. Perché?
«Sia il samaritano che Zaccheo vanno letti in trasparenza, ci insegnano che Dio si presenta nel Vangelo non solo come lo straniero ma addirittura come l’eretico. Il samaritano era uno straniero ed eretico. Quando Gesù si ferma da Zaccheo stupisce tutti perché non si comporta da Dio, avrebbe dovuto visitare forse altre case, altri luoghi. La caratteristica di Zaccheo è di mettere in luce l’iniziativa totalmente gratuita e sorprendente di Dio che non fa mai quello che vogliamo noi o quello che noi ci aspettiamo ma si muove secondo il suo cuore che è diverso dal nostro. Quando questo lo vediamo applicare sugli altri, forse ci innervosisce e ci irrita; però per chi ha il cuore peccatore e desideroso di amore, questa è una grande consolazione: non esiste una condizione nella quale Dio non possa entrare a portare il suo abbraccio, il suo amore.»

La Chiesa di Francesco

Citi spesso Francesco.  Cosa ti affascina di questo papa?
«Direi non tanto la semplicità, perché Francesco è anzi molto profondo in tutto ciò che dice e fa. Mi colpisce perché tutto ciò che dice e fa è immediatamente riconducibile al Vangelo.  E questo rompe gli schemi dell’abitudine, e forse anche della dottrina, perché il cuore di Dio è più grande della dottrina.»
 
Una Chiesa in uscita, come ospedale da campo. Francesco pone il tema della condivisione con i poveri, con gli scarti della società.
«Il samaritano alla fine di tutti i suoi gesti conduce questa umanità ferita in una locanda nella quale speso gli antichi padri hanno voluto vedere la Chiesa fatta dalle nostre comunità, e da tutte le realtà ecclesiali come la Papa Giovanni XXIII. È un richiamo per tutti quel “vai e anche tu fa lo stesso”.  Credo che oggi le realtà ecclesiali, a partire dalle parrocchie, i movimenti, le associazioni, ma anche i singoli battezzati, abbiamo la responsabilità di sentirsi come degli avamposti del Vangelo. Il Vangelo lo si vive nell’esperienza della carità, le persone hanno bisogno di sentirsi amate, non di discorsi.»

La fede è social?

In un capitolo scrivi che la conversione è una questione di sguardi. Che significa?
«Credo che la realtà della Papa Giovanni XXIII, che un po’ conosco perché ho qualche parrocchiano che ne fa parte,  sia un modello interessante di incrocio di sguardi. La misura è quella della gratuità. Dove ci si guarda senza la ricerca di un corrispettivo, dove c’è uno sguardo libero e gratuito. Ho in mente il sorriso di don Oreste Benzi: come si poteva resistergli?»
 
Hai predicato su Tv2000, stai su Twitter. Come si possono usare i mezzi di comunicazione per annunciare il Vangelo?
«I mezzi di comunicazioni sono diversi tra loro, ognuno detta le proprie regole di utilizzo. quindi in una prospettiva di evangelizzazione bisogna rispettare  il loro modo di essere, non si possono trasformare i social, ma anche la tv, in un pulpito di chiesa perché lì ascoltano anche i non credenti. Quindi attenti al linguaggio che si utilizza,  e attenti anche a non trasformarli in idoli, cioè in soluzioni, perché sono solo strumenti.  Non si può dare in appalto tout court allo strumento la trasmissione della fede.»