Tre anni dopo il massacro compiuto da Hamas in Israele, la memoria delle vittime convive con la paura di chi oggi, in Cisgiordania, vive sotto attacco. La testimonianza di Anna e Dimitri, volontari di Operazione Colomba
All'alba del 7 ottobre 2023 miliziani guidati da Hamas, uscendo da 60 punti diversi del confine blindato della Striscia di Gaza, attaccarono il sud di Israele. Furono uccise 1.200 persone perlopiù civili tra donne, anziani e bambini, aggrediti nelle case dei kibbutz e mentre cercavano di fuggire.
Furono rapite 251 persone, di queste solo 168 sono tornate vive a casa.
Dalla sera precedente si stava svolgendo il festival Nova con 3.500 giovanissimi partecipanti. Di questi 364 furono uccisi e 44 rapiti. Molte ragazze furono stuprate. Una tragedia raccontata nel documentario
“We Will Dance Again” di
Yariv Mozer, costruito su
video girati dai ragazzi e sulle testimonianze dei sopravvissuti.
Se in Israele il 7 ottobre è memoria e dolore, in Cisgiordania è paura. «Non sappiamo cosa succederà, i palestinesi temono violenze da parte dei coloni, soprattutto in vista delle elezioni di fine mese». A parlare è Dimitri, nome in codice per ragioni di sicurezza,
volontario di Operazione Colomba a At-Tuwani, il villaggio nell'area di Masafer Yatta, nelle colline a sud di Hebron dove il
corpo di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII è presente da 22 anni al fianco del locale comitato nonviolento palestinese.
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La situazione è tragica. Nell'ultimo mese sono stati demoliti interamente tre villaggi: Al Fakheit, Al Tabban e Jinba. Tutti dentro la
firing zone, l'area che Israele considera zona militare. Sono state distrutte le abitazioni, le stalle, i pannelli solari. Adesso ci sono 250 persone senza casa, tra loro tante donne e tantissimi bambini. Eppure hanno scelto di rimanere. Hanno piantato le tende e dal giorno dopo han cominciato a ricostruire. Gli abitanti dei villaggi vicini sono andati da loro a portare viveri e per dormire con loro. È una solidarietà concreta».
Sul posto ci sono volontari di Operazione Colomba e Mediterranea, oltre a internazionali e attivisti israeliani. Ma la violenza continua a crescere. Ogni notte i volontari dormono in villaggi diversi a rischio demolizione e con la loro presenza cercano di stare vicino agli abitanti di questi poveri villaggi al limite del deserto.
«È un periodo molto duro», racconta Anna, nome in codice di un'altra volontaria.
«Ci sono aggressioni e attacchi ogni giorno, su più fronti.» Con l'inizio della raccolta delle olive la situazione si aggrava: ci sono furti di olive, anche già raccolte, e si impedisce alle famiglie di raggiungere la propria terra. E poi ci sono gli incendi, cominciati già ad agosto.
Di notte, spiega Anna, i coloni cercano di dar fuoco a interi villaggi. Nella notte tra il 5 e il 6 ottobre, a Wadi Rakhim, sono state incendiate alcune automobili e una casa. L'esercito ha provato a demolire l'avamposto dei coloni, ma oggi era già stato ricostruito.
«I coloni arrivano come nel Far West, sparando in aria per spaventare le persone», dice Anna. È successo a At-Tuwani e ieri a KhirbetWadi Rakhim, e a volte ci sono feriti.
I volontari sono impegnati giorno e notte: coprono molti villaggi, ma restano sempre le risposte rapide da dare nelle emergenze.
Cosa succederà nei prossimi giorni, nessuno lo sa. Ma i volontari di Operazione Colomba rimangono lì a condividere tutto con chi è costretto a subire il conflitto: le scomodità, le aggressioni e a volte anche la paura.