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9 Settembre 2020

Lesbo in fiamme nella notte

L'isola che ospita decine di migliaia di profughi è stata devastata da un vasto incendio.
Foto di ANSA/Graham Wood
Nico, minorenne cui è stata negata la possibilità di accoglienza in una famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, ha condiviso in diretta le immagini dei migranti in fuga.
Nico da Lesbo manda da Lesbo filmati in diretta dal devastante incendio.  Secondo le prime informazioni — riporta l'Ansa — le fiamme sarebbero state appiccate dai migranti in rivolta contro le regole di isolamento del coronavirus. Migliaia di migranti sono in fuga.




«Non esiste più neanche l'ufficio asilo — ha raccontato ad Avvenire Fabiola Bianchini della Comunità Papa Giovanni XXIII —. Proprio ieri avevamo ricevuto la risposta informale alla richiesta d'asilo, che purtroppo a Nico è stata rifiutata. E questa mattina lui stesso doveva andare a ritirare la comunicazione scritta, per poter procedere con l'impugnazione della decisione in Appello, ma naturalmente adesso è tutto bloccato».

Fabiola si riferisce alla storia di Nico, minorenne cui continua ad essere rifiutata la possibilità di accoglienza in famiglia. Nico è riuscito ora a trovare ospitalità in un appartamento a Mitilini, sempre sull'isola di Lesbo, visto che gli è impedito uscire dall'isola. Di seguito le puntate della sua vicenda.

Migrante a 16 anni: negata l'accoglienza

Sembrava un viaggio della speranza, quello che lo riportava a Lesbo, invece si è rivelato un baratro a precipizio. 12 ore di nave separano la nuova famiglia italiana ad Atene di Nico, che l’aveva aiutato a ricominciare a studiare, da quell'isola al confine turco. Lui, che era stato già accolto, è stato costretto ai primi di agosto percorrere un viaggio al contrario.
 
Nico (Il nome è di fantasia per tutelarlo visto che è minorenne) ha più di 18 anni secondo le autorità greche che allo sbarco si erano rifiutate di riconoscergli i suoi 16 anni. Non può godere delle tutele previste per i minorenni (ad esempio non può essere accolto in affidamento familiare), anche se la sua minore età è certificata da una misura, quella del polso, che la sua nuova famiglia aveva richiesto ad un ente privato a febbraio 2020. Quando Nico aveva richiesto all’Ufficio richiedenti asilo il permesso di sostenere l’esame che dimostrasse la sua minore età, gli è stato negato.

Nico era stato accolto da una famiglia ad Atene

A fine luglio 2020 Fabiola e Filippo Bianchini, mamma e papà della famiglia di Atene che da un anno l’aveva accolto come un figlio, hanno mandato il ragazzo all’Ufficio richiedenti asilo a perfezionare la sua richiesta asilo; alla conclusione di un secondo colloquio gli era stato dato un nuovo appuntamento: il 5 agosto a Lesbo, per una "integrazione della pratica". Appena pochi giorni prima, il 27 luglio, il quotidiano Avvenire aveva celebrato la sua storia di accoglienza come un esempio di speranza, che mostrava che dalla disperazione di un minore straniero non accompagnato si può uscire.
 
Nico a quel nuovo colloquio non ci voleva andare. Ma mamma e papà hanno insistito: se voleva regolarizzarsi, continuare a studiare, avrebbe dovuto seguire le vie legali. Questa era stata la raccomandazione, prima di porgli il biglietto della nave e salutarlo.

Rete e fili spinati con persone che cercano le autorità
Filippo Bianchini cerca di mediare con le autorità per vedere riconosciuti i diritti di Nico, migrante minorenne che era stato accolto in casa famiglia ad Atene

 
Ma verso l’inferno si può solo scendere. Appena tornato a Lesbo a Nico è stato tolto il permesso di spostamento che gli era stato riconosciuto dalle autorità di Atene. Gli è stato immediatamente dato, in cambio, un divieto di allontanarsi dall’isola. Il motivo: la pratica di accoglienza va gestita a Lesbo; il permesso provvisorio che gli era stato dato ad Atene sarebbe servito — ma nessuno mai l’aveva detto — solamente per ritornare sull’isola. «Ci hanno ingannato per farlo ritornare indietro», la sua nuova famiglia ne è rimasta convinta. 

I campi profughi di Lesbo fra orrore e inferno

Sull’isola, tappa della rotta turca per chi arriva dall’Afghanistan, i campi profughi — prima del devastante incendio che ha distrutto il campo di Moria, quello più grande — erano sovraffollati (14.000 persone vivevano nel campo ora distrutto, che ne poeva contenere circa 3000, secondo le testimonianze degli operatori Unhcr di fine 2019; 12.000 persone erano costrette a vivere per strada su un’isola che è grande come metà della Valle D’Aosta). Qui la vita per un ragazzino, schiacciato fra gli adulti in coda per il cibo, trovava descrizioni che andavano da orrore a inferno.

Migranti accampati, fra paura e e fame

Cosa fare adesso? Fabiola il 7 agosto ha raccontato il suo sfogo: «Qui ad Atene le persone migranti si accampano in Piazza Vittoria e vivono su cartoni sotto le stelle. E Nico mi ha detto: “Ma perché io che avevo trovato una famiglia che mi accogliesse e che non sono più una spesa per il governo, sono costretto a ritornare nei campi profughi?  Ho  persone che mi vogliono bene, perché mi vogliono lasciare su una strada?”»
 
La sua famiglia italiana ha iniziato a preoccuparsi, per lui aveva già iniziato a sognare: i corsi di lingua, la chitarra. Ma soprattutto di vedere realizzato il desiderio che Nico si portava dall’Afghanistan, quello di studiare e di diventare un medico. Papà Filippo non ha saputo aspettare, si è imbarcato; ha raggiunto nel più breve tempo possibile, ai primi di agosto, il suo figlio acquisito.

Alba Dorata

Ma il ragazzo era in gamba, e con i contatti giusti a Lesbo già si era messo a dare una mano come interprete. «Ora cercheremo di pagargli — era stato l'auspicio dei suoi nuovi genitori — un albergo sull’isola», almeno fino a quando tutto questo non sarà finito. «E questo è il meno, almeno per tutelarlo dalle incursioni degli estremisti di Alba Dorata — spiega Fabiola —, che in più episodi sono intervenuti a picchiare i migranti accampati». Ma l'albergo non si riusciva a prenotare: i gestori avevano paura di estorsioni minacciate da Alba Dorata.

Il futuro del ragazzino nelle mani delle autorità greche

Le autorità gli hanno dato poi un primo appuntamento per ascoltarlo: ottobre. Dopo trattative estenuanti, un nuovo appuntamento, a fine agosto, concluso con un niente di fatto e con un diniego alla domanda di asilo.
 
Fabiola e Filippo sono i genitori della casa famiglia Divina Provvidenza della Comunità Papa Giovanni XXIII: da 5 anni sono ad Atene per dare una casa a persone in difficoltà, spesso senza dimora. Nell’ultimo periodo ormai le richieste di accoglienza di migranti, con storie che — come hanno scritto Filippo e Fabiola su Avvenire — tolgono il respiro, sono all’ordine del giorno.

Fabiola già a fine agosto era molto provata dalla vicenda:  «Mi sento arrabbiata e fatico a rimanere in piedi. Nico è soltanto un ragazzino, vittima del sistema. I greci sulle isole sono provati dalla situazione, ma forse non sempre sanno cosa succede dentro agli uffici, se chi ha possibilità di venire accolto poi è costretto a rimanere sul filo di rasoio della criminalità. Quante persone ci saranno nelle condizioni di Nico, che però non hanno un’organizzazione internazionale come la nostra alle spalle? Quanti padri di famiglia, con figli piccini buttati per strada, stanno vivendo l’inferno dei richiedenti asilo? Come faranno a resistere alla delinquenza, quando la malavita sarà l’unica a dare loro da mangiare?»

Un tetto per la notte

Nico era rimasto poi ospite dei volontari di una organizzazione non governativa:  «Io l'anno scorso ero qui a Lesbo, ero solo e avevo paura. Adesso sono di nuovo a Lesbo ma non ho più paura perché non sono solo». Con queste parole Nico ha salutato al telefono la sua nuova famiglia.

L'interruzione del percorso di inserimento sociale per Nico rischia di essere una condanna all'illegalità.