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28 Dicembre 2020
Ultima modifica: 28 Dicembre 2020 ore 11:36

L'Europa guarda al futuro

Prevenire invece che curare: come cambia il MES, fondo di salvataggio degli Stati in difficoltà
Foto di Giorgio Arnolfo
Un pilota di areoplani non intende usare il proprio paracadute. Ma sa che è meglio averlo pronto in cabina.
Uno strumento che mancava all’Unione Europea era un fondo che intervenisse in situazioni di crisi di debito degli Stati. Serviva qualcosa per la tenuta dell’unione monetaria stessa; qualcosa che fosse sotto una gestione collegiale degli Stati dell’Unione Europea, in modo che questa potesse agire per gli interessi propri prima che per quelli nazionali. 

In passato ogni Stato agiva con accordi bilaterali: contattava direttamente gli Stati disponibili ad erogare finanziamenti, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale. 

Ma poi è arrivato il MES. Conosciuto con il nome di Meccanismo europeo di stabilità, è stato istituito il 2 febbraio 2012 e sostituiva i due meccanismi precedenti:
  • il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF, che aveva già assistito Irlanda, Portogallo e Grecia);
  • il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (EFSM) nell'assistenza finanziaria agli Stati.

Come funziona il MES

Il compito del MES è fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell'area euro che attraversano (o rischiano in modo concreto) gravi problemi di finanziamento. Il principale strumento di assistenza del MES utilizzato sinora è la concessione di prestiti, con cui un Paese entra in un programma di aiuti a fronte di una serie di riforme da attuare (ad esempio il caso della Grecia). Il MES ha una potenza di fuoco per sostenere eventuali Stati in crisi, e dispone di 700 miliardi di euro ad oggi, complessivamente autorizzati.

L’assistenza viene concessa solo nel caso in cui sia necessaria, per salvaguardare la stabilità finanziaria dell'intera area euro e dei membri del MES stesso. Gli strumenti a disposizione vanno, come si diceva, dalla possibilità di concedere prestiti ai Paesi in difficoltà per consentire un aggiustamento macroeconomico (soluzione utilizzata finora da Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro), ed arrivano alle possibilità di fornire prestiti per la ricapitalizzazione indiretta delle banche (aiuto finora fornito alla sola Spagna). Gli altri strumenti previsti dallo statuto del MES (acquisti di titoli sul mercato, linee di credito precauzionali e ricapitalizzazione diretta) non sono finora mai stati usati.

Tutti gli Stati membri della zona euro hanno una quota nel MES, che è un organismo intergovernativo con sede a Lussemburgo; l’Italia in particolare ha il 17,9% della quota del fondo (è terza per contributi dopo Germania e Francia).

Il MES può raccogliere fondi sui mercati finanziari attraverso l’emissione di titoli di debito.

La riforma del MES

I ministri dell'economia della zona euro hanno dato ad inizio dicembre l'ok definitivo alla modifica del trattato che ridisegna gli aiuti tradizionali del MES, con l'obiettivo di prevenire le crisi invece che curarle una volta scoppiate. I dolorosi programmi di aggiustamento degli ultimi anni infatti sono costati al MES la sua cattiva fama.

La riforma elimina il contestatissimo Memorandum, passato alla storia per aver imposto condizioni rigidissime alla Grecia, sostituendolo con una lettera d'intenti che assicura il rispetto delle regole del Patto di stabilità europeo. Ma non prevede variazioni sullo strumento di concessione dei prestiti agli Stati. Nemmeno la Pandemic crisis support line, nata per far fronte alle emergenze sanitarie sorte a causa del Coronavirus (e che ha reso disponibili 36 miliardi utilizzabili dagli Stati senza condizioni), fa parte della riforma.

L'intento della riforma, avviata oltre due anni fa, è rafforzare e semplificare l'uso degli strumenti a disposizione del MES prima del salvataggio di un Paese. Migliorano cioè le linee di credito precauzionali, utilizzabili nel caso in cui un Paese venga colpito da uno shock economico e voglia evitare di finire sotto stress sui mercati.

Il Ministro Gualtieri in parlamento con la mascherina
«L'Europa ha bisogno di un'Unione bancaria completa»
Il Ministro dell'economia Roberto Gualtieri
Foto di Ansa/Claudio Peri


La riforma del MES, come spiegato il 30 novembre in audizione dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, incorpora l'introduzione del backstop comune al Fondo di Risoluzione Unico (FRU) anticipandolo al 2022 (invece del 2024).

Si anticipa un tassello ancora mancante all’Unione Bancaria altro pilastro verso un’Unione degli Stati europei. 

Crediti agli Stati con l'autocertificazione

Vi sono altre due linee di credito, la Precautionary Conditioned Credit Line (PCCL) e la Enhanced Conditions Credit Line (ECCL): la revisione del trattato interviene sulla prima sostituendo la necessità di un Memorandum of Understanding con una Lettera di intenti, con cui lo Stato si impegna a mantenere i requisiti che hanno garantito l'accesso al sostegno, rafforzando i criteri di ammissibilità che restano gli stessi.   

Saltare una rata

Un ultimo punto della riforma riguarda le clausole di azione collettiva (CaCs), che consentono a uno Stato di rinegoziare alcuni termini dei titoli di debito pubblico. Sono già presenti nel trattato in vigore, ma la riforma prevede che dal 2022 le modalità di voto cambino; mentre oggi serve un doppio voto per la modifica dei termini di pagamento, dal 2022 basterebbe un solo voto di una maggioranza qualificata di investitori.

«Di per sé, le nuove CaCs non aumentano la probabilità di una ristrutturazione, essendo peraltro attivabili esclusivamente per iniziativa dell'emittente — ha spiegato Gualtieri — ed è solo lo Stato che può decidere, se vuole, di attivarle».

Tutelare le banche per tutelare l'Europa

La riforma affida al MES anche un altro compito a tutela dei contribuenti: fornirà un paracadute finanziario (backstop) al Fondo di Risoluzione Unico per il finanziamento dei programmi di risoluzione (FRU, in inglese Single Resolution Fund). Il fondo può intervenire per ridurre i rischi nel settore bancario e scoraggiare eventuali speculatori; è totalmente finanziato con i contributi annuali del settore bancario stesso. Qualora, in casi estremi, l’FRU dovesse finire le risorse a disposizione interverrebbe il MES con le proprie risorse a tutela della stabilità europea.



La riforma del MES deve ora essere firmata formalmente da tutti gli Stati aderenti al trattato, cioè quelli della zona euro, e potranno poi partire i procedimenti nazionali di ratifica.