Mentre il Parlamento celebra il ritorno dell'atomo, 12 miliardi di euro in progetti rinnovabili restano fermi in coda, in attesa di allacciarsi alla rete elettrica.
Il 4 giugno 2026 la Camera dei deputati ha approvato in prima lettura il Disegno di Legge Delega sul "nucleare sostenibile" con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astensioni. Il testo passa ora al Senato. Il ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha già annunciato i decreti attuativi entro Natale e i primi reattori operativi «nel 2034-2035». Una data che suona quasi visionaria, se si considera che le tecnologie in questione — i cosiddetti Small Modular Reactor (SMR) e i reattori modulari avanzati (AMR) — non sono ancora disponibili sul mercato e rimangono in larga parte in fase sperimentale.
La legge delega non autorizza la costruzione di alcun impianto: si limita a conferire al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione da fonte nucleare, la ricerca sulla fusione, la gestione dei rifiuti radioattivi e il riordino delle competenze istituzionali. I futuri decreti attuativi stabiliranno i criteri per la localizzazione degli impianti, su istanza dei proponenti, nel rispetto degli standard di sicurezza internazionali. Il percorso, insomma, è ancora tutto da costruire: filiera industriale, piano economico, soluzione per le scorie. Nel frattempo, però, l'Italia ha già in casa una fonte energetica pulita, economicamente matura e tecnicamente pronta. Il problema è che non riesce ad allacciarla alla rete.
12 miliardi fermi al palo
Un rapporto pubblicato il 2 giugno 2026 dalla società di consulenza AFRY, su incarico della rete della società civile Beyond Fossil Fuels, quantifica con precisione l'entità del blocco: in Italia vi sono progetti nel settore delle energie rinnovabili e dello stoccaggio per un valore complessivo di 12 miliardi di euro in attesa di connessione alla rete di distribuzione. L'80% di questo arretrato è costituito da impianti solari fotovoltaici.
Il nodo non è la mancanza di investitori, né di tecnologia, né di volontà politica dichiarata. Il problema è strutturale: le reti di distribuzione sono state progettate per carichi prevalentemente unidirezionali e faticano a gestire il flusso bidirezionale tipico della produzione distribuita. A questo si aggiunge un sistema autorizzativo lento nell'ammodernamento delle cabine e delle sottostazioni, che rallenta la capacità dei gestori delle reti di distribuzione (DSO) di espandere l'infrastruttura con la velocità che la transizione richiederebbe. Il Piano Nazionale per l'Energia e il Clima (PNIEC) punta a raggiungere il 65% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030. Ma se la rete non regge, quell'obiettivo resta sulla carta. «L'Italia non solo deve potenziare le proprie reti di distribuzione dell'energia elettrica per gestire meglio le energie rinnovabili e far fronte a una maggiore domanda di energia con l'elettrificazione dei consumi, ma ha anche bisogno di una maggiore affidabilità nella trasmissione dei dati di misurazione e di monitoraggio», spiega Michele Governatori, esperto senior di energia presso ECCO, il think tank italiano per il clima.
Una contraddizione che ha un costo
L'Italia importa oltre il 90% del proprio gas ed è una delle economie europee più esposte alla volatilità dei mercati energetici globali. Ogni kilowattora rinnovabile che resta in coda significa una dipendenza prolungata dalle importazioni di combustibile fossile. «Le reti di distribuzione costituiscono oggi un ostacolo che separa famiglie e imprese da bollette energetiche più convenienti», afferma Duygu Kutluay, campaigner di Beyond Fossil Fuels. «Senza riforme a livello di governance e di gestione operativa, il potenziale delle energie rinnovabili in Europa sarà soffocato, non per mancanza di ambizione o di investimenti, ma a causa dei limiti delle reti stesse che dovrebbero fornirle.»
C'è poi una contraddizione che riguarda specificamente le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), il modello di consumo collettivo che il legislatore ha promosso con entusiasmo negli ultimi anni. Le reti locali non riescono a far fronte alla domanda di connessione generata proprio dai progetti prosumer che quella normativa ha incentivato. L'attuale quadro regolatorio della distribuzione non prevede meccanismi di priorità per i progetti comunitari: il sistema premia la rapidità e il livello di preparazione tecnica dei singoli progetti, non il beneficio collettivo. Il risultato è che molte comunità energetiche rischiano di attendere anni prima di entrare in funzione.
L'atomo del futuro e il sole di oggi
Il confronto tra i due piani temporali è impietoso. Il nucleare italiano, nella migliore delle ipotesi, produrrà i primi kilowattora attorno al 2034-2035 — sempre che le tecnologie SMR si dimostrino economicamente e industrialmente praticabili, che si trovino i siti, che si risolva la questione delle scorie radioattive, che si costruisca una filiera nazionale. Il solare fotovoltaico, invece, è già qui: gli impianti sono realizzati, i progetti finanziati, gli investitori pronti. Manca solo la connessione.
Non si tratta di essere contro il nucleare in linea di principio. Si tratta di riconoscere che inseguire una tecnologia non disponibile mentre si lascia in coda quella già disponibile non è una politica energetica coerente. È, semmai, una forma di distrazione costosa — per le bollette, per il clima, per la sicurezza energetica del Paese.
La soluzione non richiede nuove leggi delega né dibattiti parlamentari: richiede investimenti nelle reti di distribuzione, semplificazione delle procedure autorizzative, riforma della governance dei DSO. Strumenti ordinari, politicamente meno spettacolari dell'atomo, ma capaci di produrre effetti reali entro questo decennio — quello che conta, se si vuole davvero centrare gli obiettivi 2030.