Il deserto cileno rappresenta soltanto l'ultima tappa di una filiera molto più lunga e complessa, che inizia migliaia di chilometri prima. Ecco le tappe del viaggio dei vestiti che abbiamo nell'armadio.
C'è un luogo sulla Terra che negli ultimi anni è diventato il simbolo più evidente delle contraddizioni della moda contemporanea. Non è una passerella di Milano o Parigi, né una gigantesca fabbrica tessile del Sud-est asiatico. È il deserto di Atacama, nel nord del Cile, uno degli ambienti più aridi del pianeta, dove ogni anno si accumulano migliaia di tonnellate di abiti usati, invenduti o semplicemente scartati.
Montagne di giacche, jeans, scarpe e magliette si estendono a perdita d'occhio, trasformando un paesaggio naturale unico in una discarica a cielo aperto. Molti di quei capi arrivano dall'Europa, dagli Stati Uniti e dall'Asia: sono il risultato di un sistema produttivo che negli ultimi vent'anni ha rivoluzionato il nostro modo di acquistare, indossare e buttare i vestiti.
Il deserto cileno rappresenta soltanto l'ultima tappa di una filiera molto più lunga e complessa, che inizia migliaia di chilometri prima.
Dal Bangladesh al Cile: una filiera globale
Quando acquistiamo una maglietta a pochi euro difficilmente pensiamo al percorso che ha compiuto prima di arrivare nel nostro armadio. Cotone coltivato in un continente, filato in un altro, tessuto e confezionato in Asia, spedito nei magazzini europei, esposto nei negozi o sulle piattaforme online e, dopo pochi utilizzi, donato, esportato o smaltito.
È una catena globale che coinvolge milioni di lavoratori, migliaia di aziende e una logistica planetaria. Una catena che produce capi sempre più economici, ma anche un volume crescente di rifiuti tessili.
Secondo diverse stime internazionali, negli ultimi decenni la produzione mondiale di abbigliamento è aumentata enormemente, mentre il tempo medio di utilizzo di un capo si è progressivamente ridotto. Si compra di più, si indossa meno e si sostituisce più rapidamente.
L'Atacama non è la causa di questo fenomeno: ne è il simbolo più visibile.
Il Rana Plaza: quando il mondo ha iniziato a interrogarsi
Per comprendere davvero il costo della moda bisogna tornare al 24 aprile 2013.
Quella mattina crollò il Rana Plaza, un edificio di otto piani a Savar, nella periferia di Dacca, in Bangladesh, che ospitava diverse fabbriche tessili. Morirono 1.134 persone e oltre 2.500 rimasero ferite. Il giorno precedente erano state segnalate profonde crepe nella struttura e le autorità avevano raccomandato di sospendere le attività. Le fabbriche, però, continuarono a lavorare.
Quella tragedia segnò uno spartiacque nella percezione pubblica dell'industria della moda.
Nel volume Green Dressing, che verrà pubblicato il 28 agosto da Il Mulino e che Sempre News ha potuto visionare in anticipo, Caterina Moro ricostruisce il disastro del Rana Plaza non come un episodio isolato, ma come il punto in cui le contraddizioni del fashion system sono emerse con drammatica evidenza. Dietro un prezzo estremamente basso possono infatti nascondersi dinamiche produttive, economiche e sociali molto più complesse di quanto appaia sul cartellino.
L'autrice invita però a evitare letture semplicistiche. Non esiste un unico colpevole: la filiera della moda è frammentata, spesso opaca, composta da produttori, subfornitori, marchi internazionali, intermediari, investitori e consumatori, tutti inseriti nello stesso sistema.
Il vero costo di una maglietta
Quanto dovrebbe costare una semplice t-shirt?
È una domanda apparentemente banale, ma che racchiude uno dei grandi interrogativi della moda contemporanea.
Un prezzo molto basso può essere il risultato di economie di scala, di produzioni efficienti e di una filiera ben organizzata. Ma può anche riflettere salari minimi, compressione dei costi, produzioni delocalizzate e standard ambientali meno rigorosi.
Allo stesso tempo, un prezzo elevato non costituisce automaticamente una garanzia di sostenibilità o di rispetto dei diritti dei lavoratori.
Per questo motivo il dibattito sulla moda sostenibile non può ridursi a una semplice contrapposizione tra "economico" e "costoso". La questione riguarda piuttosto la trasparenza delle filiere, la qualità dei materiali, la durata dei prodotti e il modello di consumo che abbiamo costruito negli ultimi decenni.
I nostri armadi raccontano una storia
Forse la domanda più utile non è quanti vestiti vengano prodotti ogni anno, ma quanti ne possediamo noi.
Negli ultimi anni molti studi hanno evidenziato come il numero medio di capi presenti nei guardaroba sia cresciuto sensibilmente rispetto alle generazioni precedenti. Parallelamente è aumentata la quota di abiti acquistati d'impulso, indossati poche volte e poi dimenticati.
Anche Caterina Moro propone un esercizio tanto semplice quanto efficace: aprire il proprio armadio, contare i capi, leggere le etichette, osservare dove sono stati prodotti e con quali materiali. Non per sentirsi in colpa, ma per prendere consapevolezza di ciò che normalmente rimane invisibile.
È un invito a osservare prima di giudicare.
Atacama è lo specchio delle nostre scelte
Le immagini del deserto di Atacama colpiscono perché mostrano il destino finale di un sistema che siamo abituati a osservare soltanto nella sua fase più seducente: quella delle vetrine, delle collezioni e delle campagne pubblicitarie.
Quei cumuli di vestiti non raccontano soltanto un problema di gestione dei rifiuti. Parlano del modo in cui produciamo, consumiamo e attribuiamo valore agli oggetti. La moda rimane un settore straordinariamente creativo, capace di innovazione, occupazione e sviluppo economico. Ma è anche uno dei comparti più complessi dal punto di vista sociale e ambientale.
Per questo il deserto di Atacama non dovrebbe essere visto come una curiosità da condividere sui social, bensì come il promemoria di una domanda che riguarda tutti noi: quanto vale davvero un vestito?
Forse la risposta non è scritta sul cartellino del prezzo, ma nella storia che quel capo porta con sé, dal momento in cui viene cucito fino a quando smettiamo di indossarlo.