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17 Settembre 2026
Ultima modifica: 17 Settembre 2026 ore 08:25

Perché non è più possibile fermare la AI

L'intelligenza artificiale ha ormai troppi canali di diffusione per essere fermata da una singola decisione.
Perché non è più possibile fermare la AI
Foto di Adam
Negli USA aziende e Governo si confrontano con forza. Richieste di rallentamento arrivano da Amodei, Altman e Musk. Ma al vertice BRICS di New Delhi l'oriente lancia la sfida dell'open-source.
Domenica 13 settembre, da un vertice a New Delhi, il presidente cinese Xi Jinping ha offerto la sua intelligenza artificiale a un gruppo di undici Paesi — fra cui Russia, India, Brasile e Sudafrica. Non ha proposto di venderla, ma di condividerla. Chi vorrà potrà usarla, modificarla, insegnare ai propri tecnici come farla funzionare.

Non è la prima volta che la Cina fa una proposta simile: negli ultimi mesi (come vedremo) ha coinvolto una trentina di Paesi fra Asia e Africa in un'iniziativa dello stesso tipo, presentandosi come alternativa aperta e gratuita a un modello — quello delle grandi aziende americane — che invece tiene la propria tecnologia chiusa dietro un abbonamento.

Il momento scelto non è casuale: la proposta è arrivata a pochi giorni dall'incontro fra Xi Jinping e Donald Trump, previsto per il 24 settembre, in cui il primato tecnologico fra le due potenze sarà certamente uno dei temi sul tavolo.

In termini tecnici, l'iniziativa cinese prevede la creazione di una "zona per l'intelligenza artificiale open source" riservata ai Paesi aderenti ai BRICS (fra cui anche i nuovi membri Iran, Egitto, Etiopia e Indonesia), con seminari e corsi di formazione condivisi, e si affianca alla World Artificial Intelligence Cooperation Organization, la sigla che raccoglie i Paesi già coinvolti da Pechino in questo percorso.

A luglio 2026, 29 Paesi avevano firmato a Shanghai l’accordo per istituire la World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO), promossa dalla Cina.

Piccoli, gratuiti, ovunque

Mentre i governi negoziano zone e alleanze, un secondo fenomeno rende ancora più difficile immaginare un freno unico: la moltiplicazione di modelli più piccoli, scaricabili gratuitamente e capaci di funzionare senza connessione a internet, direttamente su un computer di fascia media o su un telefono.

Famiglie di modelli come Qwen, Gemma o Llama contano oggi versioni che occupano pochi gigabyte di spazio e girano su schede grafiche comuni, mantenendo prestazioni che fino a due anni fa erano riservate ai soli servizi a pagamento delle grandi aziende americane. Accanto a queste, modelli più grandi come DeepSeek o Kimi K3 vengono pubblicati con licenze che ne permettono la modifica e la redistribuzione libera. Il risultato è che l'intelligenza artificiale non dipende più da un'unica azienda, da un unico Paese o da un'unica infrastruttura: chiunque abbia un computer può scaricarne una copia e farla funzionare in autonomia, anche offline.

È questa capillarità — più ancora delle decisioni prese nelle sale dei vertici — a rendere improbabile qualunque tentativo di arresto complessivo dello sviluppo.

Il dibattito sulle conseguenze

Nello stesso periodo, sul fronte opposto della discussione, cresce la preoccupazione di chi lo sviluppo dell'intelligenza artificiale lo produce in prima persona. Il 9 settembre Jacob Coxon, ricercatore britannico che ha lavorato sia in OpenAI sia in Anthropic occupandosi di addestramento dei modelli, si è dimesso lasciando un messaggio pubblico: «i laboratori - ha scritto - stanno correndo verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi senza aver risolto i problemi di sicurezza, e chi la sviluppa crede davvero che possa rappresentare un pericolo per l'umanità entro la fine del decennio».

Perché l'AI fa paura

bambini era digitale
Foto di Gerd Altmann
Il timore di fondo riguarda proprio questo: il momento in cui i modelli dovessero arrivare a migliorare sé stessi. Da lì si aprirebbe una spirale in cui le capacità dei sistemi crescerebbero in pochissimo tempo fino a superare il controllo umano, con decisioni prese in autonomia. È una prospettiva che preoccupa in particolare perché i sistemi d'arma si appoggiano sempre di più a meccanismi di decisione automatica: più le macchine imparano a decidere da sole, più cresce la posta in gioco di un errore o di una scelta che nessuno ha davvero autorizzato.

Pochi giorni dopo l'appello di Jacob Coxon, il 12 settembre, l'amministratore delegato di Anthropic Dario Amodei ha chiesto pubblicamente di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati, sostenendo che il ritmo dei progressi rischia di superare la capacità di gestirli in sicurezza. L'appello ha trovato l'adesione, seppure con sfumature diverse, di Sam Altman (OpenAI), Elon Musk e Demis Hassabis (Google DeepMind). Non tutti nel settore condividono l'allarme: fra i critici più netti figura Yann LeCun, tra i pionieri dell'AI generativa.

La risposta politica è andata nella direzione opposta. Il 13 settembre il presidente statunitense Donald Trump ha respinto con durezza le richieste di rallentamento, parlando di «forze negative» e sostenendo che qualunque freno finirebbe per favorire la Cina nella corsa tecnologica. Per l'amministrazione americana, in altre parole, la competizione con Pechino pesa più della cautela invocata dagli stessi vertici dei laboratori che quella tecnologia la costruiscono.

Sullo sfondo restano i segnali di quanto questi sistemi sappiano già fare: l'8 settembre OpenAI ha annunciato una dimostrazione completa del problema di Navier-Stokes, uno dei sette problemi del millennio rimasto aperto per novant'anni, ottenuta con l'impiego di migliaia di agenti autonomi al lavoro per giorni — poi verificata da scienziati esterni. Anche il capo di Nvidia, Jensen Huang, ha sostenuto senza mezzi termini che l'intelligenza artificiale generale sarebbe già una realtà: un'affermazione, va detto, che arriva da chi su quei modelli e sui processori che li fanno funzionare costruisce il proprio business, e che nessun organismo indipendente ha finora confermato.

Una corsa senza interruttore

Restano dunque due binari paralleli. Da una parte alcuni vertici dei laboratori che hanno costruito l'intelligenza artificiale più potente chiedono, insieme, di rallentare; dall'altra i governi maggiormente itneressati e i produttori di chip continuano a leggere lo sviluppo tecnologico come una partita geopolitica da non perdere. 

Mark Zuckerberg, notizia di ieri, si è allineato con il governo Trump. 

E mentre questa discussione prosegue ai piani alti, la stessa tecnologia si è già moltiplicata in migliaia di copie più piccole, scaricabili da chiunque, che nessun accordo tra Stati o azienda può ritirare dalla circolazione.

È questa combinazione — pressione geopolitica, incentivi economici e diffusione capillare — a rendere l'intelligenza artificiale una tecnologia che, allo stato attuale, nessuno sembra più essere in condizione di poter fermare da solo.

Questo articolo è stato scritto e pubblicato dando istruzioni all'AI.

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