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17 Ottobre 2026
Ultima modifica: 17 Ottobre 2026 ore 08:29

La storia di Jasmine e le catene invisibili dello sfruttamento: quando il ricatto ruba la dignità

Domani si celebra la Giornata europea contro la tratta degli esseri umani. Dalla storia di Jasmine, costretta a un matrimonio forzato, alle trappole dei falsi intermediari: in Italia oltre 3.400 vittime ogni anno. La denuncia e l'impegno della Comunità Papa Giovanni XXIII.
La storia di Jasmine e le catene invisibili dello sfruttamento: quando il ricatto ruba la dignità
Foto di Max Barattini
In Italia sono oltre 3.400 le persone identificate come potenziali vittime di tratta in un solo anno. Dalle sofferenze delle donne costrette a nozze non volute ai lavoratori migranti truffati dai mediatori del Decreto flussi, il racconto delle trappole dello sfruttamento e la risposta del progetto ALMA della Comunità Papa Giovanni XXIII per spezzare il silenzio e restituire diritti e speranza
Ci sono storie che incontri per caso in un giorno afoso d’estate e che chiedono solo di essere ascoltate senza giudizio. Come quella di Jasmine, una donna del Punjab, terra nel nord-ovest dell’India attraversata da profonde divisioni tra la comunità sikh, quella induista e altre minoranze religiose. Una donna mite e silenziosa, madre di due figli, che dopo anni di violenza domestica ha trovato la forza di denunciare e di allontanarsi, cercando rifugio presso una parente in un’altra regione. È ascoltando la sua storia che ne emerge tutta la sua crudezza. Dieci anni prima, quando era molto giovane, era stata scelta dalla famiglia per sposare un uomo più grande di lei, che lavorava in Europa. Non lo aveva mai visto, non lo conosceva, non poteva amarlo. Aveva provato a ribellarsi, ma non era riuscita a sottrarsi al viaggio verso l’Europa. Non per amore, ma per forza. Quel matrimonio imposto aveva segnato la sua vita fino a trasformarsi in una relazione violenta dalla quale ha trovato il coraggio di fuggire per proteggere i suoi figli e se stessa. La sua vicenda fa pensare a quante forme di sfruttamento della donna possano nascondersi dietro decisioni che, dall’esterno, sembrano private o familiari.

Tratta di esseri umani in Italia: oltre 3.400 potenziali vittime in un anno

In Italia, la tratta di esseri umani può assumere forme diverse: sfruttamento lavorativo, sfruttamento sessuale, accattonaggio, matrimoni forzati, reclutamento attraverso intermediari e false promesse. Sono situazioni in cui il bisogno economico o anche la dipendenza affettiva diventano strumenti di controllo. E sempre più casi riguardano la tratta a scopo di sfruttamento lavorativo. I dati del Dipartimento per le Pari Opportunità del 2025, restituiscono la dimensione del fenomeno della tratta e delle nuove sfide. Nel corso dell’anno, i 21 progetti antitratta hanno avviato l’identificazione formale di oltre 3.400 persone. Di queste, 864 hanno scelto di accedere a un programma di assistenza e integrazione sociale. Dietro questi numeri ci sono persone che devono poter riconoscere la propria condizione, trovare qualcuno disposto ad ascoltarle e ricevere informazioni comprensibili sui diritti e sulle possibilità di protezione. Chiedere aiuto, infatti, non è sempre semplice, soprattutto quando chi esercita il controllo è uno del parentado o una persona da cui dipende la possibilità di restare in Italia e mantenere un lavoro o quando lo sfruttamento sessuale avviene al chiuso.

Quando il matrimonio diventa una costrizione

La vicenda della donna del Punjab richiama l’attenzione sui matrimoni forzati, uno degli scopi della tratta difficilissimo da intercettare. Non ogni matrimonio combinato è un matrimonio forzato: la distinzione sta nel consenso libero e consapevole delle persone coinvolte. Quando una donna non può rifiutare, viene minacciata o subisce pressioni tali da impedirle di scegliere, la sua libertà non c’è più. «Questo avviene più di frequente in quella terra dove è in corso un forte scontro tra il governo dell'AAP e la suprema autorità dei Sikh, l'Akal Takht. I sikh vorrebbero uno stato dentro lo Stato. Ma il problema più grande è in certi villaggi dove ancora oggi le donne devono stare chiuse in casa e quando si muovono non possono mai farsi vedere da sole».
Richa Rani
Foto di Richa Rani
A spiegare il contesto da cui possono nascere queste situazioni è Richa Rani, che vive e lavora nella provincia di Ascoli Piceno. Originaria dell’India, ha lasciato la propria passione per l’estetica per diventare mediatrice linguistica e punto di riferimento per la comunità indiana del territorio. «Le cose stanno cambiando lentamente. In passato, se una donna voleva sposarsi con un coetaneo, spesso non era possibile: era la famiglia a scegliere. Oggi si può anche dire di no, ma non sempre è facile far valere la propria volontà», racconta Richa, richiamando il peso delle aspettative familiari e delle pressioni sociali. Il problema si aggrava quando la donna teme per la sua vita. «In Italia la legge protegge le donne. In India, in molte situazioni, la loro voce rischia di non essere ascoltata. La famiglia può esercitare un controllo molto forte sulla persona e se ti ribelli puoi rischiare la vita. Certo le cose stanno lentamente cambiando, denunciare è possibile ma la corruzione è molto diffusa: devi avere 10000 rupie in tasca per farlo (quasi lo stipendio di un mese)». Per questo è importante che le comunità possano conoscere i diritti riconosciuti dalla legge italiana e i servizi a cui rivolgersi per chiedere aiuto senza paura.

Decreto flussi e raggiri sul lavoro: le insidie degli intermediari

La vulnerabilità non riguarda soltanto le donne. Anche gli uomini possono finire intrappolati dopo aver pagato somme ingenti a intermediari che promettono un lavoro regolare in Italia. Una volta arrivati, scoprono che il datore di lavoro non procede alla regolarizzazione o che le condizioni promesse non esistono. Richa Rani conosce direttamente questi meccanismi. Il suo arrivo in Italia attraverso il Decreto flussi, lo strumento che regola l’ingresso di lavoratori stranieri per motivi di lavoro, è stato segnato dall’incontro con un intermediario che non aveva mai conosciuto prima. «Avevo un intermediario indiano che non avevo mai visto. Ha guadagnato 5.000 euro, ma poi non mi ha mai accompagnata in Prefettura per regolarizzarmi». Secondo la sua testimonianza, in alcuni casi le procedure per l’ingresso lavorativo vengono utilizzate da intermediari e datori di lavoro per ottenere guadagni illeciti, lasciando le persone in una condizione di dipendenza e precarietà, dopo aver investito i risparmi di una vita. «Chi parte ha pagato migliaia di euro e poi rischia di essere sfruttato. Spesso sono proprio i mediatori a fare da tramite e a guadagnare queste somme», spiega Richa Rani. L’impegno più importante è impedire che uno strumento di ingresso regolare venga manipolato da chi sfrutta le aspettative di una vita migliore. Servono controlli, informazione accessibile nelle lingue delle persone coinvolte e un accompagnamento specializzato nei rapporti con le istituzioni.

Rompere il silenzio, costruire alleanze

Nel suo lavoro di mediatrice, Richa Rani ha accompagnato alcuni connazionali disposti a denunciare gli intermediari che li avevano ingannati.. «Alcuni giovani migranti hanno iniziato a denunciare i mediatori del lavoro. Io li accompagno e traduco per aiutarli a rivolgersi alle istituzioni che possono sostenerli ma non è facile se i mediatori fanno parte della tua parentela». È un lavoro spesso poco visibile, ma essenziale per uscire dalla trappola. Richa invita a non confondere la vergogna di essere stati ingannati con la responsabilità personale: «Il messaggio che vorrei lanciare è di alzare la voce contro questa ingiustizia. Essere truffati non significa dover rimanere in silenzio: bisogna trovare il coraggio di denunciare». Ma aggiunge che «Il problema vero sono anche le famiglie. I mediatori sono spesso parenti e amici stretti». Proprio i legami di fiducia, quando vengono usati per controllare o ricattare, possono rendere più forte il timore di essere picchiati o uccisi. Per questo la prevenzione della tratta non può limitarsi a campagne di sensibilizzazione rivolte alle potenziali vittime. Occorre coinvolgere le comunità, valorizzare chi al loro interno si impegna per la dignità delle persone e costruire rapporti di fiducia con i servizi sociali, le associazioni e le istituzioni.

Donne migranti, vite in movimento: l'incontro a Bologna

È da questa consapevolezza che nasce anche il progetto nazionale ALMA della Comunità Papa Giovanni XXIII, finalizzato alla prevenzione della violenza contro le donne migranti attraverso il dialogo e la collaborazione con le comunità etniche e religiose. Il progetto ha coinvolto cinque province italiane — Modena, Torino, Bari, Massa Carrara e Ascoli Piceno — per favorire occasioni di ascolto e collaborazione con le comunità, riconoscendone il ruolo nella promozione della pari dignità e nella prevenzione dello sfruttamento. Il percorso si concluderà il 6 novembre 2026 a Bologna, con l'evento intitolato Donne migranti. Vite in movimento, presso il Dipartimento di Sociologia ed Economia del Diritto dell'Università di Bologna, promosso dalla Comunità Papa Giovanni XXIII nell'ambito del Festival della Migrazione 2026. Tra le relatrici ci sarà Richa Rani, che porterà l'esperienza maturata accanto alle persone della comunità indiana e nel dialogo con le istituzioni. La sua testimonianza ricorda quanto sia importante che donne e uomini di diverse comunità etniche e religiose possano essere protagonisti nella prevenzione e nel cambiamento. Una rete su cui vale la pena puntare per restituire la dignità a chi l’ha perduta.

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