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3 Agosto 2021

Sportivi di razza?

Jacobs vince l'oro nei 100 metri a Tokyo, primo italiano nella storia delle olimpiadi.
Foto di Oe Giddens
Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito al predominio assoluto dei neri americani nella corsa veloce. La razza c'entra davvero? Ecco cosa dice la scienza.
Quando ho scritto l'articolo per il numero di settembre di “Sempre Magazine” non immaginavo nemmeno lontanamente che un italiano avrebbe vinto la finale dei cento metri piani. La vittoria di Lamont Marcell Jacobs non ha comunque invalidato la previsione: il colore della pelle di Jacobs evidenzia chiaramente la presenza di antenati africani nella sua genealogia. Questo però, come dico nell'articolo, va interpretato con molta prudenza. Inoltre resta valido quello che ho scritto su Filippo Ganna: molti hanno sottolineato come il cronometro di Tokyo avesse dislivelli eccessivi per una gara di quel tipo.

Anche se ho scritto questo articolo prima dell’inizio delle Olimpiadi di Tokyo 2020, alcune previsioni sono facili da fare. In particolare quella che il vincitore dei 100 metri sarà un uomo con la pelle scura, di recente origine africana. Nessun uomo bianco ha vinto la finale dei 100 metri dal 1980, anno in cui gli Stati Uniti boicottarono i Giochi di Mosca. Da allora, inoltre, nessun bianco ha partecipato alla finale di questa gara, che è forse la più prestigiosa al mondo: uno sprint brevissimo, il simbolo della pura forza fisica. Tuttavia questi valori nascondono notevoli ingiustizie. Non c’è dubbio che il successo dipenda in gran parte dal tipo di fisico e quindi dai propri genitori. Ma non tutti i genitori possono permettersi di lasciare ai figli il tempo di allenarsi, non tutti i Paesi hanno lo stesso interesse culturale verso lo sport, non tutti hanno accesso alle strutture necessarie.
Certamente il fisico ha una forte influenza sulla possibilità di praticare sport, non c’è dubbio che l’altezza sia determinante per poter giocare a pallacanestro e che corpi diversi rendano adatti a sport diversi o a ruoli differenti nello stesso sport. Marco Pantani fu orientato al ciclismo dal padre quando si rese conto che il suo fisico mingherlino lo rendeva più adatto a scalare montagne su due ruote che a farsi largo su un campo da calcio. Allo stesso modo il fisico massiccio del ciclista Filippo Ganna lo rende adatto alle cronometro e alla pista, ma è un notevole handicap sui tornanti dolomitici.

Genetica e ambiente

Ma quando assistiamo ai successi di un gruppo di persone in un particolare sport, ci ammonisce Adam Rutheford nel suo libro Cosa rispondere a un razzista, dobbiamo resistere alla tentazione di attribuirne i successi alle origini ancestrali. Il predominio assoluto dei neri americani nella corsa veloce data da una quarantina di anni, ma è già nei libri di storia l’impresa di Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino del 1936, proprio sotto il naso di Adolf Hitler. Allora il suo allenatore attribuiva il successo al fatto che «il negro è più vicino agli uomini primitivi». Anche oggi si attribuisce il successo degli afroamericani ad un presunto allevamento selettivo che sarebbe stato effettuato dagli schiavisti. Allo stesso modo si attribuivano i successi nelle gare di lunga distanza del finlandese di Paavo Nurmi alla sua discendenza da un popolo abituato a cacciare nei boschi. Affermazioni allora avallate dalla scienza, propensa ad attribuire all’ereditarietà persino l’attaccamento degli Ebrei per il denaro. Ora però la scienza prende le distanze. L’appoggio dato a queste posizioni, ora riconosciute come razziste, è stato uno degli errori di cui la rivista Scientific American ha dato conto nel suo centocinquantesimo anniversario.

Cosa determina il successo di un atleta

Se l’eredità genetica conta fino ad un certo punto, cos’altro determina il successo di un atleta? Possiamo averne un’idea prendendo in esame una statistica, apparentemente curiosa. Un’analisi dei campionati giovanili britannici rivela che una buona metà dei giocatori è nata fra gennaio e marzo. In un analogo campionato tedesco 52 fra i migliori giocatori sono nati fra gennaio e marzo e solo 4 fra ottobre e dicembre. La spiegazione non è difficile. Nei campionati giovanili si dividono gli atleti in classi di età, generalmente con sbarramento al 31 dicembre. In un torneo riservato ai bambini di 7 anni un allenatore può aver di fronte elementi nati in gennaio che hanno quasi un anno in più di sviluppo e di esperienza rispetto a quelli nati in dicembre. A quell’età può fare molta differenza. Così chi è nato nei primi mesi dell’anno sarà convocato più spesso, riceverà più attenzioni dall’allenatore, avrà maggiori gratificazioni e sarà più motivato ad impegnarsi. Un circolo virtuoso che lo porterà facilmente ai vertici della sua specialità, sopravanzando qualcuno magari più dotato geneticamente, ma nato in dicembre. 

L'importanza della cultura

Altri fattori importanti sono quelli culturali. In un bel film su Nelson Mandela, Invictus, viene messo in evidenza come nel Sud Africa dell’apartheid il calcio venisse percepito come sport “dei neri” mentre il rugby fosse un affare “dei bianchi”. Inoltre ci sono sport, come il nuoto, il tennis o il golf che richiedono strutture e attrezzature non alla portata di tutte le classi sociali. Così un ragazzo americano di colore particolarmente dotato verrà più facilmente indirizzato all’atletica, mentre un suo coetaneo bianco potrebbe essere più motivato ad impegnarsi nel nuoto. Altro fattore importante è la popolarità di cui uno sport gode in un certo Paese. La maggior parte dei campioni nella corsa su lunghe distanze proviene da Kenya ed Etiopia. Questi Paesi hanno altopiani che danno notevoli vantaggi in termini di allenamento e anche alcuni adattamenti metabolici contribuirebbero ai successi sportivi. Ma ci sono Paesi delle Ande, come la Colombia, quali non proviene alcun atleta specialista nelle lunghe distanze. Quello che fa la differenza è la cultura della corsa che si è sviluppata in quei Paesi africani, dove aver successo in questi sport vuol dire conseguire popolarità e benessere.

Mozart e la sua famiglia

Oggi, quindi, la scienza non riconosce più come valido il concetto di razza, non dà più l’importanza di una volta all’ereditarietà e soprattutto all’appartenenza a un dato gruppo etnico. Eventualmente la provenienza geografica può essere importante per le motivazioni e la disponibilità di competenze e strutture. Questo possiamo vederlo anche nel campo della musica, dove è nota la presenza delle cosiddette “famiglie musicali” dalle quali sono usciti Wolfgang Amadeus Mozart, Johan Sebastian Bach e un certo numero di Strauss. Per dirla con due espressioni popolari, oggi la scienza non si sbilancia sul fatto che l’abilità dei musicisti figli d’arte sia “nel sangue” o “nell’aria”, propendendo semmai per la seconda ipotesi. Non è per niente facile scindere i diversi fattori e dire se il piccolo Wolfgang Amadeus stupisse tutti per la sua abilità grazie ai cromosomi o alla presenza costante in casa Mozart di buona musica e strumenti musicali.
Gli argomenti possono sembrare leggeri, ma il tema di fondo è importante. Il razzismo si basa proprio sulla presunzione che le caratteristiche personali siano geneticamente determinate e comuni a quelle che si ritenevano le razze umane. Se questo non è vero per un campo come lo sport in cui la fisicità ha il suo peso, tanto più sarà ingannevole in altri campi.