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7 Febbraio 2024

Un adulto è sempre un educatore

7 febbraio. Nella giornata contro il bullismo ed il cyberbullismo una riflessione sulle fragilità nel mondo della scuola
Un adulto è sempre un educatore
Il disagio degli studenti è un complesso fenomeno in crescita plasmato dalla storia personale, dal contesto sociale, relazionale e dall'istituzione educativa. La sfida diventa "la prevenzione" in grado di favorire contesti di benessere. L'intervista all'educatore.
«Mi trovavo in una scuola secondaria di primo grado per organizzare con un insegnante alcuni incontri sulla prevenzione. Terminato l’incontro mi sono fermato a chiacchierare nella sala d’ingresso del plesso quando arrivò la dirigente e poi un insegnante che per mano teneva una ragazza in lacrime. Arrivò anche la psicologa che si occupa dello sportello d’ascolto. Raccontarono che la compagna di classe della ragazza continuava a picchiare ininterrottamente il righello sul banco perché il papà, venuto poco prima a prendere la sorella, non aveva portato via anche lei. Quella fu la sua rappresaglia, lei non ne aveva proprio voglia di stare a scuola quella mattina. La compagna di banco era esasperata, il suo pianto esprimeva che la sua tolleranza era arrivata al capolinea. Quella ragazza rende difficile la vita della classe con agiti provocatori e violenti, sia verbalmente che fisicamente. L’insegnante chiuse il suo racconto affermando desolata: “Io non so più come fare! Sono qui per insegnare, ma non so più come farlo. Ho pazienza infinita, ma adesso basta!”.»
Davide Bianchini, educatore
Davide Bianchini ci racconta la sua esperienza nelle scuole come educatore per la Cooperativa Comunità Papa Giovanni XXIII (www.dipendenzepatologiche.apg23.org). D’origine riminese, vive in provincia di Milano. Sposato, con due figlie, sceglie di aprire la sua famiglia all’accoglienza di bambini, ragazzi e adulti in difficoltà. Davide racconta pochi fotogrammi, pieni di attori e ricchi di quell’umanità che quotidianamente anima le scuole. Ognuno ha un ruolo in questa storia e con difficoltà dovranno decidere come porsi di fronte all’ennesima provocazione della ragazza. Sarebbe bello poter riavvolgere i nastri di tutte le esistenze coinvolte e chiedersi: come si arriva a questo? Si poteva agire “prima” dell’esplosione del disagio?

 

Davide quali sono i disagi che hai visto maggiormente nelle scuole?

«Il primo disagio che osservo sta nella scarsa coscienza che noi adulti abbiamo del potere formativo delle nostre azioni, del nostro modo di comunicare, anche del nostro non-fare, non-intervenire, non prendere posizione, soprattutto quando agiamo tutto ciò inconsapevolmente. “Ciò che fai (e non fai, aggiungo io) grida più forte di ciò che dici” diceva don Oreste Benzi. Un antico proverbio dice: “Le tua azioni sono i tuoi monumenti”. Restano di noi i nostri agiti che sono ciò da cui apprendono i ragazzi.

In che senso?

«Siamo noi adulti a mettere in mano ai nostri ragazzi i loro smartphone facendo mille raccomandazioni per poi “bullizzarci” tra genitori nei gruppi WhatsApp o divenendo incapaci di staccare gli occhi dai nostri device quando loro ci parlano. Siamo noi adulti a vendere a ragazzi minorenni sigarette e alcol, quando non di peggio. Siamo noi a lavorare senza alcuna passione e senza chiederci cosa stiamo producendo e consumando “tanto contano i soldi”, “tanto conta avere”. I comportamenti raccontano quali sono le nostre priorità: competizione, apparenza, performance, soldi, successo, vittoria, scarto, consumo. Quali memorie si iscrivono nelle menti dei ragazzi fronte ai nostri comportamenti? C’è una fragilità adulta che per alcuni esperti è un fenomeno peculiare dei nostri tempi. Lancini, Pellai, Crepet, Manca, Recalcati, Mendolicchio e tanti altri studiosi parlano di questa realtà di fronte all’esplosione del disagio psicologico e dei disturbi del neurosviluppo che dilaga tra bambini e ragazzi.»

Il mondo degli adulti è tutto negativo?

«Siamo perennemente in cammino: in certi momenti raggiungiamo obiettivi importanti come quando abbiamo prodotto la Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, risultato raggiunto in un non molto tempo fa, nel 1989; in altri ci arrestiamo, torniamo indietro, facciamo eclatanti scivoloni. So che a questo punto si potrebbe fare un’equazione fuorviante: allora la causa dei disagi che i nostri figli vivono siamo noi adulti. Il paradigma causa-effetto mal si adatta ai fenomeni umani, la complessità è un paradigma più accettabile e più realistico. Non si tratta di definire le “colpe”, con la conseguente elusione della complessità, ma di assumersi delle responsabilità, come quelle di dotarsi di strumenti per riconoscere le fatiche e non restare indifferenti di fronte al disagio dei ragazzi. Dovremmo crescere nella nostra “coscienza di sé” ponendoci a confronto con una realtà difficile come quella attuale che ci sfida continuamente, crescere nella “coscienza di noi” lavorando ad esempio sul “senso di comunità”, che è un mantra ormai, in tante nostre riflessioni ed interventi.»


I bambini vivono un mondo apparentemente sicuro e rassicurante, ma che in realtà movimenta angosce profonde. Davide racconta che qualche giorno fa ha incontrato uno psichiatra che lavora in una NPIA che ha detto di aver preso in cura più bambini e ragazzi negli ultimi 3 anni che in 37 anni di carriera. A noi adulti cosa dice tutto questo? Non dovremmo cercare di capire e poi lavorare su ciò che possiamo cambiare di noi ed intorno a noi?
Tanti adulti di oggi hanno avuto la fortuna di incontrare bravi “capitani” (l’espressione è del dott. Crepet) sul proprio cammino, uomini e donne, che hanno saputo imprimere sicurezza, gusto per l’esistenza, gioia per la conquista anche se faticosa, sono riusciti ad essere anche dei buoni allenatori emotivi. In tanti abbiamo i nostri “eroi”, vicini e lontani: gente che ci ha affascinato perché ha saputo vivere perseguendo un’idea, “vivendo come pensava”, come amava dire la sua insegnante di filosofia del liceo. Tanti bravi “capitani” affiancano i ragazzi anche oggi, permane però un mondo con una forza d’urto enorme e brutale che ne spegne gli slanci e rubrica come inutile ogni vitalità.
Il disagio è intorno e dentro la scuola. L’aneddoto della ragazza difficile dell’inizio ha origine fuori dalla scuola e vi atterra dentro, così come può accadere il contrario. Nessuna dimensione di vita è impermeabile all’altra. Benché gli insegnanti vorrebbero occuparsi solo di didattica, devono occuparsi anche d’educazione. Benché i genitori vorrebbero che i figli entrassero a scuola ignoranti e ne uscissero eruditi, devono fare i conti col fatto che questo non accade automaticamente. Davide definisce la scuola come un crocevia: noi siamo quelli che lo attraversano, con i nostri figli e tutto il personale chiamato a passare di lì.

Cosa possiamo fare affinché in questo “crocevia” che è la scuola non si formi un inestricabile ingorgo?

«Quando ho ripreso il lavoro nelle scuole in Lombardia, attorno al 2018, ho compreso quanto fosse urgente lavorare per la prevenzione su diverse tematiche con tutti gli attori coinvolti nel percorso formativo dei ragazzi, cioè i loro adulti di riferimento. Perché? “Ognuno di noi è i volti che incontra” scriveva Levinas. Ho sempre avuto chiaro, da quando mi sono appassionato al mondo dell’educazione, che ogni adulto in relazione ad un soggetto in formazione è, consapevole o meno, un educatore, in ogni momento».