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11 Febbraio 2020

La Violenza di genere entra in classe

Il tema affrontato con testimonianze e laboratori didattici. Ecco come reagiscono i ragazzi parlando di prostituzione e violenza.
Foto di Marco Tassinari
Il progetto Nemmeno con un fiore porta nelle scuole sesso a pagamento ed argomenti tabù, fra occhiate complici e indignazione.
Un anno nelle classi; 170 ragazzi già incontrati negli istituti di formazione professionale della provincia di Rimini. È il progetto “Nemmeno con un fiore”: fra tabù sessuali, stereotipi di genere ed emozioni dell’adolescenza, porta nelle scuole il tema della violenza di genere.

Marinella Baldassari spiega ai giovani la violenza di genere.

Marinella Baldassari, formatrice, nei primi 2 mesi di laboratori scolastici ha avuto l’occasione di confrontarsi faccia a faccia con la tensione quotidiana dei giovani fra i 17 e i 19 anni, che spazia fra consapevolezza e desiderio. Insieme a Martina Taricco e Davide Bianchini fino a fine anno scolastico coordineranno laboratori didattici in 77 classi sparse su un territorio che parte da Crema ed arriva fino a L’Aquila. Solo nella provincia di Rimini saranno 1000 i ragazzi coinvolti durante l'anno scolastico. Miriam Febei, che sta curando l’organizzazione dell’evento conclusivo, l'ha intervistata:

Cosa succede appena entri in classe?

Come noi adulti i ragazzi sono spaventati dal dolore e a dalla sofferenza, e quindi il primo impatto è negativo.  Cercano di evitare l’argomento. È meglio scherzare, far uscire le cose pesanti che vedono e che vivono. Poi però solleticati dalla proposta di parlare di prostituzione a scuole, si sono messi molto in discussione.

Qual è la situazione di partenza? Il contesto in cui questi ragazzi vivono?

Talvolta dalle classi sono uscita con la preoccupazione, con il dolore: a volte anche con le lacrime agli occhi. L'ho visto anche nelle mie colleghe insegnanti, che sono mamme a loro volta. Sono molto preoccupate perché più o meno in tutte le classi ci sono giovani che hanno subito, assistito o adottato episodi di violenza. A volte il bisogno del giovane di piacere lo rende molto seducente, ma senza la forza di gestire quella seduzione che gli appartiene. A volte gli adulti che gli sono accanto si lasciano sedurre. Con tutti i loro atteggiamenti, con tutto il loro vestire, con tutto li loro provocare, in realtà gli adolescenti lanciano un grido, che si alza, ma che trova una società adulta che spesso è più ferita di quella dei giovani.

E voi portate a questi ragazzi le vostre esperienze concrete?

Viviamo in un tempo di facce di pregiudizi: tutto e giudicabile, come entriamo in una stanza, nei primi 20 minuti chi ci incontra ci giudica. Ci giudica da cosa da abbiamo fra i capelli, o dal vestito che portiamo. Oppure dalla frase che abbiamo detto. La mia storia però non la conosci. Quando portiamo questi esempi ai ragazzi, loro comprendono molto bene, perché sanno di essere costantemente sia giudici che giudicati. Resettiamo i loro costrutti mentali, e cerchiamo di far passare loro che dietro ad ogni volto, incontrato in un hotel, in un appartamento o in una strada, c’è una persona.

A Capodanno con un centinaio di giovani sono andata
in una comunità terapeutica ad incontrare le persone, vittime di dipendenza, impegnate nel cammino per vincere droga, alcool e gioco d’azzardo. Un ragazzo lì ha portato la sua testimonianza: «I miei genitori si sono separati, mia mamma da sola non ce la faceva e si è data alla prostituzione. Quando i servizi sociali l’hanno saputo mi hanno tolto dalla custodia di mia madre, mi hanno separato da mia sorella. A 16 anni sono entrato nel mondo dello spaccio e della droga».  
 
Quando incontro le ragazze di strada, durante le uscite con i volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII, incontro madri che mi dicono che si prostituiscono per dare un futuro migliore ai propri figli. Ho sentito come la mamma di quel ragazzo tossicodipendenze fosse la stessa mamma che ho visto vendersi per strada. Mi viene normale mettermi nei panni di quella madre: sognava un matrimonio una famiglia. Poi gli si sfasciato tutto … quanto dolore, un sogno infranto, ha generato dopo?
 
Le donne costrette alla prostituzione dalla schiavitù o dalla miseria vivono la stessa condizione: un sogno infranto e poi il cercare costantemente di recuperare gli errori fatti, come se non ci fosse mai una fine. È un cadere sempre più in giù, hai capito? Intanto quei bambini che rimangono a casa magari vedono soltanto che la mamma fa avere loro un tablet. E la gente del paese li guarda e li etichetta.

Quale cambiamento vedete nei ragazzi che incontrate?

I giovani, lasciati soli, pensano prima di tutto al proprio ombelico. Cercano di rispondere prima di tutto alla proprio fame, al proprio desiderio di felicità. Possono sembrare superficiali, ma se ricevono una testimonianza, se vengono sensibilizzati al problema, si ritrovano ad essere le persone che sanno riconoscere un grido meglio di tutti gli altri.

Durante il terzo incontro chiedo ai ragazzi: «Ma tu, cosa hai a che fare con la prostituzione»?  Chiaramente tutti mi rispondono “nulla”. Alla fine delle sei ore sapere di aver portato la coscienza che la violenza di genere riguarda in realtà tutti noi, per me fa la differenza. Vuol dire aver tentato di creare un tessuto nuovo in questa società, in questo territorio.

E questi adolescenti, cosa insegnano agli adulti?

I giovani hanno le idee molto, molto chiare. Vedono l’ingiustizia della prostituzione di strada. Ma se i grandi rimangono fermi, anche i piccoli si fermano. Penso sempre al movimento che hanno me in piedi Greta Thunberg, probabilmente c’era bisogno della sua particolarità per uscire dagli schemi. Anche questi ragazzi hanno bisogno di vedere che ci sono persone, degli adulti, che un pochettino escono dagli schemi. Allora anche loro riescono a dire: «Si è vero, tutta questa violenza che dilaga non può andare avanti cosi e ci interpella».

Campo estivo adolescenti
Foto di Serena Soldati


In classe ho incontrato dei ragazzi meravigliosi. Bisognerebbe trovare il modo di portare il loro pensiero alla società, secondo me i giovani non hanno occasioni reali per essere  veramente ascoltati. Finiscono sui giornali solo se fanno qualcosa di sbagliato, se escono dalle righe. Ma sulle ragioni del loro grido, in realtà nessuno li ascolta.

«Se il mondo ascoltasse di più i ragazzi probabilmente potrebbero restituire un pochettino di equilibrio anche ai grandi», conclude Marinella.