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25 Giugno 2020

Salvate dal telefonino

Le chiamate di donne vittime di violenza durante il lockdown sono aumentate del 73%, ma restano stabili le richieste di accoglienza. L'associazione Be Free ha ricevuto 2000 richieste di aiuto.
Foto di ANSA / MATTEO BAZZI
Il 19 giugno è stata la giornata internazionale contro la violenza sessuale nei conflitti. Tante le forme di violenza a livello globale anche durante la pandemia, di cui sono vittime soprattutto donne e bambini. A Roma una donna di 60 anni è stata uccisa dal marito; una giovane dell’est dal suo compagno.
Secondo i recenti dati Istat, nei mesi scorsi sono notevolmente aumentate le chiamate al 1522, numero del Dipartimento per le pari opportunità per le vittime di violenza di genere e stalking. Un numero attivo 24 ore su 24 in cinque lingue (italiano,inglese, spagnolo, francese e arabo). Dal primo marzo al 16 aprile le telefonate sono state infatti il 73% in più rispetto allo stesso periodo del 2019. Il 45,3% delle vittime ha dichiarato di avere paura per la propria incolumità; il 72,8% non ha però denunciato il reato subito. Nel 93,4% dei casi la violenza si è consumata tra le mura domestiche, nel 64,1% si è trattato di violenza assistita.

Campagne contro la violenza

Le campagne di comunicazione finalizzate ad incoraggiare le donne ad uscire dalla violenza contattando il numero verde antiviolenza sono state diffuse ovunque. Basti pensare all’impegno di Poste Italiane: sui monitor dei 7.000 sportelli Postamat Atm e sugli schermi degli uffici postali di tutta Italia da fine maggio sono visibili il numero verde e l'app 1522 per la prevenzione e il contrasto alla violenza. Così pure si sono dati da fare durante il lockdown, i primi di aprile, la Federazione degli Ordini dei farmacisti italiani, Federfarma e Assofarm, esponendo nelle 20mila farmacie italiane il volantino informativo antiviolenza del Dipartimento per le pari Opportunità.

L'app Youpol per chiedere aiuto direttamente alla polizia

Pochi sanno che dal 27 marzo il Ministero dell’Interno ha voluto che l’app della Polizia di Stato denominatia Youpol fosse utilizzata anche per segnalare episodi di violenza tra le mura domestiche. Prevista in precedenza per atti di bullismo e spaccio, in questo periodo di emergenza per il Covid-19 si è pensato infatti di diffonderla per aiutare le donne maltrattate da mariti, compagni, familiari violenti. L’app, che si può scaricare gratuitamente ed è disponibile per dispositivi Ios Android, permette di trasmettere in tempo reale messaggi ed immagini agli operatori della Polizia di Stato; le segnalazioni sono automaticamente georeferenziate, ma è possibile per l’utente modificare il luogo dove sono avvenuti i fatti e farle in forma anonima. Anche i vicini di casa, testimoni di un episodio di violenza possono denunciare il fatto alle forze di polizia con un messaggio, una foto o un video.

Centri antiviolenza sempre aperti. Ma bisogna avere posti sufficienti.

Tuttavia non sono state più del solito le donne che hanno chiesto di uscire dalla violenza.

Chi sono le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza in questi mesi di pandemia?

«Sono donne di tutte le nazionalità – spiega Oria Gargano, presidente di Be Free Cooperativa Sociale contro tratta, violenze e discriminazioni. Sono professioniste, donne che lavorano, donne indigenti, donne che vivono nelle baracche, madri, sono tutti i tipi di donne. In molti casi le nostre avvocate hanno potuto chiedere l’allontanamento di compagni o mariti violenti, col grave problema delle carceri, per alcuni è stato anche previsto gli arresti domiciliari. Ma molte si sono salvate da sole: se avevano un marito aggresivo hanno cercato di gestire la situazione anche uscendo quando lui rientrava da lavoro. Dobbiamo tenere in conto infatti che c’è stato un tasso alto di paura e angoscia in tutti e ha portato a diversi effetti: in alcuni uomini ha portato gli uomini a riflettere sulla propria fragilità e in altri invece ad abusare di alcol e a non controllare l’ansia. Ma non mi piace schematizzare: al nostro Centro sono arrivate oltre 2000 telefonate ma la metà erano donne già seguite che hanno potuto resistere. La metà invece erano nuove donne per le quali non avevamo fondi e luoghi sufficienti per l’isolamento fiduciario. Per di più le nostre case rifugio erano tutte piene».

Violenza contro le donne
La paura di essere sola
Foto di Slava Rutkovski_Adobe Stock Photo


Per Be Free il supporto non è stato solo telefonico, i colloqui sono continuati anche in presenza. Ma la difficoltà è stata poter individuare posti per proteggere le vittime e anche i loro figli. Nonostante l’accordo con le prefetture, per Be Free solo il sostegno di una fondazione di Lugano e l’accordo con FederAlberghi ha permesso di accogliere in residence e hotel 20 nuclei madre bambino che avevano richiesto aiuto ai 15 servizi attivi a Roma, Viterbo, Fiumicino, Abruzzo, Molise. Le donne accolte hanno potuto ricevere un pocket money, la spesa, la consulenza delle avvocate e delle psicologhe. Ma oggi è alle situazioni più tragiche che è necessario offrire una via di fuga immediata ma i posti nelle case rifugio non bastano. «Non dimentichiamo che in Italia, i posti nelle case rifugio sono appena il 10% di quelli che il Consiglio d’Europa ha giudicato adeguati in relazione alla popolazione. Inoltre va ricordato che ogni anno circa 150 donne vengono uccise dal partner – e anche questa è una pandemia – e la maggioranza l’aveva denunciato o lasciato, senza ottenere dallo Stato la protezione necessaria. Durante il lockdown, i casi di femminicidio sono stati 11 in 3 mesi. Sono anche calati i reati di genere, gli stupri fuori casa. Non enfatizzerei dunque che adesso col Covid la violenza e i maltrattamenti sono aumentati».

L'importanza della prevenzione

Non bisogna però abbassare la guardia sulla prevenzione e sul cambiamento culturale e sociale. Una narrazione che banalizza la capacità delle donne di difendersi e di chiedere aiuto rischia infatti – a detta di Be Free - di dare forza a chi sostiene l’inferiorità della donna e a quella visione dei rapporti tra uomo e donna sempre sbilanciati.

«Per noi è la comunicazione la strategia più adeguata di prevenzione – sottolinea Oria Gargano - perché è fondamentale far sapere che i centri antiviolenza sono aperti e che si sappia che esiste un’attenzione pubblica da parte dello Stato in sinergia col privato sociale sulla violenza alle donne, non solo durante la pandemia». Comunicarlo ai giovani, comunicarlo nei luoghi di lavoro e nei luoghi pubblici perché l’idea della pari dignità di uomini e donne sia tutti i giorni presente nella cultura del paese e non solo nei tempi di crisi sanitaria o nella diffusione di allarmanti statistiche.