25 Novembre 2019

Beatificazione di Don Oreste Benzi, chiusa la fase diocesana

Sabato 23 novembre si è tenuta a Rimini la sessione pubblica che ha concluso la fase diocesana della causa di beatificazione. Ecco com'è andata.
Foto di Riccardo Ghinelli
Un vero e proprio tribunale, a porte chiuse, per 5 anni ha passato a setaccio l'azione di Dio nell'opera del sacerdote dalla "tonaca lisa". I commenti dei protagonisti, i numeri, i prossimi passi dell'inchiesta.
«Ponendo la mia mano destra su questi Santi Vangeli, giuro di compiere fedelmente l’incarico che mi è stato affidato, quello di portare a Roma i due esemplari degli Atti dell’Inchiesta e di presentarli alla Congregazione delle Cause dei Santi. Che Dio mi assista». 
Sembra la scena di un film ambientato in epoche lontane, invece è l’ultimo atto che chiude la fase diocesana del processo di beatificazione di Don Oreste Benzi, e a giurare è Giampiero Cofano, responsabile della segreteria generale della Comunità Papa Giovanni XXIII, designato per l’occasione “portitore”.

Vescovo di Rimini pone il sigillo
Il Vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi, pone il sigillo vescovile su uno degli scatoloni contenenti i documenti dell'inchiesta. Al suo fianco il notaio Alfio Rossi.


Ci troviamo al Tempio Malatestiano di Rimini per la 151esima ed ultima sessione dell’inchiesta diocesana durata 5 anni e due mesi che ha prodotto una documentazione di 18.632 pagine sulla vita, le virtù cardinali e teologali e la fama di santità di don Oreste Benzi.
È un evento di natura giuridica che segue regole molto precise, fatto di verbali, firme e sigilli, alla presenza del notaio Alfio Rossi che ha seguito tutto l'iter dell'inchiesta, ma il Duomo è pieno di gente e nell’aria si percepisce un clima di raccoglimento, solennità e commozione. 
Un tempo si diventava santi per acclamazione popolare. Se così fosse stato, il sacerdote riminese santo lo sarebbe già. Nei secoli la Chiesa, onde evitare false interpretazioni e illeciti, come successe nel Medioevo con il commercio di reliquie, si è dotata di strumenti sempre più adeguati per verificare la presunta santità di una persona. Un vero e proprio tribunale analizza il candidato. E così è stato per don Oreste Benzi in questi 5 anni.
L’organo introduce il momento solenne. Ogni tanto la regia trasmette la voce registrata di Don Oreste Benzi. Alcune frasi sono fasci di luce che aiutano a cogliere i fondamenti del suo intenso cammino umano e spirituale: «Io non mi abbatto mai, perché non guardo il limite che c’è in me, ma Dio che mi toglie da quel limite». 

Il vescovo Lambiasi: «Dio ci parla attraverso don Oreste»

A presiedere c'è il vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi. «Su di me don Oreste ha esercitato un influsso considerevole – ci aveva raccontato nei giorni scorsi – perché mi ha reso più sensibile alla “spina” dei poveri e più attento nel coltivare la relazione con il Signore».
Oggi anche il vescovo appare commosso. «Questa non è una liturgia ma è comunque una celebrazione», introduce, invitando a scambiarsi il segno della pace e a lasciarsi andare ad un applauso: «Don Oreste invitava spesso a rivolgere un applauso a Dio, stavolta possiamo dedicarlo anche a lui». 
E richiama il significato profondo di questo momento: «Possiamo dare di don Oreste una interpretazione agiografica: guardare cioè a un santo che ha vissuto in modo eroico la vita cristiana. Ma è importante anche dare una interpretazione profetica, cioè non guardare solo a ciò che don Oreste ha fatto ma a quello che il Signore vuole dire a noi oggi attraverso di lui».

Ramonda: ecco l'eredità di don Oreste

Giovanni Paolo Ramonda ha ereditato da don Benzi la responsabilità della sua "famiglia spirituale", quella Comunità Papa Giovanni XXIII diffusa oggi in 42 Paesi del mondo. Da quando il fondatore ha lasciato questa terra, il 2 novembre 2017, è lui a ricoprire il ruolo di responsabile generale.
«Don Oreste non ha lasciato in eredità denari alla sua gente ma una vita da spendere con i poveri» sottolinea. Non però in una visione assistenzialistica ma attraverso «una vita portata avanti assieme ai poveri, ridando loro dignità».  
Una missione per la quale il Don ha conquistato e coinvolto tanti giovani con il suo «cuore grande, con il sorriso sul volto anche se immerso in problemi a volte insormontabili».
Una missione che continua anche oggi: «Seguendo il suo esempio - ha concluso - si apre in noi il desiderio di paradiso, ma anche quello di non lasciare più soffrire nessuno da solo».

La postulatrice: «È stata una grazia immensa»

Essere la postulatrice di don Oreste per Elisabetta Casadei «è stata una grazia immensa, perché ha significato entrare un po’ di più nel cuore di questo padre nella fede». Si è sentita come una nipotina che si siede davanti al caminetto e ascolta il nonno raccontare la sua vita. «Solo che lui non è un nonno qualsiasi, è un nonno eroe. E io mi vedo come quella bambina con gli occhi sgranati, intenta ad ascoltare le grandi imprese del nonno». 
«Gesù ci dona di sentirlo vivo nelle persone che ci fa incontrare - spiega all'assemblea - e io come voi l’ho incontrato vivo nella persona di Don Oreste. Questi scatoloni sono solo la punta di iceberg della vita di Don Oreste, tutto il resto è nei vostri cuori, nei cuori delle persone che ha incontrato. Non lo potremo portare a Roma ma lo porteremo sempre con noi comunque vada il processo.»

I numeri dell’inchiesta sulla vita, virtù e fama di santità di don Benzi

Il giudice don Giuseppe Tognacci ha colto l’occasione per informare sul lavoro svolto in questi cinque anni e due mesi di inchiesta finalizzata a raccogliere le «prove utili e necessarie affinché l’autorità ecclesiale giudichi la vita in Gesù Cristo morto e risorto di don Oreste».
Anzitutto un grande lavoro di raccolta di «lettere e scritti di tante persone con diverse responsabilità, nella Chiesa e nella società, che hanno voluto manifestare la loro convinzione circa la vita santa di don Oreste». Poi gli «scritti editi» di don Oreste, esaminati da 8 periti teologi. Quindi i documenti civili ed ecclesiastici riguardanti la sua persona, esaminati da 3 periti storici
Infine le deposizioni dei testimoni, rese sotto giuramento. 131 testimoni in tutto: 24 ecclesiastici e 107 laici.  
Alcune deposizioni hanno richiesto fino a 9 appuntamenti, altre sono state più brevi. In media ogni testimone è stato ascoltato 4-5 volte. Solitamente erano i testimoni a recarsi a Rimini ma in casi particolari il Tribunale ha fatto anche quattro trasferte, a Torino, Verona, a Roma e in Val di Fassa. 
Al termine di questo gran lavoro si è svolta la “collatio et auscultatio”, cioè si è proceduto a numerare, timbrare e siglare da parte del notaio tutte le pagine degli atti realizzando l’“archetipo” (l’originale, in 10 scatole sigillate, che verrà conservato nell’archivio della curia vescovile di Rimini) e il “transunto” e la “copia del transunto” (le due copie dei documenti, in 15 scatole sigillate che sono state poi consegnate a Roma dal “portitore”). 

Tribunale al completo e gli attori del processo

Cosa succederà dopo la chiusura della fase diocesana

Il materiale raccolto è molto e alla Congregazione delle Cause dei Santi il lavoro non sarà breve. Verrà nominato un nuovo postulatore, che deve risiedere a Roma, e un relatore. L’attuale postulatrice Elisabetta Casadei ci spiega che il postulatore romano richiederà l’apertura degli atti. Rotti i sigilli, tutti i documenti verranno controllati foglio per foglio e rilegati in faldoni più piccoli. Se tutto il lavoro della fase istruttoria a livello diocesano è stato svolto bene, gli ufficiali della Congregazione emetteranno il decreto di validità. Postulatore e relatore «dovranno redigere la famosa positio, un dossier in cui vengono raccolti i principali documenti. Verrà scritta la storia della causa, una biografia storica del servo di Dio e saranno messe in rilievo le virtù che ha vissuto e la fama di santità, cioè quanto il popolo di Dio considera santo don Oreste». 
Se si riconoscerà che il candidato ha vissuto le virtù teologali e cardinali in modo eroico – «un cristiano, cioè, che non ha vivacchiato ma ha percorso con radicalità la vita del ministero» – il Papa lo dichiarerà venerabile. Per diventare beato dovrà essergli attribuito un miracolo, che toccherà sempre al Papa riconoscere. Per la santità occorreranno due miracoli.

Tognacci: «Affidiamo il giudizio a Santa Madre Chiesa»

«Più volte in questi cinque anni mi è stato chiesto di dire che cosa provavo, che cosa mi colpiva particolarmente» spiega il giudice don Giuseppe Tognacci, che sul tema ha sempre osservato la massima riservatezza.
Ora sceglie questo momento solenne per dire che «ho provato soprattutto un enorme senso di miseria su di me, di inadeguatezza, come sacerdote, nel privilegio e nella grazia di trattare così da vicino questa anima sacerdotale che è stato, anzi che è, don Oreste!»
E conclude: «Ora, con sentimenti filiali, consegniamo gli atti dell’inchiesta al giudizio di Santa madre Chiesa. Che Dio porti a compimento l’opera che dall’eternità ha iniziato a ricamare in questo figlio di Achille e Rosa, figlio e padre della Chiesa di Rimini, sacerdote di Cristo e per suo amore ammirevole educatore, e difensore e servitore in eterno dei più poveri e dei più deboli.»