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22 Settembre 2026

Certificati anti-CPR, perquisiti 23 medici in tutta Italia

Il Tavolo Asilo Immigrazione: «Solidarietà ai sanitari»
Certificati anti-CPR, perquisiti 23 medici in tutta Italia
Foto di ALESSANDRO DI MARCO
Operazione della Polizia di Stato tra Ravenna, Bari, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma, Biella e Varese: acquisiti cellulari, computer e documenti di alcuni medici. Secondo il TAI, l'inchiesta rischia di intimidire professionisti chiamati a tutelare la salute delle persone trattenute.
Il 16 settembre scorso, 23 medici sono stati sottoposti a perquisizioni personali, domiciliari e informatiche nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Ravenna sui cosiddetti “certificati anti-CPR”. L’operazione, condotta dalla Polizia di Stato attraverso il Servizio centrale operativo e la Squadra mobile di Ravenna, ha interessato professionisti operanti in nove città: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese.
L’indagine si colloca nel solco del procedimento avviato nei mesi scorsi, che – su delega della Pm Angela Scorza – aveva già portato a perquisizioni nei confronti di 8 medici, allora tutti in servizio nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna. I sanitari erano stati indagati con le accuse di falso e interruzione di pubblico servizio, in relazione a 34 certificati ritenuti non veritieri. Per tre di loro la Gip Federica Lipovscek aveva disposto la sospensione dall’esercizio della professione per 10 mesi; agli altri era stato invece imposto il divieto di occuparsi del rilascio di certificazioni destinate ai Cpr.

La solidarietà del TAI

A prendere posizione è il Tavolo Asilo e Immigrazione, che in un comunicato diffuso il 17 settembre esprime «piena e completa solidarietà ai medici» sottoposti alle perquisizioni e costretti a consegnare dispositivi personali, «fino ad essere, al momento in un solo caso, formalmente indagati».
Il TAI richiama le parole del presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, secondo cui i sanitari «non sono ausiliari delle politiche di sicurezza». Il loro compito, sottolinea l’organizzazione, «è tutelare la salute delle persone in qualunque contesto», nel rispetto del codice deontologico.
Nel comunicato, le associazioni accusano la segnalazione che avrebbe dato origine all’indagine – attribuita al Servizio centrale operativo della Polizia di Stato – e la successiva esposizione politico-mediatica di puntare «all’intimidazione dei medici professionisti».

«CPR incompatibili con la Costituzione»

La presa di posizione non riguarda soltanto l’inchiesta giudiziaria, ma investe l’intero sistema dei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR). Il Tavolo Asilo e Immigrazione ribadisce infatti «l’incompatibilità dei CPR con i principi sanciti costituzionalmente», richiamando in particolare gli articoli 13 e 32 della Costituzione, relativi alla libertà personale e alla tutela della salute.
Il TAI, nel suo rapporto di monitoraggio sui CPR, già a gennaio 2026 aveva documentato violazioni gravi e sistematiche dei diritti fondamentali e della dignità delle persone. «Dal monitoraggio – si legge nel comunicato – è emerso un quadro di violazioni gravi e sistematiche dei diritti fondamentali e della dignità delle persone allarmante e intollerabile, proprio di istituzioni totali, incompatibili con lo stato di diritto».
«Quello che lascia maggiormente perplesso in questa vicenda – dice Giuseppe Piacenza, membro del Tavolo Asilo per la Comunità Papa Giovanni XXIII – è che per 22 dei 23 medici controllati durante l'operazione del 16 settembre non risulta esserci neanche l'iscrizione nel registro degli indagati. È l'ennesimo tentativo di criminalizzare la solidarietà, colpendo le persone che svolgono una professione che è al servizio dell'uomo e non delle istituzioni».

Il nodo della tutela sanitaria

Sulla vicenda, interviene anche Tullio Manca, medico in Rianimazione, animatore dell’Ambito Salute del Gratuito per la Comunità Papa Giovanni XXIII: «Desidero esprimere la mia assoluta contrarietà alle indagini avviate nei confronti dei medici che hanno certificato l’inidoneità dei migranti al trattenimento nei CPR o alle procedure di espulsione. Parliamo di accertamenti che hanno riguardato colleghi accusati di aver “ostacolato” provvedimenti amministrativi semplicemente perché hanno fatto ciò che la legge e la deontologia impongono: valutare la salute e proteggere la fragilità clinica delle persone. Queste indagini rappresentano una violazione diretta dell’autonomia professionale, tutelata dall’art. 3 del Codice di Deontologia Medica, che stabilisce che il medico deve operare “in piena autonomia e responsabilità, senza condizionamenti di natura politica o amministrativa”. L’art. 4 impone che il medico agisca “secondo scienza e coscienza”, mentre l’art. 5 vieta esplicitamente qualsiasi atto che possa compromettere la salute del paziente per finalità estranee alla tutela clinica.
La Costituzione italiana, all’art. 32, afferma che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo e che nessuno può essere obbligato a un trattamento che ne metta a rischio l’integrità. Eppure, in queste indagini si è arrivati a contestare certificazioni di inidoneità rilasciate per disturbi psichiatrici documentati, traumi fisici, condizioni di vulnerabilità sanitaria, come se il medico dovesse ignorare la sofferenza per non intralciare procedure di detenzione o espulsione. È evidente che ci troviamo davanti a una pressione di tipo securitario, figlia di una cultura politica che, in Italia come in Europa, tende a considerare il migrante non come persona ma come problema da gestire. Pretendere che il medico si adegui a questa logica significa snaturare la professione, trasformandola in uno strumento di controllo anziché di cura. Rivendico con forza che il medico non può essere indagato per aver fatto il proprio dovere: proteggere la salute, riconoscere la fragilità, evitare danni.  Difendere l’autonomia clinica significa difendere la dignità delle persone e i principi fondamentali della nostra democrazia».

La richiesta di una riforma

Di fronte all’inchiesta sui certificati e al dibattito sulle condizioni nei centri, il TAI chiede una revisione complessiva delle politiche di espulsione. La richiesta è di «riformare in profondità il sistema delle espulsioni», abbandonando quella che le associazioni definiscono la «fallimentare strada della detenzione amministrativa». Il comunicato sollecita inoltre la chiusura della stagione della «legislazione speciale per gli stranieri» e il superamento dei CPR, considerati incompatibili con la tutela effettiva della salute e dei diritti fondamentali.
Al Tavolo Asilo e Immigrazione aderiscono, tra le altre, A Buon Diritto, ACLI, ActionAid Italia, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, CGIL, CIR, Comunità Papa Giovanni XXIII, Emergency, Medici Senza Frontiere, MEDU, Oxfam Italia, Refugees Welcome Italia, SIMM e SOS MEDITERRANEE Italia.

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