Dall'allarme svedese al silenzio sovietico, fino ai difetti tecnici del reattore 4 e al sacrificio dei "liquidatori": cronaca di una ferita ancora aperta e delle sue conseguenze sul futuro energetico.
Alle 9 del mattino del 28 aprile 1986 furono i sensori della centrale nucleare di Forsmark, in Svezia, i primi a dare l’allarme in occidente. Ma solo dopo un’accurata ispezione del reattore e dopo aver preso tutte le precauzioni suggerite dall’elevata radioattività, intorno alle 15,30 si iniziò a capire la verità: era esplosa una centrale nucleare da qualche parte nell’Est europeo.
Nei paesi dell’allora blocco sovietico, oltre la cosiddetta “cortina di ferro”, Michail Gorbacev aveva da poco iniziato ad allentare la rigida censura governativa sull’informazione, la cosiddetta politica della “Glasnost” (trasparenza). Ma su quell’episodio era stato mantenuto per due giorni un opaco silenzio. Solo dopo le pressioni internazionali venne rivelato che il disastro era avvenuto il 26 aprile nel reattore 4 di Cernobyl, nell’allora Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina.
Foto di Foto di Wendelin Jacober da Pixabay
Il prezzo della salvezza
Non era stata un’esplosione di tipo nucleare: a seguito di un test condotto malamente si era verificato un accumulo di gas e il tetto della centrale era saltato, liberando un’enorme quantità di polveri radioattive, in parte ricadute nei dintorni e in parte disperse nell’atmosfera. Subito dopo le barre di grafite del reattore presero fuoco disperdendo ulteriore materiale radioattivo. I pompieri intervennero senza conoscere il pericolo, molti ricevettero dosi letali di radiazioni. Fu solo l’inizio di una delle più grandi operazioni di emergenza in tempo di pace nella quale furono coinvolte oltre mezzo milione di persone. Oltre trecentomila abitanti della vicina Pripyat vennero evacuati “per pochi giorni” senza preavviso e non sono mai più tornati alle loro case. Da elicotteri schermati con piombo furono lanciate tonnellate di sabbia, boro, piombo e argilla per contenere il reattore. Per la pulizia del tetto, altamente radioattivo, si provò ad usare i robot, che però non resistettero alle radiazioni.
Furono impiegati operai, i “liquidatori”, che, dopo una lunga vestizione, lavoravano per non più di 90 secondi e tornavano per sempre alle loro case. Un gruppo di eroici minatori accettò di scavare sotto il reattore per evitare che il materiale radioattivo fuso raggiungesse la falda acquifera con effetti ancora peggiori. Nel giro di pochi mesi con mezzi di fortuna fu costruito il “sarcofago”, un edificio di contenimento per evitare la fuoriuscita di radiazioni. Diversi paesi europei misero in atto misure per contenere gli effetti della ricaduta delle polveri.
Il ritorno della natura e il futuro dell'atomo
Dopo quarant’anni la zona di trenta chilometri di raggio attorno alla centrale è tutt’ora dichiarata inabitabile e lo sarà per migliaia di anni. Nel frattempo è diventata una grande area naturalistica, un bosco dove la flora e la fauna si riproducono indisturbate e gli scienziati studiano gli effetti delle radiazioni su piante e animali. Si sono manifestate mutazioni, alcune correlate alla resistenza alle radiazioni, altre dannose o letali. L’edificio di contenimento è ora ricoperto da un’altra gigantesca struttura costata oltre due miliardi, messa in atto da un consorzio internazionale e progettata per durare almeno un secolo.
Igor Kostin, il fotografo che volò su Cernobyl subito dopo l'incidente, durante una visita a Rimini nel 1989. Kostin riprese la centrale da un elicottero. Solo una delle pellicole scattate risultò utilizzabile, le altre erano completamente annerite dalle radiazioni.
Foto di Riccardo Ghinelli
Un bilancio sospeso tra cifre e incertezze
A distanza di tempo ancora si discute sul numero delle vittime. La stima ufficiale delle Nazioni Unite parla di cinquantaquattro vittime direttamente riconducibili ad incidenti o a sindrome acuta da radiazioni. Per le morti per tumore a lungo termine le cose si complicano anche per l’impossibilità di attribuire con certezza a Cernobyl un aumento dei casi avvenuto dopo anni o ad una certa distanza. Largamente accettata è la stima di circa quattromila morti aggiuntive fatta dall’OMS sulla popolazione più esposte. Ma ci sono stime indipendenti fatte su popolazioni più ampie che fanno salire i decessi fino a quarantamila. Altri studi parlano di decine o centinaia di migliaia di casi, ma vi sono controversie sulle ipotesi di partenza e le metodologie adottate. Sui danni psicologici sofferti dalle persone non si hanno dati precisi.
La dinamica: l'errore umano e il test fallito
Ma come è potuto accadere tutto questo? Si è trattato di un insieme di cause strutturali ed errori umani. Nella competizione con l’Occidente l’Unione Sovietica aveva bisogno delle centrali nucleari per produrre sia elettricità che plutonio per le armi nucleari. Data la scarsità di mezzi aveva optato per un reattore di tipo RBMK, ad uranio naturale e quindi più economico. Aveva però un grave difetto: quando l’acqua si trasforma in vapore la reazione aumenta anziché diminuire come accade in altri modelli. Quella notte a Cernobyl era in corso un test per verificare che le turbine fornissero energia alle pompe di raffreddamento anche in caso di blackout. Per una serie di motivi il test finì nelle mani di operatori poco esperti, che, di fronte ad alcune difficoltà, per accontentare i superiori, pur di proseguire il test trascurarono diverse norme di sicurezza. Fra l’altro estrassero un numero di barre moderatrici di boro superiore a quanto prescritto. Al distacco dell’energia alle pompe le temute bolle di vapore iniziarono a formarsi ed allora si decise il reinserimento delle barre per fermare il reattore. Ma gli operatori non sapevano che le barre di boro avevano una punta di grafite e qui emerse un altro difetto fatale: la grafite accelerava la reazione. La temperatura si alzò tanto da deformare i canali delle barre che si bloccarono e la reazione senza più freni ha portato all’esplosione del reattore.
L'eredità politica e il dibattito sul nucleare
L’incidente ha causato una grande emozione e una diffidenza sull’uso dell’atomo e ha avuto una forte influenza sulla decisione italiana di rinunciare all’energia nucleare. Una parte dell’opinione pubblica e della politica, anche in seguito al meno grave incidente di Fukushima, ora chiede la rinuncia totale al nucleare basandosi sui rischi di questa tecnologia. Altri, anche in funzione di una riduzione degli usi energetici del petrolio, vorrebbero affiancarne l’uso alle fonti rinnovabili contando sulla promessa di reattori “di quarta generazione”, piccoli e a “sicurezza intrinseca” il cui spegnimento sarebbe spontaneo in caso di inconvenienti. Ma la loro immissione sul mercato non appare vicina. Sullo sfondo continua la ricerca di reattori basati sulla fusione nucleare dell’idrogeno, una colossale sfida tecnologica che promette risultati mirabolanti, ma la cui realizzazione appare lontanissima nel tempo. Non è detto che poi mantenga le promesse in termini di sicurezza ed economicità.