Il 12 maggio si tiene all'Antoniano di Bologna il secondo incontro della rassegna "Zone d'ombra", nata da un lavoro di rete per riportare l'attenzione sui conflitti dimenticati e promuovere una cultura della pace attraverso incontri, testimonianze e approfondimenti. Sarà possibile anche seguire da remoto
Qual è il legame tra i nostri smartphone e i conflitti che insanguinano la Repubblica Democratica del Congo? Per rispondere a questa domanda, l’appuntamento è per martedì 12 maggio alle ore 18.30 a BolognA presso la Mensa P. Ernesto dell’Antoniano (via Guinizzelli 3, Bologna).
L’incontro, dal titolo “CONGO: Smart Wars, predazione mineraria per la nostra tecnologia”, vedrà come protagonista l’attivista per i diritti umani John Mpaliza, che dialogherà con Giacomo D’Alessandro. Il dibattito si concentrerà sullo sfruttamento delle risorse minerarie congolesi, essenziali per l'industria tecnologica globale ma spesso causa di instabilità e violenze nella regione.
Ad arricchire il confronto interverranno Siid Negash, Consigliere comunale di Bologna, e Fra Giampaolo Cavalli, Direttore dell’Antoniano. Un’occasione importante per la cittadinanza bolognese per riflettere sulla responsabilità dei consumatori e sulle dinamiche geopolitiche legate all'estrattivismo moderno. Il prossimo incontro sarà giovedì 11 giugno sulla guerra in Ucraina.
Si potrà seguire l’incontro anche da remoto.
Congo: un conflitto che non finisce
La guerra nell’est della Repubblica democratica del Congo non è solo un conflitto armato: è una crisi regionale che da decenni consuma territori, spinge milioni di civili alla fuga e alimenta un ciclo di violenza che continua a riaccendersi. Nel 2026, mentre i negoziati arrancano e i fronti cambiano, il prezzo più alto resta quello pagato dalla popolazione, schiacciata tra ribelli, esercito, ingerenze esterne e collasso umanitario.[1][2]
L’origine della crisi va cercata nel lungo strascico del genocidio ruandese del 1994 e nella fragilità cronica dello Stato congolese, in particolare nelle province orientali di North Kivu, South Kivu e Ituri, dove operano oltre 120 gruppi armati. Il CFR ricorda che dal 1996 il conflitto nell’est del Paese ha causato circa sei milioni di morti, una cifra che restituisce la misura di una tragedia spesso trattata come notizia di sfondo.[2][3][1]
La nuova escalation è arrivata nel 2025, quando i combattimenti tra le forze congolesi e i miliziani dell’M23 sono esplosi rapidamente fino alla presa di Goma, snodo strategico sul confine con il Ruanda. Secondo il CFR, l’offensiva è stata sostenuta anche da truppe ruandesi, mentre Kigali nega il proprio coinvolgimento.[3][1] La pressione sui civili
L’avanzata dei ribelli ha riaperto una ferita che sembrava solo sopita: centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, in una fuga che coinvolge soprattutto donne, bambini e famiglie già impoverite. La BBC descrive il quadro drammatico dei profughi in Burundi, dove decine di migliaia di congolesi arrivano dopo giorni di marcia o di attraversamenti di fortuna, trovando campi sovraffollati e condizioni definite “dire”.[4][5][3]
L’ONU e le agenzie umanitarie parlano di un’emergenza ormai oltre la soglia di guardia: mancano acqua, cibo, cure e spazi adeguati per accogliere nuovi arrivi, mentre gli ospedali locali faticano a reggere l’urto. In questo scenario, la guerra non produce solo morti e feriti, ma una lunga coda di malnutrizione, trauma psicologico e precarietà assoluta.[5][4]
Il fattore regionale
Il conflitto congolese non resta confinato entro i suoi confini: coinvolge Ruanda, Burundi e Uganda, in un intreccio di rivalità, accuse reciproche e interessi sulle risorse minerarie dell’area. La BBC sottolinea come l’est del Paese, ricchissimo di minerali, sia da anni al centro di una competizione armata che rende la guerra più difficile da spegnere.[6][2]
La presa di Uvira e la pressione sulle aree di frontiera hanno avuto un effetto immediato sul Burundi, trasformato in uno dei principali punti di approdo dell’esodo. Il risultato è una crisi umanitaria che travalica la dimensione nazionale e mette in difficoltà l’intera regione dei Grandi Laghi.[4][1][5]
Diplomazia: un canale ancora troppo fragile
Sul piano politico, la guerra del Congo resta prigioniera di una diplomazia fragile, con tregue annunciate e negoziati che non riescono a stabilizzare il terreno. Anche quando i ribelli parlano di “ritiri” o “cessate il fuoco”, i civili continuano a pagare il prezzo della mancata protezione e della mancanza di fiducia tra le parti.[7][1][5]
L’immagine più eloquente è quella dei campi in Burundi: file per l’acqua, donne incinte esauste, bambini in attesa di assistenza, strutture al limite. È qui che la guerra dimenticata del Congo mostra il suo volto più netto, quello di un conflitto che dura da troppo tempo per essere chiamato emergenza e troppo poco raccontato per essere affrontato come priorità globale.[1][2][5][4]