Papa Francesco: un marxista? Un buonista? Il vaticanista Andrea Tornielli fa una sintesi del suo pontificato e mette in evidenza gli elementi di continuità tra i due papati, toccando temi di attualità.
Qualche giorno fa una platea composta da più di 100 persone ha partecipato con molto interesse a un incontro organizzato dal CIF (centro femminile italiano) e dall’Università del tempo libero a Legnago (VR) sul tema: “Da papa Francesco a papa Leone. Il Vangelo della tenerezza”.
Il relatore era Andrea Tornielli, uno dei vaticanisti più autorevoli del panorama italiano, che ha dedicato anni di passione e competenza a raccontare la figura di papa Francesco anche attraverso alcuni libri, l’ultimo dei quali è “Francesco. Il papa della misericordia”.
Direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e firma storica di Avvenire e La Stampa, Tornielli si è messo in dialogo con don Maurizio Guarise, parroco di Legnago, affrontando temi di attualità e sottolineando la continuità tra papa Francesco e papa Leone.
Di seguito, vi proponiamo uno stralcio del dialogo intercorso tra don Maurizio Guarise e Andrea Tornielli.
Papa Francesco, il Papa della misericordia
Fin dal primo incontro con papa Francesco, in occasione del conclave del 2005, lei ha stretto con Jorge Mario Bergoglio un legame personale. Grazie alla conoscenza che aveva di lui, come persona e come pontefice, come definirebbe il papato di Francesco?
«Se dovessi definire in una formula papa Francesco, lo definirei il “Papa della misericordia”. La misericordia fa parte del messaggio evangelico, ma Francesco l’ha incarnata in un modo che ha colpito tante persone. È stato il cuore del suo messaggio e lo ha fatto sia con le parole, sia con tanti gesti che sono stati poco capiti o criticati spesso e volentieri. Tanti hanno storto il naso per il fatto che le persone più strane riuscissero ad avvicinarsi al papa, anche persone che vivono in situazione irregolari o complicate.
Non possiamo capire papa Francesco, o i testimoni della fede, se non torniamo alle pagine del Vangelo: Gesù rompe tradizioni, usanze, perbenismo, schemi.
Gesù accoglieva tutti e sapeva parlare a tutti, specialmente alle persone meno presentabili, quelli più peccatori, quelli che la gente non voleva. Più una persona era derelitta oppure odiata, e più era oggetto dello sguardo di misericordia di Gesù.
Molti si sono scandalizzati davanti al fatto che papa Francesco abbia aperto la porta a tutti, ma questo non vuol dire approvare tutto o dire che tutto andava bene. Vuol dire avere coscienza che nell’oggi della Chiesa il tema della misericordia è il modo in cui si annuncia il vangelo.
Il cristianesimo non è una religione, è un avvenimento nella storia: Gesù Cristo ha diviso in due la storia, perché Dio si è incarnato in un momento storico.»
Il Vangelo oggi: ascoltare invece di condannare
«Noi viviamo questo tempo difficile, forse terribile, e siamo chiamati a vivere il cristianesimo in questo tempo. Dobbiamo cercare di comunicare il Vangelo agli uomini di oggi. Il Vangelo resta sempre lo stesso, ma il modo in cui lo annunciamo cambia continuamente. Se 50-60 anni fa la Chiesa poteva fare delle invettive, perché la gente a cui parlava era già tutta cristiana e tutti erano cresciuti ed educati in ambiente cristiano, oggi non è più così. Alle persone che non sanno nulla del cristianesimo, la Chiesa non può iniziare a parlare dicendo loro cosa devono o non devono fare, usando delle condanne. Bisogna iniziare ad ascoltare le persone, abbracciarle così come sono, per poter parlare di un Dio che è ricco di misericordia (Dives et misericordia è stata una grande enciclica di Giovanni Paolo II), un Dio che continua ad essere fedele anche se noi siamo infedeli e ci aspetta fino all’ultimo momento della nostra vita per accoglierci a braccia aperte, qualsiasi sia la situazione in cui viviamo o la storia che abbiamo o i peccati che abbiamo commesso.
Questo è un messaggio liberante. Solo quando uno si sente amato, capisce dove ha sbagliato. E qui mi piace ricordare le parole bellissime che papa Francesco, che è andato spessissimo nelle carceri, diceva ai carcerati: “Voi avete davanti a voi un peccatore perdonato. Quando mi guardo, sempre mi domando: Se nella mia vita non avessi avuto certe circostanze, forse sarei io al posto vostro”.
Guardare così la realtà che ci circonda, credo che sia il modo in cui oggi si annuncia il Vangelo.
Oggi la via è quella della misericordia, non quella dei muri, delle chiusure.
I cristiani oggi devono essere nel mondo con lo sguardo di Gesù. Dentro questo tema della misericordia c’è tutto il pontificato di papa Francesco.» Papa Francesco nel corso dell'udienza della Comunità Papa Giovanni XXIII dedicata ai bambini
Foto di Vatican Media
Misericordia e giustizia: oltre l’accusa di “buonismo”
Ha parlato del “Papa della misericordia”: non c’è il rischio di cadere nel “buonismo” a forza di insistere sulla misericordia? Ma al primo posto non ci dev’essere sempre la giustizia?
«Papa Francesco non ha cambiato niente della dottrina morale della Chiesa, anzi una cosa l’ha cambiata, facendo l’ultimo passo in un processo iniziato con Giovanni Paolo II: ha definito inammissibile la pena di morte, modificando il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Sul buonismo: la risposta più bella penso sia partire dalla realtà della nostra esperienza. Il libro “Il nome di Dio è misericordia”, che ho fatto nel 2015, era un dialogo col papa sul tema della misericordia. Il ragionamento che c’è anche nel libro è questo: noi diciamo che c’è il rischio di buonismo e che bisogna partire dalla giustizia sempre se stiamo guardando ai peccati o ai reati degli altri. Infatti, ditemi: chi di noi potrebbe dire sinceramente, da solo davanti a Dio: “Signore, ora basta con la tua misericordia e devi essere più giusto con me e non così tanto misericordioso!”. Siamo sempre molto attenti ai peccati degli altri, ma l’unico abisso di peccato che conosciamo è il nostro.
Ecco che Gesù diceva: “Non giudicate e non sarete giudicati” e anche: “Smetti di guardare la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello e guarda alla trave che c’è nel tuo”. Non c’è mai troppa misericordia! Il metodo di Gesù non partiva dalla condanna, pensate a Zaccheo: prima lo guarda, lo chiama per nome, va a mangiare a casa sua. Poi, siccome Zaccheo si è sentito amato profondamente, scopre di essere una persona corrotta e decide di restituire il maltolto. L’annuncio non parte dalla condanna, ma è incontrare qualcuno che ti legge nel cuore, che ti vuole bene gratuitamente, come l’amore di Dio che è gratuito.»
Foto di Antonio Cotrim
I poveri, il Vangelo e le accuse di marxismo
Uno dei temi portanti del pontificato di Francesco, come emerge dal libro che da poco ha pubblicato, è quello dell’attenzione ai poveri, agli ultimi, agli emarginati. Abbiamo tante immagini impresse nel cuore, in cui il papa dedicava il suo tempo ai poveri, in particolare l’abbraccio con i poveri a Lampedusa. Spesso Francesco ha parlato dell’economia che uccide e per questo si è guadagnato l’accusa di essere un marxista, comunista e persino leninista (Economist aveva scritto così). Perché questa insistenza? Perché papa Leone ha recentemente pubblicato una enciclica interamente dedicata all’amore ai poveri?
«Per quello che ho potuto conoscerlo, ho visto che papa Francesco si faceva scorrere addosso queste critiche. Nella prima intervista che gli ho fatto dopo l’elezione a papa, nel 2013, pubblicata su La Stampa, gli parlai di questa accusa di marxismo e leninismo. Lui disse: “Se mi danno del marxista, io non mi offendo, perché ho avuto una bravissima professoressa di chimica che era marxista. Però pensare che il tema dei poveri e della giustizia sociale sia qualcosa di marxista o leninista, è sbagliato”. E in effetti c’è una grande illusione, anche di tanti all’interno della Chiesa, che è questa: “la Chiesa deve parlare di Gesù Cristo, di spiritualità, non di giustizia sociale, perché la Chiesa non deve far politica”. Ma allora che Dio annunci? Un Dio filosofico? Un Dio a metà tra quello massonico e quello della new age, un Dio faidate, un Dio evanescente che sta solo sui libri, che non c’entra con la vita! Se però stai cercando di annunciare il Dio cristiano, devi ricordarti che è un Dio che ha assunto la carne in Gesù Cristo il quale ha detto che saremo giudicati su questo: se avremo dato da bere agli assetati, da mangiare agli affamati, a trovare i carcerati ecc. (Mt 25).
Come si fa a dire che i poveri sono una invenzione del marxismo o della teologia della liberazione? C’è nel Vangelo! C’è nei Padri della Chiesa, che non erano marxisti perché Marx è nato centinaia di anni dopo! I Padri della Chiesa sono grandi santi e sono riconosciuti sia nella tradizione cattolica sia in quella ortodossa. Penso ad esempio a una famosa omelia di S. Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità”. E questo non è Marx o Lenin o la teologia della liberazione, ma è un pensiero di San Giovanni Crisostomo.
E chi ha detto che la proprietà privata è limitata dal fatto che ci siano persone che non hanno il necessario per vivere? È stato Sant’Ambrogio.
Paolo VI nel 1967 scrisse l’enciclica Populorum Progressio e fu molto criticato perché metteva un punto sulla proprietà privata. Ma lui si era basato sugli scritti dei Padri della Chiesa!
Quando Francesco dice che l’economia uccide, non intende dire che tutta l’economia uccide, ma un certo tipo di economia, cioè il sistema in cui viviamo oggi, che ha poco a che fare con l’economia, ma ha più a che fare con la finanza. Papa Francesco in una bellissima intervista ha parlato della grandezza dell’enciclica Quadragesimo Anno, dove papa Pio XI attacca “l’imperialismo internazionale del denaro”. In questa intervista dice che viviamo in un tempo in cui non comanda più l’economia reale, cioè chi produce o chi mette il capitale, ma è il mondo della finanza che comanda, che genera ricchezze incredibili di alcuni signori del web e del digitale. Questo è un sistema che si potrebbe definire – con le parole che Giovanni Paolo II usò nell’enciclica Sollecitudo Rei Socialis nel 1997– “strutture di peccato”.
Non bisogna fare le rivoluzioni armate, ma i cristiani dovrebbero impegnarsi in politica per creare un’economia sociale più giusta, che tenga conto delle esigenze di tutti. Questo ha detto papa Francesco, e per questo si è preso del marxista e del leninista.»
“Dilexi Te”: povertà, rivelazione e carità
«L’amore ai poveri, però, è legato a qualcosa che va oltre la dottrina sociale, perché è strettamente legato al Vangelo. Papa Francesco stava lavorando a una esortazione apostolica, la Dilexi Te, che però è rimasta nel cassetto a causa della sua malattia e della sua morte. Papa Leone ha voluto far propria, anche se il testo era praticamente concluso: vi invito a leggerla perché è un testo bellissimo dove trovate citate tante fonti del Magistero e dei Padri della Chiesa sull’amore ai poveri.
In questa esortazione troviamo scritto: “L’affetto per il Signore si unisce a quello per i poveri. Sono inscindibili, dunque non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della rivelazione. Il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia”.
Papa Francesco ha sempre detto che abbiamo bisogno di uscire e incontrare le persone più bisognose per essere evangelizzati noi stessi e per incontrare il Signore. Papa Leone ha fatto sue queste parole. Quando aiutiamo le persone in difficoltà, lì noi incontriamo il Signore.
Prima di parlare di giustizia sociale o di sistema economico (che pure dovrebbe essere per noi cattolici laici una priorità), l’incontro e l’andare verso i poveri è qualcosa che va al cuore della fede cristiana.
Continuando a leggere la Dilexi Te, firmata da papa Leone, troviamo questa frase: “Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico.
Qui si parla dell’esercizio della carità come il “nucleo incandescente della missione ecclesiale”, altro che dire “La Chiesa parli di Dio e lasci da parte il resto”. Tutte le generazioni, anche la nostra, corrono il rischio di sostituire il Vangelo con la mentalità mondana, cioè con il quieto vivere. Si finisce quindi per ritenere alcune cose del Vangelo un po’ fastidiose, un po’ radicali. Però Gesù era radicale, è stato un rivoluzionario nel vero senso della parola, è stata la rivoluzione dell’amore, dell’amore per gli ultimi! Il messaggio di Gesù è un messaggio rivoluzionario d’amore perché ci ha detto che la vita ha un valore enorme, ogni vita umana ha una dignità che va rispettata, dall’inizio fino alla fine. E questo significa pensare non solo all’inizio o alla fine, ma anche alla vita che sta nel mezzo tra i due estremi: la vita dei migranti, dei poveri, pensare all’educazione dei bambini, al fatto che servono gli asili, ecc.» Papa Leone XIV incontra i fedeli durante il giubileo della famiglia il 1° giugno 2025
Foto di ANGELO CARCONI
La “sorpresa” Leone XIV
Il 21 aprile scorso è morto Papa Francesco e come suo successore è stato eletto Papa Leone XIV. Che lezione possiamo trarre dal conclave conclusosi l’8 maggio 2025 che ha portato, per la prima volta nella storia della Chiesa, all’elezione di un papa nato negli Stati Uniti?
«La prima conclusione è questa: non fidatevi delle previsioni dei giornalisti! A parte gli scherzi, abbiamo vissuto un conclave con delle proiezioni molto incerte. Anche se il nome di Robert Francis Prevost ricorreva tra i nomi dei candidati, le previsioni non sono riuscite ad essere accurate. Ci sono dei dati che mi colpiscono particolarmente: è il primo papa agostiniano, il primo papa nato degli Stati Uniti. Tra noi vaticanisti si diceva che mai ci sarebbe stato un papa statunitense perché gli Stati Uniti sono già padroni del mondo, non possono avere anche la Chiesa! La geopolitica però non entra mai nelle elezioni del papa, perché se guardiamo l’identikit di papa Leone vediamo che è nato negli Stati Unit, ma ha vissuto la gran parte della sua vita nell’America Latina come missionario.
È nato da una famiglia modesta, ha vissuto in una piccola casa in un sobborgo di Chicago, è diventato agostiniano ed è partito come missionario in diverse zone sperdute del Perù, dove ha “imparato” a fare il prete, lì si è formato e ha imparato lo spagnolo perfettamente. Da lì è diventato superiore degli agostiniani e poi papa Francesco, che probabilmente aveva visto in lui un modello di vescovo, lo ha nominato vescovo in Perù, perché era più peruviano che statunitense.
Successivamente, da vescovo in Perù lo ha chiamato come membro nel Dicastero per i vescovi (ufficio che si occupa di studiare i dossier per le nomine dei nuovi vescovi della Chiesa cattolica) e poi lo ha chiamato dal Perù a Roma stabilmente per fare il capo di questo dicastero. Questo è avvenuto solo 3 anni fa. Prevost è passato dall’essere un vescovo di periferia in Perù, all’essere a capo del Dicastero per i vescovi, all’essere eletto cardinale e dopo un anno è diventato papa.
Quando lui si è presentato alla loggia centrale della basilica di San Pietro per il primo saluto, ha parlato in italiano, perché vescovo di Roma, e poi ha parlato in spagnolo dicendo: «E adesso permettetemi di mandare un saluto alla mia cara diocesi di Chiclayo». Mi ha colpito tantissimo questo: è vero che è nato negli Stati Uniti, ma non ha detto una parola di inglese! Anche questo è un messaggio. È nato negli Stati Uniti, ma è stato missionario in zone difficili, umili, a contatto con una Chiesa povera; è stato superiore degli agostiniani, perciò sa governare: in 8 anni ha visitato 50 Paesi per incontrare tutte le realtà agostiniane nel mondo!
Credo che Francesco avesse visto qualcosa in lui. I papi non preparano i loro successori, a volte tentano di farlo e gli va bene, altre volte gli va male! Le volte in cui è andata bene: Pio XI con Pio XII; Giovanni XXIII con Montini e Francesco con papa Leone. Ovviamente non abbiamo elementi per dire che Francesco aveva in mente il suo successore, però credo che i cardinali abbiano scelto una persona con delle caratteristiche per continuare il magistero di Francesco, anche se in modo diverso.» Cardinali durante la messa in ricordo di Papa Francesco il 30 aprile 2025
Foto di FABIO FRUSTACI
Il conclave 2025 e il ruolo dello Spirito Santo
«C’è qualcosa di miracoloso, e questo ci dovrebbe far capire che la Chiesa vive perché c’è qualcun altro che la tiene in vita. Pensiamo solo che mai c’è stato un conclave con così tanti cardinali (133 credo) e la maggior parte di loro non si erano mai incontrati, molti di loro non si riuscivano a parlare tra loro a causa della lingua. Tutti costoro si sono trovati a Roma per discutere e in meno di un giorno hanno "tirato fuori" un papa. E dobbiamo considerare anche che la regola fondamentale per fare il papa impone di avere i due terzi dei voti, cioè maggioranza qualificata. È una grande saggezza. È miracoloso che siano entrati in conclave la sera e il pomeriggio successivo, quindi dopo aver votato solo 4 volte, questi anziani signori provenienti da ogni parte del mondo abbiano tirato fuori un papa. Anche nel 2013 ci hanno messo un giorno e anche nel 2005.
Tutto questo cosa ci dice? Che quando sei dentro alla Sistina e preghi, c’è qualcosa d’altro che si muove. Come disse cardinale Consalvi, segretario di stato di Pio VII, a chi gli diceva che Napoleone voleva distruggere la Chiesa rispose: «Non ci riuscirà. Non ci siamo riusciti nemmeno noi!». Per dire che la Chiesa continua nonostante, anzi attraverso il peccato degli uomini. Lo Spirito santo è un evento soprannaturale e senza di quello non si spiegano tante cose. Ci sono degli eventi ecclesiali che non sono spiegabili dal punto di vista sociologico. Nello stesso modo non è spiegabile come 12 poveri derelitti, chiusi nel cenacolo per la paura, si siano trasformati in annunciatori della risurrezione di Gesù Cristo, disposti a farsi uccidere, portando questo annuncio in tutto il mondo.» Papa Leone durante l'udienza nella giornata internazionale della lotta contro l'abuso di droghe e il traffico illecito, Roma, San Damaso 26 giugno 2025
Foto di FABIO FRUSTACI
Leone XIV e Francesco: una continuità oltre le apparenze
Un minuto dopo l’elezione di papa Prevost è iniziato il carosello dei confronti. Questo succedeva anche in passato, ma oggi, nell’epoca dei Social Media, si sono scatenati i paragoni più impensabili tra i due papi. Come vedi Leone XIV in rapporto col suo predecessore? Lo hai incontrato? Che ci dici?
«Innanzi tutto Leone ha un grande affetto e venerazione per il suo predecessore, forse perché sa che deve a lui di essere stato chiamato a Roma e di essere stato investito da grandi responsabilità nella Curia romana. Papa Leone ha lavorato in curia vicinissimo a papa Francesco, anche se solo negli ultimi due anni e mezzo.
È importante guardare ai tratti essenziali, nella verità: non facciamoci trascinare dalle passioni o manie di chi è affascinato da certi paramenti, dai vestiti. Papa Francesco era molto essenziale ed è stato criticato anche per questo. Io rispetto la sensibilità di tutti, ma se ho bisogno dei sacramenti, non mi cambia niente se un prete indossa una casula rosa o una stola rispetto a un’altra. Non mi cambia niente nell’annuncio del Vangelo, né del mio credere. Non è quello l’essenziale. Ho trovato eccessiva l’enfasi che è stata data al fatto che il papa abbia indossato la mozzetta o che sia stato rimesso lo stemma sulla fascia o che adesso ritornerà a vivere nell’appartamento.
Papa Francesco viveva a santa Marta non perché considerasse lussuoso l’appartamento del palazzo apostolico. Anche perché non lo è. Quell’appartamento fu scelto come abitazione pontificia da papa Pio X, che era di origini contadine e non cercava il lusso, perché non volle vivere nell’appartamento della prima loggia del palazzo vaticano (affrescato e ampio), ma preferì andare ad abitare in quell’appartamento al terzo piano che è spartano. Francesco ha deciso di non abitarci per questo motivo, come lui ha spiegato: non ci abitava per un motivo psichiatrico (lui diceva così), ma che sarebbe più giusto chiamare psicologico. Lui aveva bisogno del contatto con la gente e gli sembrava di finire in un imbuto senza il via vai della gente. Ha voluto continuare ad abitare a S. Marta.
Papa Leone continua ad abitare nell’appartamento che aveva da cardinale al Sant’uffizio e tra poco si trasferirà nell’appartamento pontificio al terzo piano del palazzo vaticano. Non ha senso dire: “Finalmente siamo tornati alla tradizione!”. Ma quale tradizione? Una volta il papa abitava nella prima loggia, e prima ancora abitava al Quirinale. Quindi il papa dovrebbe abitare al Quirinale? Capite che sono cose di contorno?
Non dobbiamo cadere in queste trappole che si trovano nei Social Media e che alcuni gruppi fomentano. Ma cos’è la normalità nella Chiesa? Gesù aveva il problema di essere “normale”? Nessun papa può essere fotocopia di un altro. La continuità o la discontinuità non sta in questi accessori, in questi orpelli che sono legati a epoche. Una volta il papa si vestiva di rosso, ha iniziato a vestirsi di bianco perché c’è stato un papa domenicano che non voleva togliersi l’abito da domenicano. Guardiamo alla sostanza: è il magistero della Chiesa. Cosa dice il papa veramente? Qual è il suo magistero? Lì vediamo gli elementi che ci fanno vedere la continuità.»
Perché il nome “Leone XIV”
Alcuni sono rimasti perplessi sul nome scelto da Prevost, mentre altri pensano che abbia voluto collegarsi a Leone XIII che scrisse l’enciclica Rerum Novarum, sulla condizione operaia, nel 1891. Secondo te c’è un legame tra Leone XIV e Leone XIII?
«Sicuramente Leone XIV ha preso questo nome proprio pensando a Leone XIII, proprio riferendosi alla Rerum Novarum che ha avuto la grandezza di lanciare la questione sociale. Si dice che la dottrina sociale della Chiesa parta proprio da lì, perché affronta la questione sociale in un cambiamento d’epoca molto grande, cioè il passaggio verso una società industrializzata.
Leone XIV sceglie il nome del papa che ha scritto la Rerum Novarum, proprio perché sa che viviamo in un cambiamento d’epoca: oggi la grande sfida all’umano è rappresentata dall’intelligenza artificiale e dalla cultura digitale. Queste due cose oggi hanno cambiato tutto strutturalmente, lo vediamo nei nostri giovani, in tempi rapidissimi sono cambiati tanti modi di fare: non sappiamo più scrivere, ormai siamo abituati alla velocità dello “scrollare”. Questo strumento incredibilmente potente, ma dalle potenzialità terribili, che è l’intelligenza artificiale.
Papa Francesco diceva che non bisogna mai lasciare una macchina per poter decidere sulla vita o la morte di un uomo. Oggi tantissime armi e tanti atti di guerra avvengono attraverso droni e altre forme che lasciano la responsabilità alla macchina. Anche in medicina sta prendendo piede questo.» Papa Leone XIV, appena eletto, invoca il dono della "pace disarmata e disarmante". 8 maggio 2025
Foto di ANSA/FABIO FRUSTACI
Una pace “disarmante e disarmata”
Quando papa Leone è apparso sul balcone, ha parlato di una pace disarmante e disarmata. Sappiamo che papa Francesco aveva puntato molto durante il suo pontificato sul tema della pace, ha vissuto una pagina triste della storia che ancora non si è conclusa Tant’è vero che papa Francesco telefonava tutte le sere al vescovo di Gaza. E papa Leone ha chiesto a ogni parrocchia, in ogni diocesi, di promuovere iniziative per la pace. Perché torna questa insistenza sul tema della pace?
«Mi ha colpito che le sue prime parole siano parole di pace che Gesù ha detto dopo la resurrezione. Se il vescovo di Roma, che ha una speciale assistenza dello Spirito santo, insiste sulla pace non possiamo fare finta di niente. Il mondo sta andando verso il baratro dell’autodistruzione e ci sta andando canticchiando. Spendiamo miliardi in armi per armarci; scoppiano guerre e fomentiamo guerre. E i “mercanti di morte”, contro cui papa Francesco ha usato parole fortissime, hanno bisogno che le guerre continuino. Se la guerra Russia-Ucraina non finisce, credetemi che dietro c’è l’interesse di chi deve rifare tutti i depositi di armi: dietro ci sono i soldi! In questo sono un po’ marxista, perché Marx una cosa l’aveva vista giusta (anche Caro Woytila l’aveva detto da giovane): quando vedeva il potere dei soldi nel muovere l’economia. Dietro le guerre ci sono affari, ci sono soldi, cose sporche. Quando i papi parlano di pace, non ne parlano in modo utopico, ma lo dicono perché noi dobbiamo davvero lavorare e vivere per la pace. Sono gli unici a dire certe cose, gli unici a credere nell’ONU, a ribadire l’importanza del multilateralismo, della diplomazia e del negoziato. Oggi “pace” e “negoziato” sono diventate parolacce. Mi hanno accusato di essere filo-putiniano.
La parola “negoziato” significa che ognuno dei due fa un passo verso l’altro ed è disposto a cedere. L’esito di un negoziato non è mai che uno sarà soddisfatto del risultato, anche se c’è uno nel giusto e l’altro nell’ingiusto. Ma l’alternativa al negoziato qual è? Centinaia, migliaia di morti, un Paese devastato dal punto di vista delle risorse e dell’ambiente. La guerra di Gaza cosa ha prodotto? Sono morti 72mila persone, con alto tasso di bambini e dire che tutti questi sono terroristi è una bestemmia. Tutto questo è avvenuto nel silenzio, senza che venissero poste sanzioni sulle armi: abbiamo continuato a vendere armi perché venisse fatto questo! Verrà chiesto conto di tutto questo a chi ha delle responsabilità. Quando il Papa parla di pace, ci dice come c’è una grande continuità di magistero. Leone XIV il 26 giugno diceva: "Come si può credere, dopo secoli di storia, che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte? Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta? La gente è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti!". Le avete sentite queste parole? No, perché neanche i giornali le hanno riportate, probabilmente perché ci sono degli interessi.
Il papa ha detto queste parole e se noi non le conosciamo e non le abbiamo fatte nostre, questo ci dice che dobbiamo voler bene al papa, ma soprattutto dobbiamo leggere quello che dice e farci portavoce delle sue parole.
Io sono contro qualsiasi violenza e sono scandalizzato delle violenze avvenute nelle manifestazioni fatte per Gaza. Ma pensare che milioni di persone sono scese in piazza, tanti giovani, che forse inconsciamente sono scesi in strada, siano tutti etichettabili come violenti o terroristi è una grande baggianata. Dobbiamo tenere desto il desiderio dei giovani, perché se nell’era digitale dove il massimo divertimento è quello di chattare, questi giovani scendono in piazza anche con slogan criticabili, vuol dire che c’è una voglia di pace, c’è voglia di costruire un mondo che non crede solo nella guerra, nei soldi. Il papa lo dice, ma è rimasto solo lui a dirlo. Non lasciamolo solo! Ecco il grande compito educativo per la Chiesa. Leone ha chiesto a tutti i vescovi di creare scuole di pace, perché sa che stiamo correndo un grande rischio e sa che questo può essere un’occasione per crescere.»