Il voto dello scrittore ebreo che fece conoscere Lourdes
Dalla fuga dai nazisti al capolavoro da Oscar: l'incredibile storia del legame tra l'intellettuale Franz Werfel e il segreto del miracolo di Massabielle.
Non fu un cattolico, ma un autore ebreo a narrare al mondo la verità su Bernardette. In occasione dell'anniversario delle apparizioni, riscopriamo come una promessa nata nel dramma della guerra ha trasformato Lourdes in un simbolo universale di speranza e cura per i sofferenti.
Cosa c’entra un brillante e prolifico scrittore austriaco, di origine ebraica, con le apparizioni della Madonna a Lourdes e con la storia della piccola Bernardette Soubirous? C’entra, eccome se c’entra. Forse non tutti sanno che il più bello e diffuso libro sui fatti di Lourdes, tanto da diventare anche un film di Hollywood che conquistò i botteghini di tutto il mondo e vinse quattro premi Oscar, è stato scritto dall’intellettuale ebreo Franz Werfel, in obbedienza ad una sorta di “voto” da lui compiuto.
Bernardette, la piccola testimone
Siamo alla vigilia della seconda guerra mondiale e Werfel, che vive a Vienna, capisce che non è più aria per lui nel Paese annesso alla Germania hitleriana, e pertanto emigra a Parigi, ritenendosi al sicuro.
I tedeschi invadono anche la Francia, Werfel e sua moglie devono scappare, qualcuno dice loro che un posto abbastanza sicuro è un paesino sotto i Pirenei, Lourdes. I due coniugi ebrei trovano una sistemazione. La permanenza in quel villaggio di cui nemmeno sapeva l’esistenza, porta Werfel a una sensazionale scoperta: la vita di Bernardette e i suoi straordinari colloqui con la bellissima Signora di bianco vestita con fascia azzurra in vita e rose d’oro ai piedi. E poi la fonte d’acqua, i pellegrinaggi, le guarigioni, la forza d’attrazione che quel santuario esercita sulle folle alla ricerca di un’esperienza di salvezza nell’anima e nel corpo.
Così lo scrittore pronuncia il suo “voto”: se riuscirà a scampare ai nazisti e raggiungere gli Stati Uniti, lascerà perdere tutti i lavori che sta facendo per dedicarsi a scrivere la storia di Bernardette.
"Il canto di Bernardette": un romanzo storico di verità
Nel 1941 esce il libro Il canto di Bernardette, tradotto in 22 lingue, e riedito in Italia nel 2011 da Gallucci. Non è un’agiografia, non è un libro devozionale, è un romanzo storico molto aderente alla realtà dei fatti. Werfel è abilissimo nel descrivere la famiglia povera e sfortunata in cui nasce Bernardette, ci porta nel mondo delle autorità e degli intellettuali di provincia che si ritrovano nel Café, ci descrive l’azione repressiva delle autorità nazionali dall’Imperatore Napoleone III e i suoi ministri, tutti laici e massoni, dipana la storia mettendo in evidenza dubbi, ostilità, avversioni che incontra la piccola Bernardette, la quale però reagisce con semplice e naturale realismo, attenendosi ai fatti (che sempre sono testardi), non aggiungendo né togliendo nulla di suo dalle poche frasi che le ha detto la Signora.
Se gli altri vogliono misurare ciò che accade secondo i loro pregiudizi o immaginano complotti clericali, lei replica disarmata e disarmante: sono incaricata di dirvi ciò che ho visto, non di farvelo credere, di convertirvi.
La rivelazione dell’Immacolata Concezione
Lei segue e obbedisce al Mistero diAquerò (Quella là, come definisce la giovane e sorridente Signora) così come si manifesta, e riferisce fedelmente le sue parole: l’invito pressante alla penitenza, il desiderio di una cappella dove il popolo possa andare in processione, l’invito a scoprire la fonte d’acqua miracolosa, la rivelazione del suo nome: Io sono l’Immacolata Concezione. Di quest’ultima espressione la piccola Bernardette non conosceva nemmeno il significato, al catechismo non ne avevano parlato, tanto meno sapeva che solo quattro anni prima il pontefice Pio IX aveva definito il relativo dogma.
Werfel maneggia questo materiale delicato con perizia, empatia, capacità di immedesimazione in una esperienza religiosa assolutamente fuori dall’ordinario e completamente estranea alla sua cultura. Una lettura che è una piacevole e spiritualmente una ricca immersione in una delle più significative apparizioni mariane della storia.
Oltre il miracolo
Dal 1958 la Chiesa ha riconosciuto 72 guarigioni. La Vergine Maria appare per la prima volta nella nicchia della grotta di Massabielle l’11 febbraio 1858, poi apparve altre diciassette volte fino all’ultima del 16 luglio. Come ben sappiamo la Chiesa ha riconosciuto il fenomeno soprannaturale, ha costruito la cappella voluta dalla Madonna, Lourdes è diventato l’unico santuario mariano dove c’è uno specifico Ufficio medico per il riconoscimento dei miracoli. Dal 1858 ad oggi la Chiesa ne ha riconosciuto 72 guarigioni senza spiegazione scientifica, su migliaia di grazie segnalate da pellegrini provenienti da tutto il mondo. Lourdes è quindi una sorta di “fabbrica d miracoli”, dalla produzione peraltro limitata? No, il messaggio di Lourdes, come nella storia hanno sottolineato diversi papi, è innanzitutto il richiamo alla conversione. La fonte dell’acqua e l’invito di Maria ad andare a lavarvisi è un richiamo evidente al Battesimo e la proposta di una conversione, di un cambiamento di vita. A Lourdes ci si va per la guarigione dell’anima e del corpo.
L'eredità di Lourdes nella cura dei malati
Il rapporto con i malati resta comunque un elemento essenziale di questo santuario. Quando nel 1992, dopo l’inizio del Parkinson, Giovanni Paolo II istituì la Giornata mondiale del malato, decise che fosse celebrata l’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes. La prima celebrazione fu fissata per l’11 febbraio 1993. La Giornata è concepita come un momento di riflessione sui temi della malattia, della sofferenza, dell’assistenza sanitaria e della cura dei malati.
Per la sua prima Giornata papa Leone XIV ha pubblicato un messaggio basato sulla sua lettura della parabola del buon Samaritano, per dire «che la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore».
Il pontefice sottolinea che «il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono».
Il Samaritano non agì da solo, chiese la collaborazione dell’albergatore, l’andare incontro alla sofferenza degli altri è più efficace e più umano se è espressione di un “noi”: Leone XIV ricorda di aver scritto nella Dilexit Te che la cura dei malati è una parte importante della missione della Chiesa, anzi essa è «un’autentica azione ecclesiale». Il papa usa un’espressione efficace, essere uno nell’Uno, cioè «sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini».