Dalla nota sul registro al Jollof rice: la sospensione scolastica che profuma di accoglienza
Quando un provvedimento disciplinare si trasforma in un percorso di cittadinanza attiva: il racconto di Ilaria Nasini, che ha accompagnato due studentesse nel cuore dell'accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII in Lunigiana.
La storia di Simona e Francesca racconta come una sospensione scolastica possa trasformarsi in una preziosa occasione di crescita personale attraverso il volontariato e la condivisione quotidiana, superando il concetto di punizione per approdare alla responsabilità
A volte basta poco per cambiare punto di vista: uno sguardo, un gesto gentile e perché no, anche un piatto etnico cucinato insieme. È quello che è successo a Simona e Francesca (nomi di fantasia), due studentesse delle scuole superiori che, invece di restare a casa per una sospensione scolastica, hanno aderito alla possibilità di mettersi in gioco accanto a persone emarginate, vivendo un’esperienza che ha lasciato il segno.
Il loro provvedimento disciplinare è infatti stato convertito in un percorso di cittadinanza attiva che le ha portate nel Villaggio dell’Accoglienza in Lunigiana, dove la Comunità Papa Giovanni XXIII è presente con una cooperativa sociale e tre realtà di accoglienza: una casa per donne vittime di tratta, una CEC (Comunità Educante con i Carcerati) e un CAS per richiedenti asilo.
Dalla sospensione alla cittadinanza attiva
Le attività di cittadinanza attiva e solidale rappresentano l'evoluzione delle sanzioni disciplinari scolastiche introdotte con il DPR 134/2025. La sospensione scolastica può essere convertita in attività di servizio alla comunità per educare alla responsabilità, trasformando la sanzione in un'opportunità di crescita. Questa pratica, prevista per promuovere la cittadinanza attiva e il rispetto delle regole, permette agli studenti di svolgere lavori utili all'interno o all'esterno dell'Istituto scolastico, concordati con il Dirigente.
Alla scoperta di condivisione e rinascita
Per Simona e Francesca è stato come aprire una porta su un mondo fino ad allora sconosciuto, attraverso un processo di sensibilizzazione dove sono state portate a conoscenza di contesti, storie di rinascita e dinamiche sociali, culturali o lavorative, lontane dalla loro quotidianità.
«Torno da questa esperienza con una maggiore consapevolezza – ha raccontato Simona. Ho imparato che l’ascolto, la vicinanza e la possibilità di ricominciare possono davvero fare la differenza. E soprattutto ho capito che certe esperienze non servono solo a capire gli altri, ma anche a guardarsi dentro in modo più sincero».
Questo approccio ha permesso alle due minorenni di allargare gli orizzonti, sperimentare l'inclusione e stimolare nuove prospettive, permettendo una crescita personale attraverso il confronto. «Un incontro tra mondi diversi che ha generato un arricchimento reciproco, un’esperienza di “contaminazione” positiva - sia per loro che per noi che le abbiamo “accolte” - dove nessuno resta uguale a prima» ha raccontato la referente della Papa Giovanni delle due studentesse.
L'eredità di Don Oreste Benzi nell'accoglienza quotidiana
Durante la sospensione scolastica le due studentesse hanno avuto modo di aiutare nei compiti giovani donne straniere accolte nella Papa Giovanni e passare insieme il tempo libero con giochi ricreatvi.
Foto di Ilaria Nasini
Per Francesca è stato significativo scoprire l’eredità del fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII che le ha accolte. «È impossibile non sentire la presenza e l’eredità di Don Oreste Benzi, una figura che, anche senza essere fisicamente lì, si percepisce nel modo in cui le persone vengono accolte e accompagnate. Il suo messaggio di amore concreto, vissuto nella quotidianità, è qualcosa che resta».
Nel corso dei sei giorni di cittadinanza attiva, le due studentesse hanno avuto modo di aiutare nei compiti giovani donne straniere accolte dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in Lunigiana. Simona e Francesca hanno giocato a carte o semplicemente si sono messe in ascolto. E hanno pure imparato a cucinare un piatto tipico della Nigeria il Jollof rice, ovvero un riso cucinato con una base saporita di pomodoro, peperoni, cipolle e spezie, preparato a più mani condividendo così cultura e sapori con le giovani donne accolte.
«Stare con le ragazze di Casa Bakhita è stato semplice e allo stesso tempo intenso – sottolinea ancora Francesca. Non c’erano grandi discorsi da affrontare ma una presenza reale, fatta di condivisione, ascolto e normalità. Mi sono sentita accolta senza giudizio, come se ognuna di noi potesse essere semplicemente se stessa».
Piccoli gesti di giustizia che cambiano la vita
«Questa esperienza, in cui nessuno di noi ha chiesto quanto era successo a scuola ma ognuno ha dato spazio alla loro disponibilità, ha permesso alle studentesse di mettersi in gioco affrontando nuove sfide contribuendo concretamente alla vita della Comunità. Simona e Francesca hanno inoltre avuto la possibilità di conoscere la Comunità educante con i carcerati (CEC) che ha lasciato il segno.
Uno degli incontri che ha colpito di più Simona è stato quello con Marco Pellegrini, che si occupa di percorsi alternativi al carcere e di riabilitazione. «Ascoltarlo mi ha fatto proprio riflettere sul concetto di giustizia, di errore e di possibilità di cambiamento. L’idea che una persona non sia definita solo dal proprio sbaglio, ma possa intraprendere un cammino diverso, è qualcosa che porto con me». Le studentesse hanno imparato a cucinare un piatto tipico della Nigeria il Jollof rice, un riso cucinato con una base saporita di pomodoro, peperoni, cipolle e spezie, condividendo così cultura e sapori con le giovani donne accolte.
Foto di Ilaria Nasini
Dall’obbligo scolastico alla gratitudine
Spesso queste esperienze diventano infatti il vero motore del cambiamento, trasformando prospettive e aprendo la strada a nuove idee.
«Un’altra cosa che mi porto dentro è la gratitudine. Vedere da vicino situazioni difficili mi ha fatto riflettere su quante cose do per scontate nella mia vita. Non è stato solo un “sentirmi fortunata”, ma capire che ognuno vive battaglie che non si vedono, e che anche un piccolo gesto o un po’ di ascolto possono avere valore. Sono entrata lì pensando fosse solo un obbligo scolastico. Ne sono uscita con uno sguardo diverso. E questa, per me, è la prova che quei sei pomeriggi sono serviti davvero».
L’ultimo pomeriggio con le due studentesse non è stato un addio, ma un semplice arrivederci, certi che abbiamo lasciato un segno. Loro di certo lo hanno lasciato in noi.