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11 Settembre 2026
Ultima modifica: 11 Settembre 2026 ore 08:33

Difterite. Una malattia rara non è una malattia scomparsa

Difterite. Una malattia rara non è una malattia scomparsa
Foto di Frauke Riether from Pixabay
Il caso della bambina deceduta a Palermo ha riacceso l'attenzione su questo batterio potenzialmente letale. E sull'importanza della vaccinazione.
La difterite è oggi una malattia rarissima in Italia grazie alla vaccinazione, ma non è scomparsa e continua ad essere potenzialmente molto grave. Il caso della bambina non vaccinata deceduta a Palermo per difterite ne è la conferma.

Che cos'è la difterite

È causata dal Corynebacterium diphtheriae, un batterio che si trasmette per via aerea, tramite le goccioline di saliva emesse con la tosse e gli sternuti di una persona malata. La malattia ha generalmente un decorso benigno e la letalità varia dal 3 al 23%, in relazione alla forma clinica e alla possibilità di trattamento. La difterite è presente in diverse zone del mondo e casi sono segnalati anche in Europa. Purtroppo ci si dimentica che, se non vediamo più casi di difterite in Italia, non è perché sia scomparsa, ma perché la prevenzione ha portato a questo importante risultato salvando tante vite, soprattutto di bambini.

Massima copertura vaccinale

Perciò è indispensabile mantenere la massima copertura vaccinale (del 95% almeno) necessaria per proteggere anche le categorie più a rischio che non possono vaccinarsi, come gli immunodepressi. Oggi è molto importante vaccinare gli immigrati con recente ingresso in Italia e i minori non accompagnati registrati nelle strutture di accoglienza, soprattutto se provenienti da aree del mondo dove i vaccini non sono disponibili gratuitamente come in Italia. 
Un altro aspetto importante da ricordare è che il calendario vaccinale non termina con l’infanzia! Anche gli adulti hanno bisogno dei richiami delle vaccinazioni effettuate nell’infanzia: il vaccino per parotite, difterite e tetano va richiamato ogni dieci anni. Dopo i 60 anni va attuata la vaccinazione antinfluenzale annuale e a 65 anni si aggiungono la vaccinazione antipneumococcica e quella contro l’herpes zoster. 

Vaccini e rischio autismo? Lo studio del The Lancet

 Dopo la pandemia da covid 19 la copertura vaccinale è scesa in tutta Italia, alimentata anche dalla convinzione che i vaccini possano causare l’autismo nei bambini. Questa credenza, che molti studiosi hanno dimostrato essere infondata, ha le sue radici in uno studio, comparso nel 1998 su una rivista scientifica, The Lancet, di un medico gastroenterologo, il dottor Wakefield, e di altri dodici ricercatori. Lo studio venne effettuato su un gruppo, molto esiguo, di dodici bambini, otto dei quali, secondo quanto riferito dai genitori, avrebbero sviluppato disturbi comportamentali dopo la vaccinazione trivalente per il morbillo, rosolia e parotite. Gli autori conclusero l’articolo invitando i genitori a preferire i vaccini monovalenti (attivi verso un unico agente eziologico) ai trivalenti (morbillo, rosolia e parotite) considerati responsabili dei casi di autismo. La comunità scientifica, però, prese molto seriamente l’ipotesi che i vaccini potessero causare l’autismo e diversi gruppi di ricerca rivolsero i loro studi su una popolazione molto più ampia di bambini (non i dodici di Wakefield!) dimostrando che la frequenza di casi di autismo era la stessa nei gruppi di bambini vaccinati e in quelli non vaccinati. Nel 2004 dieci dei coautori dell’articolo se ne dissociarono, nel 2010 Wakefield venne radiato dall’albo dei medici britannici perché accusato di aver manipolato le storie cliniche dei dodici bambini per il proprio tornaconto economico, e la rivista The Lancet ritirò definitivamente l’articolo incriminato, che però aveva già causato un calo dell’adesione vaccinale dal 92% al 79% causando innumerevoli casi di parotite e morbillo con complicanze gravi e decessi.

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