Opera nel leccese, in un contesto difficile, ma ha deciso di mettersi in gioco in prima persona ispirandosi a don Filippo Neri. Così ha riservato per sé solo una stanza a il resto della canonica lo mette a disposizione dei suoi ragazzi
Un concetto ben argomentato può mettere in moto il pensiero, ma da solo non raggiunge il cuore di un giovane. Un precetto o un divieto, anche se motivati, possono orientare l’azione educativa, ma non la rendono desiderabile. A cambiare davvero la vita dei più giovani è uno sguardo: amorevole e intelligente, capace di evitare etichette, di riconoscere la dignità di ciascuno e di scorgere, anche nelle situazioni più fragili, un bene possibile da promuovere. È questo lo stile che caratterizza il ministero di don Biagio Errico, parroco della Parrocchia dei Santi Martiri Giovanni Battista e Maria Goretti a Taurisano (LE), nel cuore del Salento, non lontano da Gallipoli.
In una zona fragile della regione, dove le opportunità educative e relazionali non sempre abbondano, il giovane sacerdote ha scelto di mettersi in gioco in prima persona, trasformando la propria casa in un luogo di accoglienza.
Non ci sono grandi strutture parrocchiali, né spazi attrezzati. Per permettere ai ragazzi di giocare a pallone, don Biagio ha fatto montare due porte nell’atrio della canonica. Dopo poche settimane, un vetro è andato naturalmente in frantumi, ma – come ama ripetere – «i sorrisi dei ragazzi valgono molto di più». È il segno concreto di una pastorale che non teme il rischio dell’incontro, che preferisce un vetro rotto a una porta chiusa.
La canonica «troppo grande per me»
La scelta più eloquente riguarda sicuramente la canonica. «Era troppo grande per me», racconta. Così ha deciso di vivere in una sola stanza – un letto e una scrivania – e di aprire il resto della casa ad adolescenti e giovani. «È sempre aperta!», dice con semplicità. Dopo la scuola qualcuno trova un piatto di pasta preparato dal parroco, altri si fermano per studiare, altri ancora si ritrovano per una partita a Fifa. La casa del giovane parroco diventa così spazio familiare e laboratorio di fiducia: una Chiesa che non osserva da lontano, ma condivide tempo, fatiche e speranze.
Un progetto ispirato a don Filippo Neri
Don Biagio si ispira a San Filippo Neri: l’oratorio, prima dei muri, sono le persone. Una volta al mese il teatro parrocchiale si trasforma in dormitorio: sacchi a pelo, confidenze notturne, risate “in stile GMG”. Un modo semplice per dire ai giovani: qui siete attesi, qui siete a casa. Sono circa sessanta i giovani tra i 13 e i 18 anni che frequentano la comunità. Gli incontri settimanali di formazione si affiancano a una presenza quotidiana. Sei volontari accompagnano il cammino come educatori e fratelli maggiori. Insieme progettano i campi estivi, organizzano tornei – come quello di Fifa per ristrutturare alcuni locali – e coinvolgono i più grandi nella catechesi e nella vita comunitaria.
«Ho subito vari furti»
Il contesto resta complesso. «Ho subito vari furti», confida il parroco. Eppure, non sceglie di chiudersi. Con ironia dice di sentirsi talvolta “come Don Matteo”, ma la sua è una decisione seria: non rispondere al male con la diffidenza. Il suo è uno sguardo “dal basso all’alto”, che non identifica la persona con l’errore, ma la accompagna a rialzarsi.
In un tempo che offre ai giovani poche occasioni di relazione autentica, questa parrocchia diventa un laboratorio di speranza. Qui la fede prende la forma della fiducia: qualcuno crede in te, prima ancora che tu riesca a credere in te stesso. Perché uno sguardo così possa continuare a generare futuro, c’è bisogno anche di una comunità che lo sostenga.
Sacerdoti come don Biagio possono dedicarsi totalmente ai ragazzi anche grazie alle offerte deducibili destinate all’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero. È un sostegno nascosto e silenzioso, ma decisivo: una piccola offerta rende possibile una presenza libera, quotidiana, senza l’assillo della remunerazione. Dietro ogni porta aperta, ogni vetro rotto, ogni sacco a pelo steso sul palco, c’è una rete di laici che rende tutto questo possibile. E così quello sguardo che cambia la vita continua a illuminare il cammino di tanti ragazzi, trasformando le fragilità in promesse e le promesse in futuro.