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29 Dicembre 2021

Eutanasia: una legge sulla licenza di uccidere?

Il 13 dicembre la Camera dei deputati ha iniziato la discussione sul Testo unificato sulla liceità dell'eutanasia.
Foto di Erubiel Flores
Il Disegno di Legge in discussione in questi giorni prevede la legalizzazione di eutanasia, senza prevedere un tempo di ripensamento. Questo può risultare pericoloso, in quanto il desiderio di morte può essere passeggero, mentre la sua realizzazione risulta irreversibile.
Con questo Disegno di Legge si propone di legalizzare l’eutanasia attiva attraverso una iniezione letale. Si parla anche di suicidio assistito in quanto, nella forma prevista, sarà il paziente, maggiorenne e capace di intendere e volere, a poterla chiedere per se stesso. Sarà un medico a dover fornire il farmaco letale dopo aver verificato la sussistenza di alcuni requisiti, avvalorati dalla consulenza di un comitato etico.
Già la proposta referendaria dell’associazione Luca Coscioni ufficialmente si propone di legalizzare l’eutanasia. Tuttavia il testo del quesito propone di depenalizzare l’omicidio del consenziente, a prescindere dalle condizioni di salute della vittima, valorizzandone solo il suo consenso.
Se il referendum verrà indetto (dovrà pronunciarsi la Corte Costituzionale a febbraio 2022) e se vincessero i sì, chiunque sarebbe autorizzato ad uccidere purché il richiedente risulti maggiorenne e capace di intendere e volere.
Il quesito corona l’opera della stessa associazione dopo l’approvazione della legge 219/2017 e le due sentenze della Corte Costituzionale sul caso Cappato che hanno dichiarato parzialmente illegittimo penalizzare l’aiuto al suicidio.
 
Se già il medico era tenuto ad agire previo consenso informato, con la legge 219 è possibile depositare “Disposizioni anticipate di trattamento” che impediscono al medico di intraprendere le terapie più idonee, anche salvavita, quando rinnegate dal paziente anche molti anni prima. Sono comprese alimentazione e idratazione, istituendo così l’eutanasia omissiva senza alcun vincolo né controllo.
La Corte è andata oltre chiedendo la legalizzazione dell’eutanasia attiva, ovvero l’esecuzione diretta da parte del medico con una iniezione letale per porre fine alla vita del paziente. Nella sua sentenza sottolinea tuttavia gravi rischi di abuso verso le persone più fragili e ne condiziona l’attuazione a precise condizioni.
 
Il Disegno di Legge ora in discussione si propone di rendere effettiva la possibilità che un medico, all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, operi attivamente per dare la morte.
I criteri proposti sono molto deboli, rischiano di tradursi in un percorso burocratico fatto di moduli a crocette in cui il paziente debba firmare qui, qua e qua.
Già si è visto un graduale allargamento delle maglie nei Paesi in cui da anni si pratica l’eutanasia legale. Si è passati così all’eutanasia dei minori, dei sedicenni senza il consenso dei genitori, di eutanasia non richiesta dall’interessato.
 
Quando si oltrepassa il principio fondamentale del valore della vita umana in ogni situazione e condizione si apre una crepa nella diga che tenderà ad allargarsi sempre di più. Dal momento in cui lo Stato si fa garante nel dare la morte a certe condizioni, ogni limite perde gradualmente di importanza e diventa un vincolo da superare.
Sappiamo che i suicidi oggi avvengono per malattia e disabilità solo per una piccola frazione. 
È noto che molte persone non riescono da sole ad ottenere la propria morte. Si registrano infatti molto più tentati suicidi di quelli realizzati, soprattutto riguardo al genere femminile. Spesso questi avvengono in un impeto irrazionale e non ne seguono altri episodi.

La nostra società impedisce di rilevare come il desiderio di morte possa essere passeggero, mentre la sua realizzazione risulta irreversibile. Questa proposta di legge non offre neppure un tempo di ripensamento. Stabilisce tempi massimi affinché si realizzi l’esecuzione ma non un tempo in cui l’interessato possa tornare sui suoi passi. È noto da decenni come coloro che ricevono una diagnosi infausta attraversino solitamente una fase depressiva in cui desiderano la morte e non di rado tentino il suicidio. Tuttavia si tratta di un passaggio da cui normalmente si esce per arrivare all’accettazione del proprio stato, soprattutto quando si attivano risorse famigliari e terapeutiche adeguate.
Vediamo così rapidamente degradarsi il fondamentale dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo. Se perdiamo il valore più importante, cosa resterà?