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27 Ottobre 2022
Ultima modifica: 1 Dicembre 2023 ore 08:56

Storie di ordinaria violenza

Due donne ghanesi raccontano come sono uscite dai soprusi
Storie di ordinaria violenza
Da mariti maltrattanti a operatrici e assistenti sociali che ridonano fiducia, la storia di 2 donne ghanesi uscite dalla violenza nonostante il viaggio tra sud e nord Europa, e ritorno.
Due storie distanti ma che hanno come un filo rosso che le unisce, quelle di Mery e di Helen, due donne africane, due madri, arrivate in Europa diversi anni fa con tante speranze e che si sono invece trovate a vivere a lungo con compagni maltrattanti.
Mery è una donna ghanese che si è sposata in Ghana ed è arrivata in Italia col marito sperando di costruire una famiglia e un futuro felice con i suoi 2 figli. 
Invece per anni ha resistito in silenzio, prima a maltrattamenti fisici e offese continue del marito e poi alla prostituzione forzata. Proprio il marito che lei credeva l'avrebbe sempre protetta e sostenuta, è diventato il suo protettore. 
Nei campi di pomodori, dove di migranti sfruttati ce ne sono troppi, lei - come altre donne africane svilite nella loro dignità - era costretta a vendere il suo corpo, nella loro fine giornata di lavoro. 

Una storia di sfruttamento sessuale che si mescola col dramma dello sfruttamento lavorativo in quelle aree degradate d'Italia dove la malavita comanda. E il marito faceva parte di quelle organizzazioni criminali che fanno soldi sulla pelle dei migranti. 
Poi finalmente trova la forza di chiedere aiuto e organizza la fuga in Svezia e la ricerca di una nuova vita coi suoi 2 figli, nonostante la continua ricerca del marito di intercettarli tramite i social. Mery non riesce però a trovare un lavoro stabile e a regolarizzarsi nel Paese scandinavo e si trova all'improvviso con le spalle di nuovo al muro: deve essere rimpatriata o in Ghana o nel primo Paese di arrivo. Riprende in mano, per amore dei suoi figli, brandelli di coraggio ormai quasi distrutti in lei dagli eventi che le sono ostili, e contatta una rete di organizzazioni che possa aiutare lei e i figli a rientrare in Italia ma con un progetto di protezione lontano, il più lontano possibile dal marito. E scatta la ricerca di una casa rifugio adeguata, di servizi competenti, di un coordinamento di associazioni che aiuteranno il nucleo a reintegrarsi in un Paese che aveva lasciato solo drammatici ricordi, grazie anche al progetto europeo SISA che intende supportare le donne africane vittime di tratta e altre forme di violenza di genere rimpatriate a forza dai governi del nord Europa.

La storia di Helen, una madre coraggiosa

Helen è anche lei madre coraggio, ha 2 figli che le richiedono tante energie, ma quando incontra Francis, dopo una storia di tratta che spera di dimenticare velocemente, è convinta di potersi costruire una nuova vita con il marito originario del Ghana. Di lui si fida, a lui affida la gestione economica della casa e dei figli. Col suo aiuto, lei può iniziare a fare il lavoro che ha sognato da bambina, la cuoca. È molto apprezzata dai suoi datori di lavoro e nel ristorante raccoglie la stima e il sostegno di tutti. 
Ma presto il vero volto del marito si presenta nudo e crudo. Quando Helen lo racconta, fa venire i brividi: «Non avrei mai immaginato che mentre io sgobbavo come un elefante, lui inviava i nostri risparmi, tutti i soldi per la nostra vita insieme e per la scuola dei bambini per costruire una casa in Ghana per un’altra moglie. Mio marito era un poligamo! Non potevo crederci!». Il disgusto, la rabbia misto ad un sentimento di precarietà e di soggezione la mantiene in totale confusione per lungo tempo. 
Prova a chiedere aiuto ad un centro antiviolenza dato che lui, ai suoi primi tentativi di chiedere spiegazioni, inizia con un crescendo sempre più intenso di derisioni, minacce, offese e colpevolizzazioni. Helen di fronte ai tanti debiti che scopre si sono accumulati di giorno in giorno, resta terrorizzata e non trovando risposte chiare e rapide, si trasferisce temporaneamente da un'amica in Germania. Qui però arriva il Covid e le difficoltà aumentano, le paure e i dubbi di quale scelta prendere per i propri figli. Si rivolge quindi alle assistenti sociali della Baviera. Trova un alloggio sicuro e sostegno anche per i bimbi che nel frattempo devono continuare la scuola. Finita l'emergenza anche lei, come Mery, è costretta a ritornare in Italia. Un altro trauma nella sua vita. Prima la tratta e le violenze subìte in Spagna e poi il fallimento di un matrimonio che non era certo quello descritto nelle favole. 
Per entrambe, il finale «e vissero felici e contenti» sembra essersi cancellato in un batter d'occhio nel percorso migratorio tra sud e nord Europa e ritorno. Ma oggi non sono più sole!
Mery dovrà reintegrarsi in nord Italia e coi suoi bimbi ricominciare a costruire, col supporto delle operatrici della casa rifugio, come sottolineato dall'assistente sociale Debora Grandis e dalla coordinatrice della Cooperativa Eco Papa Giovanni XXIII Silvia Colledan che queste storie le hanno intercettate e raccontate al seminario sull'inclusione delle donne migranti tenutosi all'Università di Verona il 21 ottobre 2022, nell'ambito del progetto europeo MIRIAM: «L’identità reale della persona avviene se c’è inserimento attivo nella società e nel mondo adulto. Ogni persona è in formazione e in continuo divenire nel suo affidarsi ai propri simili. E per questo è importante creare spazi di ascolto che denotano il passaggio dal co-esistere all’esistere con. Dall’assistenzialismo all’aiutare a fare da sé. E per tutelare una donna vittima di violenza, occorre superare l’autoreferenzialità e costruzione di rete comunitaria».
 
Da sole Mery ed Hellen non avrebbero potuto riprendere in mano la loro vita e quella dei loro piccoli. In una relazione di fiducia passo dopo passo, con persone che hanno competenze nell’approcciarsi a culture diverse e a differenti tipi di background migratorio, questo è invece possibile. Nel loro viaggio sia nei Paesi del nord che le hanno rimandate indietro, sia in Italia, hanno avuto la fortuna di incontrare operatrici e assistenti sociali che in loro hanno ricucito la speranza e la fiducia in qualcuno che dovesse ingannarle e usarle, ma davvero offrire una spalla per rialzarsi. «Come descritto nel codice deontologico degli assistenti sociali, l'assistente sociale si assume la responsabilità di curare i legami, si pone come guida relazionale perché le persone creino relazioni di reciprocità». E quando questo accade attraversando diversi Stati della nostra Europa, significa che anche per le donne migranti che soffrono troppo di frequente violenze e discriminazioni di ogni tipo, è comunque ancora possibile fidarsi e uscire dalla violenza.
 
Questa storia è stata raccolta all'interno del progetto "MIRIAM. Free Migrant Women from GBV, through identification and access to specialized support service", finanziato dal "Justice Programme" e dal "Rights, Equality and Citizenship Programme" dell'Unione Europea e finalizzato, attraverso il partenariato di Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Differenza Donna in Italia e Fundaciòn de Solidaridad Amaranta in Spagna, a potenziare i servizi per le donne vittime di violenza, con una particolare attenzione alle donne straniere vittime di sfruttamento sessuale, violenza domestica e matrimoni forzati. 
Per saperne di più: www.apg23.org/it/progettomiriam/
Per info e richieste di aiuto, scrivere a: progettomiriam@apg23.org