Quando arrivo davanti alla casa di Paolo, nella campagna bolognese, ad accogliermi ci sono due bei cagnoni, una moglie gentilissima e una casa curata, con quadri dell'Ottocento e antiche mappe delle più importanti città italiane. Paolo è un uomo dai modi pacati e cortesi. Eppure la sua vita ha rischiato di andare in pezzi per il gioco d'azzardo.
Racconta senza giri di parole: «Gioco è la terza parola che impariamo da bambini, dopo mamma e papà. Giochiamo insieme! È gioia, felicità. Invece oggi viene abbinata all'azzardo, che per me è la parola più brutta del vocabolario».
«Non me la sono cercata, mi è arrivata. Non avevo mai giocato nemmeno a briscola. Abitavo a 200 metri dall'ippodromo e una sera d'estate, con tre amici, siamo andati a farci una birra. Vedevamo tutta quella gente con i bigliettini in mano e abbiamo detto: facciamola anche noi. Quella prima scommessa, da 500 o 1000 lire, è stata la rovina».
«Persi. Non era il denaro: era l'emozione, la scarica di adrenalina, qualcosa che non avevo mai provato in tutta la vita. Sono tornato con gli amici, poi da solo. Da una volta a settimana a due, a tre, fino a sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro».
«Normale in facciata, poi c'era il retro. Avevo un'azienda che andava alla grande, una famiglia. Al mattino lavoravo, poi prendevo un treno, la macchina o un aereo, andavo a Napoli o a Roma a giocare, e la sera ero a tavola con mia moglie, sereno. Lei non si è mai accorta di niente. Il giocatore è un bugiardo seriale: io mi definisco l'artista della menzogna».
«Quando i soldi hanno cominciato a mancare. Fino ad allora per me era un divertimento, un'emozione da soddisfare. Ho venduto un appartamento, poi un altro, ma non per dire basta: per continuare. Poi sono arrivate le banche, e quando le banche non ti fanno più credito si va "di là", dagli usurai. Se te ne danno 100 ne vogliono 500, e fai un buco per tapparne un altro. Tutto sempre di nascosto, con la speranza della vincita che sistemi tutto. Ma quella vincita non è mai arrivata».
«No. Chiedere aiuto è complicatissimo. Mi ha salvato mia moglie. Una sera ha aperto una lettera sul tavolo, cosa che non aveva mai fatto: il giorno dopo ero convocato in tribunale per bancarotta fraudolenta. Mi portavano via tutto. Lei è andata via. Io sono rimasto solo e ho continuato a giocare, anche con un euro, due euro, mantenuto dalla pensione della ferrovia. Dopo più di un anno è tornata, ma con tre condizioni: niente soldi, psicologo e Giocatori Anonimi».
«Per niente. Ci andavo per farle piacere. Guardavo quelle persone e pensavo: un branco di deficienti, questi sono malati. Le loro storie mi sembravano irreali. Poi uscivo e andavo a giocare. Ci ho messo un anno e mezzo. L'ultima giocata è del 22 maggio 2009. Le prime 24 ore senza furono una fatica enorme: una vera crisi di astinenza».
«Da questa dipendenza non si guarisce. Si controlla. Prima ero obbligato, ero uno schiavo; oggi, da 17 anni, ho la forza di scegliere: o vado a fare la spesa o vado a giocare. E ogni giorno decido di andare a fare la spesa. Uso i contanti, ma mia moglie guarda tutto, ogni giorno. Quelle persone che prendevo per deficienti sono diventate la mia ancora».
«Può succedere, e non solo dopo sei mesi: anche dopo dieci anni. Un momento di fragilità, un lutto, un debito che non riesci a pagare. Nell'associazione nessuno giudica: non sei né una stella né uno scarto, sei uno come noi. Uno a zero e palla al centro, si ricomincia. Se non te la senti, questo è un problema tuo».
«C'è sempre un telefono acceso. Dico: io sono come te, non sono psicologo, da pari a pari. Quando vuoi ti accompagno. In Emilia-Romagna abbiamo 11 gruppi, riunioni tutte le settimane, e c'è lo "sponsor", la persona che ti sta accanto anche a ogni ora. Alle persone nuove facciamo sempre un'accoglienza. Collaboriamo con i servizi pubblici, e siamo gli unici in Italia ad avere un protocollo con la Regione».
«Allora avevi l'ippodromo e basta, e il tempo di ragionare. Oggi hai il telefonino: puoi scommettere su tutto, anche su una partita di serie D spagnola o su una maratona a Londra, e ogni due secondi c'è una nuova puntata. La forza di queste società è non farti ragionare. Le slot restano il primo problema, ma l'online devasta i giovani: quando andiamo nelle scuole, già in terza media qualcuno ci confida di aver scommesso con la carta di credito dei genitori. Molti siti sono stranieri e illegali, e ti fanno credito: il denaro arriva dopo. E poi c'è la pubblicità con i volti noti che invita a "giocare responsabile"».
«Per ogni giocatore ci sono sette persone che soffrono: la famiglia, gli amici. Io ho avuto due infarti e un blocco renale. Quando leggo di un suicidio, la prima cosa che penso è: chissà se scommetteva. La solitudine è la grande compagna dello scommettitore».
«Tanta. Quando giocavo andavo in tutte le chiese ad accendere candele, a chiedere "aiutami a non scommettere", e appena uscivo andavo a scommettere. Oggi so di avere degli angeli che mi proteggono».
«Lo faccio per me. Fare servizio è il mio recupero».
Di gioco d'azzardo si parla in questi giorni anche a Rimini, con la settimana di sensibilizzazione promossa dalla Rete GAP: leggi Gioco d'azzardo a Rimini: al via la settimana di sensibilizzazione.
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