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1 Febbraio 2020

Numero verde gravidanza: ecco il dietro le quinte

Abortire oppure no? Un pianto a singhiozzo al telefono e poi la scelta. Una testimonianza nella giornata per la vita
Foto di Pexels
Aveva minacciato il suicidio pur di ottenere il certificato per aborto terapeutico alla ventesima settimana. Dopo l'aborto però non ha più avuto pace e ha cominciato a pensare al suicidio per averlo fatto. Ecco la storia vera e dolorosa di una mamma, lasciata sola nel momento più critico della sua vita.
Da anni rispondo alle chiamate che riceviamo al Numero Verde (800-035036) per aiutare le mamme che sono in difficoltà nell'accogliere una nuova vita.
«Buongiorno, vorrei sapere: dove vanno a finire i bimbi che sono stati abortiti?»
«Buongiorno signora, la risposta alla sua domanda dipende da tante variabili. Intanto dove abita questa mamma?»
«A dire la verità sono io e abito a Bologna…» e qui comincia un pianto a singhiozzo che sembra non dover finire. Lacrime che scorrono come se fossero state tenute nascoste così a lungo da aver accumulato una forza, una pressione che rischia di fermare il suo cuore e inondare il mondo che non le vuole riconoscere.
«Se vuole possiamo incontrarci».
Aisha (nome di fantasia), 41 anni, è in Italia da diversi anni perciò parla bene l’italiano; di religione islamica da cui si è un po' allontanata quando è cominciata la sua relazione con un italiano.
Ci sediamo in un bar e basta un semplice «Raccontami» perché parole, lacrime, desiderio di poter tornare indietro, rimorso per la forza che non ha saputo trovare diventino un tutt’uno senza che io riesca a pronunciare una sola parola.

Il papà non vuole il bambino

Saputo della gravidanza il compagno di Aisha ha preso le distanze dalla sua paternità; aveva già una figlia, un’esperienza faticosa che non voleva ripetere.
Nessuna considerazione per il desiderio, il bisogno di Aisha di essere madre, per il suo pianto; nemmeno un pensiero per il figlio che cresceva nel grembo della compagna.
Aisha ha sperato che il tempo potesse aiutarlo a rivedere la sua decisione ma, arrivata alla 20ª settimana di gravidanza ha deciso di rinunciare a quel figlio. L’epoca gestazionale era già al limite e non sarebbe stato facile ottenere il certificato per il cosiddetto “aborto terapeutico”.
Aisha però era così decisa ad accontentare il suo compagno da minacciare il suicidio pur di poter abortire. Il piccolo Yahya è nato dopo 16 ore di travaglio indotto e per questo ancor più doloroso per una donna.
Pochi giorni e il rimorso, la rabbia per non essere stata ascoltata, la voglia di urlare, il vuoto che provava hanno preso il sopravvento. Aisha ha lasciato quel compagno che compagno non ha saputo essere nel momento più importante.
Così sono iniziate giornate in solitudine, nessuno a cui raccontare quel vissuto, la mente non era occupata nemmeno da un lavoro perché Aisha l’aveva lasciato, stando con un uomo facoltoso che preferiva mantenerla.

Dove finiscono i bimbi abortiti?

Bara di un bimbo abortito
I volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII hanno accompagnato alla sua ultima dimora questo piccolino, tenuto in braccio dalla sua mamma
Foto di Paola Dal Monte

Aisha ha iniziato a cercare su internet dove vanno a finire i bimbi abortiti e ha trovato il nostro Numero Verde.
Dopo il nostro primo incontro Aisha ha deciso che voleva fare il possibile per dimostrare a quel figlio che, nonostante tutto, gli voleva bene e che avrebbe fatto per lui quanto poteva. Così l’ho accompagnata all’ospedale dove si trovava il corpo di Yahya, dove abbiamo recuperato tutta la documentazione necessaria. Poi abbiamo preso contatto con l’agenzia di pompe funebri che non aveva mai fatto il funerale di un piccolino così… piccolo. Il responsabile si è così commosso che ha voluto farle un considerevole sconto oltre a prender parte alla tumulazione.
Il giorno del funerale eravamo solo noi e 5 addetti cimiteriali, tutti commossi. Aisha ha preso in braccio la piccola bara bianca e non finiva più di baciarla e di versarci su le sue lacrime.
Abbiamo piantato una primula gialla in quella terra ancora fresca su cui è stato messo un paletto con un numero, il 310.
Il funerale non restituisce la vita ad un figlio, ma di certo regala ad un genitore un luogo in cui poter tornare per provare ad elaborare una realtà troppo grande e dolorosa perché resti nascosta.
Aisha ha scelto di chiamare Yahya che in italiano si traduce in Giovanni, per dire grazie alla nostra Comunità Papa Giovanni XXIII per quanto abbiamo fatto per lei e il suo bimbo.