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7 Settembre 2026
Ultima modifica: 7 Settembre 2026 ore 08:22

Il segreto di don Oreste

Il 7 settembre don Oreste Benzi compirebbe 101 anni
Il segreto di don Oreste
Foto di Daniele Serafini
A firmare questo ricordo del sacerdote romagnolo è monsignor Francesco Lambiasi, vescovo emerito di Rimini: una pagina scritta con il cuore di chi ha condiviso cammini, progetti e preghiere con il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Mi trovavo alla Madonna delle Vette, la mitica struttura sognata e realizzata da don Oreste per campi scuola e vacanze di fraternità dell’APG23 di Alba di Canazei. Ero lì da qualche giorno e ci sarei restato fino a domenica 6 settembre, vigilia di compleanno del DON (7.9.1925). Stavo pregando da solo nella dolce, deliziosa chiesina di Alba e, dopo averne respirato la nuda semplicità, avevo appena cominciato a riversare nel tenerissimo cuore del mio «altissimo, onnipotente e bon Signore» la piena impetuosa dei sentimenti di commossa gratitudine e di incontenibile gioia per trovarmi con un centinaio tra sorelle e fratelli dell’Associazione a «gustare com’è bello, come dà gioia che i fratelli – ma in un papiro che in sogno ho trovato a Qumràn, si aggiunge: “e le sorelle”! – vivano insieme». Ero sul punto di ringraziare il Signore per potere far riposare la mente e la penna almeno per questi pochi giorni, quando mi è giunta trafelata la cortese, ma pressante richiesta della gentile, cara Sorella Chiara Bonetto: «Ci occorre un tuo articolo sul DON, in occasione del suo imminente compleanno». E come si fa a dire di no, visto che non me la sono mai sentita di sottrarmi a domande di – o su – don Oreste? Dunque, dato che mancavano pochissimi giorni, armiamoci, preghiamo e proviamo…  
Parto dalla domanda che continua a martellarmi la mente – da quando ho cominciato a conoscerlo e da quando lui ha intrapreso il santo viaggio con nostra Sorella morte corporale (2.11.2007). La domanda cruciale è quella di sempre: ma chi era veramente il DON? Un generoso, irrefrenabile operatore sociale? Un esperto, appassionato educatore? Un geniale, travolgente comunicatore? Un pastore zelante e intraprendente? Un giornalista sportivo come Candido Cannavò lo ha pennellato come il «pretaccio che aveva scalato la collina della felicità»? Mentre Papa Ratzinger alla sua morte lo ha scolpito come «l’infaticabile apostolo della carità». Se tentiamo di misurare l’altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza della sua opera, rimaniamo senza fiato anche solo a sillabarne per sommi capi la prodigiosa fecondità. 
L’APG23 è presente e operante in 41 Paesi del mondo, con un totale di 537 sedi, di cui 377 nella sola Italia. Gli associati sono la bellezza di 2.222 membri.  

Il DON, un autentico mistico

Già, ma chi è il mistico? Nell’immaginario collettivo, quando si pensa a un mistico, ci si immagina un tipo dotato di doni straordinari, come apparizioni, estasi, levitazioni, locuzioni, bilocazioni, ecc. Mentre per mistico dobbiamo semplicemente intendere un cristiano che, per l’azione dello Spirito Santo, vive l’esperienza di Dio in modo pieno, struggente, esuberante. Il mistico non solo crede in Dio, ma lo vede davvero. Vede Dio in tutte le cose, e tutte le cose le vede in Dio. L’esperienza mistica è una esperienza soprannaturale, vissuta non come impegno tassativo o dovere sfiancante, non come un indiscutibile merito o una conquista personale. L’esperienza mistica non è una sfida da vincere o un inderogabile compito da svolgere, ma come un dono da accogliere con gratitudine e da vivere con schietta umiltà, con pura, piena gratuità.
Dobbiamo soprattutto alla postulatrice della causa vaticana su don Oreste, la dott. Elisabetta Casadei, l’avere intelligentemente intuito e diligentemente documentato la presenza di questo dono soprannaturale nel cammino spirituale del DON. Come ha dimostrato nel suo prezioso volume La mistica della tonaca lisa, don Oreste non era affatto esente da difetti e immune da limiti, carenze e fragilità. Non è stato affatto un santo tra i pannolini. Insomma il DON non è nato santo bell’e fatto. Piuttosto è passato dal vivere per Gesù, quasi come un suo devoto facchino, infagottato nella immancabile tonaca lisa, al vivere con Gesù come un amico fedele e generoso, fino al vivere in Gesù, in una spessa relazione trasformante, al punto di poter dire con san Paolo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
L’interpretazione mistica della persona e del cammino del DON fa fatalmente scattare l’ineludibile domanda: ma se è vero che il mistico vive una esperienza intensa e profonda di Cristo e quindi non può non sperimentare una relazione di ardente, ininterrotta preghiera con il suo Signore, e se d’altra parte il DON aveva una vita tanto convulsa e spossante, a reale rischio di burnout, allora quand’è che il DON pregava? Però, cosi formulata, la domanda risulta del tutto mal posta, e pertanto va rovesciata: ci si deve chiedere non tanto quand’è che il DON pregava, ma piuttosto quand’è che NON pregava, se viveva e operava ad altissima tensione?

Il DON, testimone di vita mistica

Don Oreste non è stato né un professionista né un “tecnico” della vita spirituale. È stato, piuttosto, un innamorato di Gesù, di Dio. Spesso diceva «Dio non ha bisogno di facchini, ma di innamorati». E ripeteva a raffica: «Il prete o è un mistico o non è un prete». Un tratto che identifica il DON come testimone di esperienza di ardente unione con Dio va individuato nel fatto che non era per niente un narcisista. Non si metteva mai in bella copia o in vetrina. Non era un tipo autocentrato, ripiegato su se stesso. Anzi era radicalmente decentrato da sé. Parlava pochissimo della propria preghiera più intima. L’esperienza personale la oggettivava sempre col pudore che non lo faceva mai salire in cattedra o montare sul piedistallo. È stato un cristiano e un prete “estatico”, secondo l’etimologia di ek-stasi (=uscire fuori-di-sé). Ma non nel senso di persona “alienata”, bensì di anima slanciata e proiettata in Dio. Sappiamo che spesso veniva colto in flagrante preghiera. Don Elio lo ha sentito più volte pregare ad alta voce. Bene, quando la preghiera arriva a questo slancio, allora diventa segno di un tangibile sbilanciamento in Dio. In altre parole l’orante è talmente innamorato del Signore che, se non arriva necessariamente a una levitazione del corpo (livello psico-somatico), esperimenta però una effusione o immersione totale in Dio (livello spirituale-pneumatico).  

Maestro dell’unione mistica con Dio

Il Don, un vero maestro. Certo, non un cattedratico né un teologo, ma maestro in quanto testimone e testimone in quanto maestro. Mi spiego, con l’aiuto di due sue lezioni tenute nel 1991-1992. Il titolo, relativo ai membri dell’APG23, recita testualmente: «Fanno dell’unione con Dio una dimensione di vita». Nella lezione del 6 dicembre ’91 parte da una domanda preliminare: è possibile esistere con tutto se stessi in un altro? E risponde: sì, è possibile rimanere se stessi, ma non più come prima, bensì in una unione talmente stretta e intima che fonde la vita di due originalità in una unità totale e radicale. E cita l’immagine del Curato d’Ars, il quale diceva che la preghiera ci fa arrivare ad una unione con Dio, che equivale ad una piena fusione, come due pezzi di cera che, per il calore, si fondono in uno e formano un’unica candela. Con una puntualizzazione: l’unione tra Dio e la creatura porta a una reale fusione, ma senza confusione. Conclude il DON: «Esistere in Dio significa essere trasferiti in Lui e raggiungere quell’Amato che il nostro cuore cerca. Esistere in Dio amandolo, esistere in Dio sentendosi amati. Ma è perché ci si sente amati che si esiste in Dio amandolo. La prima esperienza dell’unione mistica con Dio è sentirsi profondamente amati». 
Da questa esperienza si ricavano due leggi fondamentali. La prima si potrebbe chiamare della «verticalità discendente». Don Oreste ha combattuto accanitamente l’orizzontalismo, che riduce il cristianesimo a filantropia. Prima dell’amore nostro verso Dio, viene l’amore di Dio verso di noi. È perché siamo amati che siamo chiamati ad amare: «Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo» (1Gv 4,19). La seconda legge della vita mistica si può formulare così: «l’indicativo – siamo amati – precede e fonda l’imperativo – siamo chiamati ad amare –». Noi siamo amati, dunque non possiamo non riamare. Questa legge è indispensabile per evitare le secche riarse o le paludi acquitrinose di un doverismo asfissiante o del “pelagianesimo” morale.
Per un opportuno approfondimento di questi pensieri, devo rinviare al bel libro postumo: L’unione mistica con Cristo (editore SEMPRE, 2013), dove sono raccolte le meditazioni tenute in una settimana di “deserto”, di cui merita di essere fissata almeno questa conclusione: «Gesù non ha detto che aspetterà la fine della nostra vita terrena per manifestarsi a noi. Ha detto che il suo manifestarsi è continuo… Noi siamo fatti per una unione misteriosa, ma reale, con Dio: oggi non domani».

Il Don, sapiente educatore

Help! S.O.S!! Aiuto!!! Mi sta per finire il tempo e lo spazio gentilmente concessomi dall’ineffabile Chiara Bonetto. Dovrei – e sinceramente vorrei – parlare ancora del DON, come esperto e saggio educatore, ma mi limito a un invito e ad una ultima citazione.
L’invito è a percorrere – e per chi già lo conosce, a ripercorrere – il corridoio del primo piano della Madonna delle Vette, tutto “affrescato” dalle splendide foto del nostro Riccardo Ghinelli. in cui «Tutte le immagini portano scritto: più in là», per dirla con i versi squillanti di E. Montale. Sono immagini dei primissimi tempi di questo albergo, dove si può contemplare un giovanissimo DON che sta sperimentando il suo metodo con i Pre-Jù, dal titolo: «Un incontro simpatico con Cristo». Ci vedo anche una marea di giovani-giovani che spingono carrozzine di disabili. Ci scorgo un giovanissimo don Romano Migani, alla testa di una cordata che sembra attrezzata per la scalata del K2. O un futuro mons. Aldo Amati, affiancato da un DON, che sembra dirgli: «Aldino, sempre più in là». O un sedicenne Luciano Chicchi, con la faccia tosta da primo gestore del primo campo-scuola con una nidiata di Pre-Jù.
Ma poi mi sento calamitato da un poster con una frase delle più magiche del DON: «La luce che c’è in queste vette aiuterà i ragazzi a scoprire Colui che riempirà la loro vita».
Anche queste parole sembrano dirmi: «Più in là…». E se avessi tempo e spazio per spingermi “più in là”, ci troverei un DON che di notte va in giro per le strade di Rimini a liberare tante nostre sorelle dalla tratta della prostituizione (perché il DON chiamava queste sorelle "prostituite"). Ci incontrerei il Don profeta della “società del gratuito” e della “condivisione diretta”, Ci troverei il Don, che, di ritorno da un viaggio transcontinentale ha fatto le ore piccole nella sua incantevole chiesa della Grotta Rossa, e don Elio lo ha trovato sfinito e addormentato sui banchi la mattina presto, prima delle Lodi. Infine, andando ancora più in là, vedo il nostro indimenticabile DON abbracciato dal suo e nostro dolcissimo Signore che lo invita: «Vieni, servo buono e fedele; entra nella gioia del tuo Signore».

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