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26 Maggio 2021
Ultima modifica: 27 Maggio 2021 ore 10:20

Israele-Palestina: le ragioni di un conflitto

I racconti delle persone che lo hanno vissuto in prima persona
Foto di Archivio Operazione Colomba
La "quarta guerra di Gaza", quella del maggio 2021, per i civili palestinesi è solo l'ennesimo e cruento atto di 54 anni di occupazione militare. Per comprendere l'oggi è necessario mettere insieme i tasselli di un mosaico che ha radici lontane, e forse sono troppi per incastrarli tutti.
Scrive Amira Hass su Haaretz: «Israele dimostra ancora una volta che la sua capacità di terrorizzare, uccidere e distruggere è molto più grande di quella dei palestinesi. Dall’altra parte Hamas costruisce eserciti e bombe, ma non rifugi per civili. Hamas rispondendo alla provocazione israeliana a Gerusalemme non ha certo tenuto conto delle conseguenze che la popolazione di Gaza avrebbe pagato».
La “quarta guerra di Gaza”, quella del maggio 2021, per i civili palestinesi è solo l’ennesimo e cruento atto di 54 anni di occupazione militare. Per comprendere l’oggi è necessario mettere insieme i tasselli di un mosaico che ha radici lontane, e forse sono troppi per incastrarli tutti.
 
1948. Dopo che l'Onu stabilisce la partizione della Palestina in 2 Stati, 4 Paesi arabi rifiutano il patto e attaccano le forze ebraiche, che nonostante l'inferiorità numerica e di armi vincono la loro "guerra d'indipendenza" e costituiscono lo Stato di Israele su circa metà del territorio, quel 56% attribuito a Israele dalla risoluzione 181 delle Nazioni Unite, del 1947, che divide la Palestina mandataria in due Stati: uno ebraico, comprendente il 56% del territorio, l'altro arabo, sulla parte restante, mentre Gerusalemme sarebbe stata corpus separatum sotto l'amministrazione ONU.
La Cisgiordania (West Bank) finisce sotto mandato giordano e la Striscia di Gaza sotto quello egiziano.

Betlemme, campo rifugiati di Aida, Territori Occupati Palestinesi

Jaffa evoca le arance, alle nostre orecchie è un famoso brand israeliano.
Per Abu Saleh era la città affollata della sua infanzia. Quella dei suk dall’aria satura di profumi: caffè speziato, salsedine e agrumi. Viva e colorata, frequentata da commercianti e intellettuali. Il vecchio Abu Saleh, che nel 1948, quando fu costretto a lasciare la sua casa nell’aranceto, aveva 13 anni, la ricorda così. Nel ricordo ogni volta i particolari si colorano di connotazioni diverse, fino a diventare tanti affreschi a colori pastello di un passato illuso e illusorio. Questo ci racconta il nipote Marwan, anche lui profugo di una terra che non ha mai conosciuto. «Noi giovani siamo profughi senza esodo- dice con amarezza. -Tre generazioni di Palestinesi sono cresciute nei campi, all’ombra di case terre e famiglie invisibili». Radici mai ancorate, luoghi immaginari ricostruiti attraverso le storie dei nonni.
Jaffa fu occupata nel maggio 1948 e in gran parte demolita. La maggioranza della popolazione, 50.000 persone, fu costretta a scappare, forzata dall’esercito israeliano. Molti verso la Striscia di Gaza.
Gerusalemme
Foto di Archivio Operazione Colomba


Quella che per Israele è la nascita dello Stato, per i palestinesi è la “Naqba”, la catastrofe. Con un’opera di ricostruzione minuziosa lo studioso Palestinese Walid Khalidi nel volume All that remain, the Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948 (frutto di 7 anni di ricerche) documenta la distruzione o lo sfollamento di più di 400 villaggi palestinesi nel 1948, ad opera del neonato Israele.
Nei campi profughi palestinesi la memoria orale della Naqba resiste, anche oltre le persone.
Gli anziani conservano gelosamente le chiavi delle case degli avi, in cui, se sono sopravvissute alle bombe e al tempo, abitano famiglie ebree. Prima della costruzione del “muro di separazione” da parte del governo israeliano qualche famiglia era riuscita ad andare nei villaggi d’origine, a guardare da lontano le vecchie case. A volte qualcuno ha bussato alla porta, in un misto di rimpianto paura e dolore, ed è capitato anche che i nuovi abitanti li accogliessero con gentilezza.

Nel 1948 viene fondata l’UNRWA, Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro dei rifugiati palestinesi. È un'agenzia di aiuto, sviluppo, istruzione, assistenza sanitaria, servizi sociali e sostegni di emergenza a oltre 5 milioni di rifugiati palestinesi che vivono in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza. È l'unica agenzia Onu dedicata ad aiutare esclusivamente i rifugiati provenienti da una regione o conflitto specifico. Per tutti gli altri c’è l’UNHCR. Fino a poco tempo fa i palestinesi erano il popolo con il più altro numero di rifugiati al mondo, primato condiviso oggi con i siriani.

L’UNRWA fornisce strutture riconosciute in 59 campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Dal 1950 al posto delle tende inizia a costruire le prime strutture in muratura: tendenzialmente una stanza per ogni famiglia e una piccola cucina. Il bagno è comune almeno a 10 famiglie, le fogne sono a cielo aperto, rigagnoli maleodoranti in cui a volte i bambini giocano. Nei primi anni le famiglie arrivavano tutte da villaggi diversi e non si conoscono. Era necessario ricostruire un tessuto sociale dal nulla, nel tentativo di elaborare un trauma individuale e collettivo. Tutte le relazioni erano distrutte. Il campo era il non-luogo della perdita, della vicinanza forzata con estranei, della mancanza di stabilità: anche persone che precedentemente avevano una vita anche agiata dovevano ora sopravvivere con gli aiuta dell’UNRWA, patate, legumi, farina.

I bambini e ragazzi più fortunati riescono a frequentare le scuole dell’Unrwa. È immaginabile quanto sia importante la scuola nel campo, è forse l’unica speranza di affrancarsi e l’unico modo di restituire un briciolo di dignità e fiducia in se stessi.
Oggi i campi non sono molto diversi da allora.
 
1967. È controverso se ad iniziare la guerra dei 6 giorni sia stato Israele o l’Egitto. Sta di fatto che l’esercito israeliano guidato da un generale con la benda all'occhio, Moshe Dayan, sconfigge le truppe di tutti i vicini paesi arabi, riunifica Gerusalemme conquistando la Città Vecchia con il Muro del Pianto ed entra in possesso anche della Cisgiordania, rimasta parte della Giordania fra il 1948 e il '67, e della striscia di Gaza, rimasta all'Egitto nel medesimo periodo, oltre che delle alture del Golan in territorio siriano.
Lo storico israeliano Ahron Bregman sostiene che «quella della guerra dei 6 giorni sia una vittoria maledetta, in quanto ha dato il via a un’occupazione intollerabile ed è nell’interesse stesso di Israele porvi fine».

Nablus, Territori Occupati Palestinesi

Sembra che Abramo, subito dopo aver ricevuto da Dio la promessa «Io farò di te una grande nazione», avesse condotto la sua tribù ad accamparsi nel boschetto di querce che si trova tra il monte Gerizim e il monte Ebal, un’altra collina un po’ più a nord. Da quell’accampamento nacque la città biblica di Shchem, oggi Nablus, la Napoli palestinese, patria del famoso sapone all’olio di oliva, dove vivono 300mila palestinesi.
 
Amjad è un “rifugiato per nascita”. La famiglia è originaria di Haifa, lui è nato nel campo di Askar, alle porte di Nablus. Ha studiato da medico in Italia ed ha vinto il concorso all’ospedale Makassed di Gerusalemme est. Ma non può andarci a lavorare perché Israele non gli dà il permesso, gli viene costantemente rifiutato per “motivi di sicurezza”. La moglie, Suad, è palestinese ma con uno status diverso rispetto al suo, ha l’Identity card di Gerusalemme, così nei momenti di chiusure rigide dei Territori Occupati loro dovrebbero stare uno a Nablus e l’altra Gerusalemme. Così hanno deciso di stare ambedue a Nablus con i 3 figli, dato che lui a Gerusalemme non può entrare.

Quella dello status dei palestinesi è una questione davvero complicata. Gli abitanti della Cisgiordania sono palestinesi con il passaporto giordano, quelli della Striscia di Gaza hanno il passaporto dell’Autorità Nazionale Palestinese, i palestinesi cittadini di Gerusalemme (est) hanno anche essi il passaporto giordano ma una speciale carta di identità della città di Gerusalemme che permette loro di starci, mentre i discendenti da quella minoranza (meno di 200mila) di palestinesi rimasti sulla loro terra dopo la creazione dello Stato ebraico, nel 1948 (circa il 20% della popolazione di Israele) sono arabi con passaporto israeliano. Questi ultimi vivono all’interno di Israele in condizioni fortemente discriminate, in una sorta di apartheid.

Amjad lavora per il Medical Relief a Nablus. «I principali ospedali della Palestina sono a Gerusalemme Est – racconta – e solo lì si possono avere dei servizi specialistici che non si trovano in nessun altro luogo della Palestina. Ma per più di quattro milioni di palestinesi di Cisgiordania e Gaza, Gerusalemme è irraggiungibile. La Striscia è chiusa, ottenere un permesso per valicare il muro è sempre più difficile, poi ci sono i checkpoint… il mondo non comprende cosa voglia dire vivere così. Senza poter viaggiare sulla propria terra. Tre anni fa è l’ultima volta che ho visto mia madre, al funerale di mio padre. Abita a 40 chilometri da qui. E per tornare a casa ho impiegato 2 giorni. 48 ore per fare 40 km per noi è la normalità. Che abbiamo fatto noi per meritare questo?».
Qalandia passaggio
Foto di Archivio Operazione Colomba


Fare la fila a un checkpoint è un modo semplice e immediato per capire cosa voglia dire vivere sotto occupazione. Al checkpoint ti abbronzi, discuti, soffri al sole, fai amicizia. Partorisci perfino, e a volte qualcuno muore anche. In fin dei conti è il luogo dove si trascorre la maggior parte del tempo. La sofferenza unisce, conversare aiuta a sopportare l’attesa e si imparano un sacco di cose. Spesso si ha paura. Ho ancora un ricordo vivido e violento del checkpoint di Hawara, prima di Nablus, e del fucile di un colono puntato contro la gente. Il silenzio innaturale e il terrore che paralizza ogni arto.

Tutti i checkpoint sono diversi. Alcuni si possono valicare solo a piedi, altri in macchina. Di notte sono tendenzialmente chiusi. Ci sono poi i “checkpoint volanti”, dei posti di blocco mobili che funzionano solo qualche ora o qualche giorno. È difficile dire quanti siano, tra fissi e mobili se ne stimano circa 500, a seconda dei momenti. Le regole per il passaggio cambiano di giorno in giorno, e a volte i soldati vanno “a sentimento”. Un rapporto completo sulle restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi si può trovare sul sito di Btselem, il Centro di Informazione Israeliano sulle violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati (www.btselem.org).
 
2021, maggio. Sheikh Jarrah è uno dei quartieri di Gerusalemme est. È arroccato su una delle venti colline della città, e ci sono i consolati di quasi tutti i Paesi stranieri. Il quartiere è al centro di una disputa nelle aule dei tribunali israeliani da decenni. Nella zona vivono 250mila palestinesi. La disputa nasce dagli sgomberi di alcune famiglie arabe residenti su terreni di cui dei cittadini ebrei rivendicano la proprietà, asserendo che i terreni e le case vennero perduti durante l'aggressione giordana a Israele del 1948. Le famiglie palestinesi avevano ricevuto le case negli anni '50 dalle autorità giordane che all'epoca controllavano Gerusalemme est, fornendo apposita documentazione. La controversia legale ha portato alle ennesime violenze tra israeliani e palestinesi e Gerusalemme continua a restare uno dei punti chiave del conflitto fra i due Paesi. 
La Città Santa si infiamma, gli scontri arrivano alla Spianata delle Moschee.
Da Gaza Hamas lancia razzi - oltre mille di cui 850 intercettati dal sistema di difesa Iron Dome e 200 esplosi nella Striscia – e Israele risponde con decine di attacchi aerei. 
bambini palestinesi
Foto di Archivio Operazione Colomba

Striscia di Gaza, Territori Palestinesi

«Quando le bombe toccano terra, quando sono sufficientemente lontane da non colpirti, senti una sorta di attrazione magnetica verso il pavimento. È una cosa inspiegabile, forse per un principio fisico».
Younis è un cooperante, lavora per una piccola Ong della Striscia che si occupa di educazione, e in passato ha vissuto in Italia. Ogni sera dell’operazione “Guardiano delle Mura” (così l’esercito israeliano ha chiamato i bombardamenti) cerca di fare un collegamento zoom video con un gruppo di amici, da casa sua a Gaza City. A volte partecipa anche qualche sua collega.
Sentire le detonazioni delle bombe “in diretta” ascoltando i racconti è una sensazione forte, non descrivibile. C’è il monitor e la consapevolezza di trovarsi a km di distanza eppure nella mia casa tranquilla e silenziosa alcune notti mi sono svegliata di soprassalto per qualche rumore.

I racconti riportano particolari impensabili, a tratti agghiaccianti.
«La notte ci ammucchiamo tutti in una stanza, anche 15 persone. Alcune famiglie si scambiano i figli, per avere la speranza che almeno qualcuno sopravviva. Io non ce l’ho fatta, li ho voluti tutti e tre con me. Abbiamo preparato gli zaini vicino alla porta, per scappare in velocità, ma mi sono chiesta più volte dove potevamo scappare, a Gaza non esiste un luogo sicuro. Potrebbero bombardare dappertutto. Quando è saltata la luce mia figlia di 4 anni mi ha detto che era meglio così, almeno al buio non ci avrebbero visto».
 
«La situazione qui sta andando sempre peggio. L’esercito israeliano ha dichiarato che attaccherà Gaza in modo più intenso e più forte, ma quello che hanno fatto fino ad ora che cosa era? Giocare? Scherzare? Fino a questo momento ci sono 65 morti fra i quali 16 bambini e 5 donne e oltre 365 feriti. Questi morti e feriti non sono numeri, sono vite, sono persone e in due casi sono famiglie intere morte sotto le macerie delle loro case. Ieri alcuni bambini tornavano dal mercato dopo aver comprato l’abito nuovo per l’Eid, la festa di fine Ramadan e prima di arrivare a casa sono stati colpiti da una bomba. Sono morti con l’abito nuovo in mano, l’abito della festa è stato usato per seppellirli. Mi piange il cuore. Li immagino con i vestiti nuovi giocare nel loro quartiere, invece non lo faranno e non ci saranno più con noi o meglio, non ci saranno più con chi rimarrà vivo di noi. Penso anche che a nessun bambino nella striscia di Gaza sarà consentito di essere felice. Mia nipote ha espresso il desiderio che sia sempre giorno, che la notte non arrivi mai. Di giorno si bombarda poco. E noi siamo qui, impotenti. Nel terrore costante. Io non sono con Hamas, che mi spia e mi minaccia per il mio lavoro educativo. Ma a Israele questo che importa? Al mondo che importa?».
«Al mondo che importa di noi?» è la domanda più frequente che mi sono sentita fare dai palestinesi. 

La tregua

Nel frattempo, mentre scriviamo, è iniziata una tregua.
I bombardamenti israeliani sulla Striscia hanno provocato danni enormi al sistema sanitario locale e alle infrastrutture più importanti, già vulnerabili e danneggiate dal rigidissimo embargo imposto da Israele sul territorio governato da Hamas e dalle conseguenze dei precedenti conflitti.

La Striscia di Gaza è tornata alla sua “normalità”, quella della prigione a cielo aperto più grande del mondo. Una lingua di terra separata dal resto dei territori Palestinesi, in cui è difficilissimo entrare, impossibile uscire. Una delle regioni più densamente popolate del mondo (circa 5000 persone per km quadrato). E quasi 2 milioni di prigionieri, di cui la metà bambini.

«Rami non aveva niente a che fare con Hamas, non si interessava neppure di politica. Voleva solo coltivare il suo pezzetto di terra a Beit Hanun, vivere con sua moglie e i figli – urla la vicina di casa di Younis, che ha appena saputo della morte del fratello con tutta la famiglia».
L’orizzonte di Gaza è polvere e sangue: un altro tramonto su questo mare, il Mediterraneo, lo stesso mare di Israele, lo stesso nostro.
Un vecchio cartello tutto rotto troneggia sulla strada principale che attraversa la Striscia. “Welcome to Gaza”.